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Il presidente cinese Xi Jinping (ansa)

Anche noi sfruttiamo gli uighuri nei campi di lavoro cinesi

Una coalizione di 180 organizzazioni per i diritti dell’uomo avverte che il cotone proveniente dallo Xinjiang, dove la Cina ha privato della libertà un milione e 800 mila musulmani, potrebbe trovarsi in un prodotto mondiale su cinque (Gazeta Wyborcza)
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Una coalizione di 180 organizzazioni dei diritti dell’uomo avverte che il cotone proveniente dalla Regione autonoma uighura dello Xinjiang, dove la Cina ha privato della libertà un milione e 800 mila musulmani, potrebbe trovarsi in un prodotto mondiale su cinque, e non necessitarmene in quelli con l’etichetta “Made in China”.

“In pratica l’intera industria tessile mondiale si macchia del lavoro coatto degli uighuri e dei musulmani di etnia turca”: è quanto leggiamo nella dichiarazione stilata dalla coalizione dove si riporta una lunga lista delle marche che trarrebbero profitto dallo sfruttamento del lavoro coatto nella regione; tra di essi figurano, tra gli altri: Gap, C&A, Adidas, Muji, Tommy Hilfiger e Calvin Klein.
 
Il “noleggio” degli uighuri
La Cina è il principale produttore mondiale del cotone e ben l’84% del cotone cinese proviene dello Xinjiang. Viene utilizzato per la produzione di v…
Una coalizione di 180 organizzazioni dei diritti dell’uomo avverte che il cotone proveniente dalla Regione autonoma uighura dello Xinjiang, dove la Cina ha privato della libertà un milione e 800 mila musulmani, potrebbe trovarsi in un prodotto mondiale su cinque, e non necessitarmene in quelli con l’etichetta “Made in China”.

“In pratica l’intera industria tessile mondiale si macchia del lavoro coatto degli uighuri e dei musulmani di etnia turca”: è quanto leggiamo nella dichiarazione stilata dalla coalizione dove si riporta una lunga lista delle marche che trarrebbero profitto dallo sfruttamento del lavoro coatto nella regione; tra di essi figurano, tra gli altri: Gap, C&A, Adidas, Muji, Tommy Hilfiger e Calvin Klein.
 
Il “noleggio” degli uighuri
La Cina è il principale produttore mondiale del cotone e ben l’84% del cotone cinese proviene dello Xinjiang. Viene utilizzato per la produzione di vestiti anche in Bangladesh, Cambogia e Vietnam nonché per il rivestimento dei mobili. Secondo il New York Times le fabbriche dello Xinjiang hanno iniziato anche a produrre mascherine e dispositivi per la protezione individuale destinati all’esportazione.

La coalizione sostiene che molte griffe occidentali mantengono una “partnership strategica” con i marchi cinesi che, attraverso sussidi del governo di Pechino, sviluppano la produzione di prodotti tessili nella regione oppure sfruttano i lavoratori uighuri nelle fabbriche al di fuori di essa.

Un rapporto dello scorso marzo emesso dall’australiano Strategic Policy Institute sostiene che gli uighuri vengono “noleggiati” a pagamento dai subappaltatori cinesi delle società globali. Il problema non riguarda soltanto l’industria tessile e il vestiario: la società OFILM, potente produttore di elettronica che serve consorzi come Apple, Huawei, Lenovo e Samsung, impiega nelle proprie fabbriche circa 700 lavoratori uighuri.

Una legge emessa a maggio dal Congresso degli Stati Uniti impone alle società americane che operano nello Xinjiang di assicurarsi che i loro prodotti non contengano componenti provenienti dallo sfruttamento del lavoro coatto.
La coalizione fa appello a tutte le società dell’industria tessile occidentale a rinunciare nel corso di un anno a tutti i prodotti e materiali dei quali si sia constatata questa provenienza.

“Le marche globali devono farsi un esame di coscienza e domandarsi se sono disposte ad accettare pratiche che portano direttamente al genocidio degli uighuri”, ha dichiarato al Guardian Omer Kanat dell’organizzazione Uyghur Human Rights Project.

