Gel, contapersone e divieto di balli. La Festa dell'Unità sfida i tempi bui
Michele Smargiassi , di MICHELE SMARGIASSIAl via l'appuntamento nazionale di Modena
MODENA - Il palchetto amplificato dell’Osteria Messicana insospettisce, ma «solo musica da ascolto!", rassicura il volontario disinfettatore di tavoli, "se uno si alza per ballare si becca una padellata, non siamo mica al Billionaire". Profilassi, ultimo rifugio della diversità. Apre la Festa Nazionale dell’Unità, sfidando pandemia e polemiche, a Modena, dove le regole si rispettano con pazienza e disciplina: temperatura all’ingresso, mascherine, gel, nome e telefono se vuoi i tortellini. Apre con rinunce: la balera del liscio, garanzia di radici nazionalpopolari, addio. Per qualcuno è un sacrificio più pesante di quando di cambiò nome il Pci. Ma la Festa dell’Unità è sopravvissuta a tutto quello da cui pareva dipendere: la speranza nel socialismo, il Pci, il giornale eponimo. Sopravvive ora alla pandemia. Forse sopravviverebbe anche al Pd. Infatti, sembra non averne bisogno.
A quattro setti…
A quattro setti…
MODENA - Il palchetto amplificato dell’Osteria Messicana insospettisce, ma «solo musica da ascolto!", rassicura il volontario disinfettatore di tavoli, "se uno si alza per ballare si becca una padellata, non siamo mica al Billionaire". Profilassi, ultimo rifugio della diversità. Apre la Festa Nazionale dell’Unità, sfidando pandemia e polemiche, a Modena, dove le regole si rispettano con pazienza e disciplina: temperatura all’ingresso, mascherine, gel, nome e telefono se vuoi i tortellini. Apre con rinunce: la balera del liscio, garanzia di radici nazionalpopolari, addio. Per qualcuno è un sacrificio più pesante di quando di cambiò nome il Pci. Ma la Festa dell’Unità è sopravvissuta a tutto quello da cui pareva dipendere: la speranza nel socialismo, il Pci, il giornale eponimo. Sopravvive ora alla pandemia. Forse sopravviverebbe anche al Pd. Infatti, sembra non averne bisogno.
A quattro settimane da un referendum che cambierà la Costituzione, in tutta la Festa non si vede un solo slogan che ne faccia cenno. Un solo dibattito sul tema, il 12, con due esponenti del Pd: Gianni Cuperlo che voterà no, e Maurizio Martina che voterà sì. Mentre il segretario Zingaretti volteggia sul trapezio dialettico del "costruire le condizioni più favorevoli alla scelta del sì". "Quando verrà qui, il 13, sarà più esplicito" assicurano i dirigenti sul campo. Ma se butti lì la domandina nel retro dei ristoranti, scopri che i militanti di ferro non seguono le decisioni del partito. Le anticipano. "Voto sì, basta con la sinistra che dice sempre no", questo è Maurizio Davolio di Sassuolo, che dal ‘74 di feste non ne diserta una. Ma Zingaretti non ha ancora... "Lui decida con comodo, io seguo Bonaccini", questo è Fausto Francia di Soliera. "Voto sì, usino quei soldi per gli amministratori locali», questo è Simone Silvestri, già assessore nella Mirandola del dopo terremoto. Per trovare i no devi chiedere ai visitatori, Daniela: «Un errore inseguire i 5S", Aldo: "Zingaretti non sa che pesci pigliare".
C’e un’ansia da sopravvivenza nella compattezza della base militante di fronte alle divisioni dei vertici e dell’elettorato. La stessa che ha stabilito che la Festa si doveva fare comunque. "Mancare avrebbe dato l’idea di un partito che non c’è più", ammette Stefano Vaccari, responsabile organizzazione del Pd. Curiosa persistenza di un rito politico che pareva ormai in via di estinzione. Il contenitore festa è stato un potente format politico di fine Novecento, nessun partito poteva permettersi di non averne uno, magari imbastito solo per le telecamere del tigì. Ma, prima del Covid, a svuotare le feste è stato il trasferimento dello spazio politico dal mondo fisico al’immaterialità del Web. E questa Festa disassembrata, ipercontrollata, ha poco appeal per essere rilanciata su Instagram anche dai selfisti più compulsivi. Sedie inchiodate ai pavimenti, contapersone, un “Modulo per la raccolta dati anticovid”, frecce, percorsi separati, niente balli, niente giochi, niente sport.