Gli attivisti pretendono delle indagini
Quando vengono chiamate in causa le grandi marche rispondono solitamente di non produrre direttamente nello Xinjiang e promettono di interrompere la collaborazione con i subappaltatori che sfruttano il lavoro coatto.
Secondo l’organizzazione Worker Rights Consortium (WRC) le società del vestiario non hanno alcuna possibilità di verificare se in qualche punto della catena di forniture che le lega a Xinjiang non venga utilizzato il lavoro coatto. “Un produttore che affermi categoricamente che tutte le società e fabbriche di cui si serve nella regione non hanno nulla a che fare con il lavoro coatto o è profondamente cinico oppure male informato”, ritiene Scott Nova, direttore del WRC.
“Qui non si tratta delle catene dirette delle forniture, ma del fatto che l’industria tessile sostenga un sistema che infrange i diritti dell’uomo sfruttando il lavoro coatto”, ha detto al Guardian Chloe Cranson dell’organizzazione Anti-Slavery International. “È necessaria un’ampia inchiesta internazionale per far luce sui legami tra le marche occidentali e le sorti degli uighuri.
    
Il banco di prova dello Xinjiang
La persecuzione su larga scala degli uighuri ha avuto inizio con una serie di attentati nel 2014. È stato allora che il capo di Stato cinese Xi Jinping ha annunciato “la guerra popolare contro il terrore”. Tre anni più tardi una rete di campi di lavoro ricopriva già il territorio dello Xinjiang. Le persone vi vengono internate in seguito a una semplice decisione amministrativa. La ragione non deve essere alcun reato concretamente compiuto, basta portare una barba troppo lunga, frequentare la moschea o ricevere e fare troppo telefonate ai parenti all’estero. Affamati e privati del riposo uighuri e kazaki vengono sottoposti nei campi a un indottrinamento finalizzato a insegnargli l’amore per il partito comunista cinese e il disprezzo per l’Islam.

Lo scopo di questa gigantesca impresa non è del tutto chiaro. Difficile trovarne le ragioni nel tutto sommato marginale pericolo del terrorismo in Cina. Alcuni sospettano che Xi Jinping abbia messo in piedi un grande banco di prova e che il modello dello Xinjiang verrà esteso nelle altre parti del paese a tutte le persone o le popolazioni che il Partito Comunista Cinese riterrà pericolose. Nello Xinjiang la Cina sta sperimentando un sistema di controllo totale della società attraverso una base centralizzata di dati digitali che impiega le più moderne tecniche di riconoscimento facciale.

Un genocidio demografico
Ma forse non si tratta di una mera questione economica. Formalmente questi campi di lavoro coatto sono indicati come “centri per l’addestramento professionale”. Dopo la formazione i “diplomati” vengono impiegati nelle fabbriche locali oppure mandati a lavorare lontano dalla provincia di origine (il che è sufficiente a dimostrare che per non sporcarsi le mani con questo sistema non è sufficiente circondare Xinjiang con un cordone sanitario). Secondo un rapporto australiano negli anni 2017-2019 in Cina sono stati già “venduti” e “comprati” 80.000 schiavi uighuri. Vengono trasportati con dei treni speciali. Ultimamente sta circolando un video – sfuggito al controllo delle autorità cinesi – che mostra gli uighuri mentre vengono caricati con gli occhi bendati nei vagoni per essere deportati nei campi di rieducazione.

I successivi rapporti delle organizzazioni per i diritti dell’uomo parlano di “genocidio culturale”, di “campi di concentramento” e ultimamente anche di “genocidio demografico”: le donne che appartengono alle minoranze etniche musulmane sono spinte ad abortire, le madri vengono costrette alla sterilizzazione. L’indice delle nascite nei territori abitati dai musulmani si è drasticamente abbassato perché la gente ha paura a mettere al mondo dei figli. I piccoli uighuri vengono separati dalle loro famiglie. La sinizzazione è messa in atto anche attraverso scuole e asili dove i bambini che utilizzano la propria lingua madre vengono puniti.
(Copyright Gazeta Wyborcza-Lena/Leading Newspaper Alliance. Traduzione Dario Prola)