Disciplinato dietro le mascherine, il “popolo della festa”, astrazione retorica anche ai tempi d’oro, ha perso i suoi volti, e sembra omologato come in una distopia. Se una malattia è anche una metafora, diceva Susan Sontag, questa è la festa di un partito sterilizzato dal gel dell’incertezza. Lo slogan che accoglie i visitatori è un gigantesco Bella ciao, la banda di Carpi mascherinata (tranne i fiati) lo intona volenterosa, è un bel canto identitario senza essere ideologico, ma qui funziona come bene rifugio, in mancanza di slogan programmatici. Un anno fa, la Festa dell’Unità di Ravenna cominciò col Pd all’opposizione e finì che era al governo, e ribaltò il carnet degli inviti. Il programma dibattiti ora è fedele all’alleanza, il premier Conte è stato invitato, ci sono diversi ministri cinquestelle.
Ci sono anche le Sardine, però, verrà Mattia Santori, che vota no. Il Pd può accontentare tutti? In un finto campo di calcio, gigantesche figurine Panini dei giocatori di Italia-Germania 4-3, di cui cade il cinquantesimo anniversario, si affrontano ben distanziate anche loro. Ma nel calcio sai prima chi è l’avversario e, alla fine, uno vince e uno perde.
A quattro settimane da un referendum che cambierà la Costituzione, in tutta la Festa non si vede un solo slogan che ne faccia cenno. Un solo dibattito sul tema, il 12, con due esponenti del Pd: Gianni Cuperlo che voterà no, e Maurizio Martina che voterà sì. Mentre il segretario Zingaretti volteggia sul trapezio dialettico del "costruire le condizioni più favorevoli alla scelta del sì". "Quando verrà qui, il 13, sarà più esplicito" assicurano i dirigenti sul campo. Ma se butti lì la domandina nel retro dei ristoranti, scopri che i militanti di ferro non seguono le decisioni del partito. Le anticipano. "Voto sì, basta con la sinistra che dice sempre no", questo è Maurizio Davolio di Sassuolo, che dal ‘74 di feste non ne diserta una. Ma Zingaretti non ha ancora... "Lui decida con comodo, io seguo Bonaccini", questo è Fausto Francia di Soliera. "Voto sì, usino quei soldi per gli amministratori locali», questo è Simone Silvestri, già assessore nella Mirandola del dopo terremoto. Per trovare i no devi chiedere ai visitatori, Daniela: «Un errore inseguire i 5S", Aldo: "Zingaretti non sa che pesci pigliare".
C’e un’ansia da sopravvivenza nella compattezza della base militante di fronte alle divisioni dei vertici e dell’elettorato. La stessa che ha stabilito che la Festa si doveva fare comunque. "Mancare avrebbe dato l’idea di un partito che non c’è più", ammette Stefano Vaccari, responsabile organizzazione del Pd. Curiosa persistenza di un rito politico che pareva ormai in via di estinzione. Il contenitore festa è stato un potente format politico di fine Novecento, nessun partito poteva permettersi di non averne uno, magari imbastito solo per le telecamere del tigì. Ma, prima del Covid, a svuotare le feste è stato il trasferimento dello spazio politico dal mondo fisico al’immaterialità del Web. E questa Festa disassembrata, ipercontrollata, ha poco appeal per essere rilanciata su Instagram anche dai selfisti più compulsivi. Sedie inchiodate ai pavimenti, contapersone, un “Modulo per la raccolta dati anticovid”, frecce, percorsi separati, niente balli, niente giochi, niente sport.
Disciplinato dietro le mascherine, il “popolo della festa”, astrazione retorica anche ai tempi d’oro, ha perso i suoi volti, e sembra omologato come in una distopia. Se una malattia è anche una metafora, diceva Susan Sontag, questa è la festa di un partito sterilizzato dal gel dell’incertezza. Lo slogan che accoglie i visitatori è un gigantesco Bella ciao, la banda di Carpi mascherinata (tranne i fiati) lo intona volenterosa, è un bel canto identitario senza essere ideologico, ma qui funziona come bene rifugio, in mancanza di slogan programmatici. Un anno fa, la Festa dell’Unità di Ravenna cominciò col Pd all’opposizione e finì che era al governo, e ribaltò il carnet degli inviti. Il programma dibattiti ora è fedele all’alleanza, il premier Conte è stato invitato, ci sono diversi ministri cinquestelle.
Ci sono anche le Sardine, però, verrà Mattia Santori, che vota no. Il Pd può accontentare tutti? In un finto campo di calcio, gigantesche figurine Panini dei giocatori di Italia-Germania 4-3, di cui cade il cinquantesimo anniversario, si affrontano ben distanziate anche loro. Ma nel calcio sai prima chi è l’avversario e, alla fine, uno vince e uno perde.