L’eredità ideale di Yuri Orlov
di Antonio Stango*
Di poche persone si può usare fondatamente il termine ‘leggendario’. Yuri Orlov, fisico nucleare e storico dissidente sovietico, scomparso negli Stati Uniti il 27 settembre all’età di 96 anni, è una di queste. Il mondo scientifico lo ricorderà anche per le sue ricerche e per il contributo dato al Dipartimento di Fisica della prestigiosa Cornell University dello Stato di New York, al CERN e ad altri istituti; ma tutti coloro che operano per la libertà, i diritti civili, il rispetto degli accordi internazionali in materia hanno con lui un grande debito.
Nato nel 1924 presso Mosca, trascorse l’infanzia in un villaggio, poi lavorò come tornitore in una fabbrica. Chiamato alle armi nella seconda guerra mondiale, si distinse come tenente sul fronte ucraino, meritando una decorazione. Dopo la laurea in Fisica all’Università di Mosca fu ricercatore in meccaniche quantistiche e su progetti di acceleratori di partic…
Nato nel 1924 presso Mosca, trascorse l’infanzia in un villaggio, poi lavorò come tornitore in una fabbrica. Chiamato alle armi nella seconda guerra mondiale, si distinse come tenente sul fronte ucraino, meritando una decorazione. Dopo la laurea in Fisica all’Università di Mosca fu ricercatore in meccaniche quantistiche e su progetti di acceleratori di partic…
Di poche persone si può usare fondatamente il termine ‘leggendario’. Yuri Orlov, fisico nucleare e storico dissidente sovietico, scomparso negli Stati Uniti il 27 settembre all’età di 96 anni, è una di queste. Il mondo scientifico lo ricorderà anche per le sue ricerche e per il contributo dato al Dipartimento di Fisica della prestigiosa Cornell University dello Stato di New York, al CERN e ad altri istituti; ma tutti coloro che operano per la libertà, i diritti civili, il rispetto degli accordi internazionali in materia hanno con lui un grande debito.
Nato nel 1924 presso Mosca, trascorse l’infanzia in un villaggio, poi lavorò come tornitore in una fabbrica. Chiamato alle armi nella seconda guerra mondiale, si distinse come tenente sul fronte ucraino, meritando una decorazione. Dopo la laurea in Fisica all’Università di Mosca fu ricercatore in meccaniche quantistiche e su progetti di acceleratori di particelle; ma quando nel 1956, in una riunione di partito successiva al rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS sui crimini dello stalinismo, sostenne l’idea di una “democrazia basata sul socialismo” fu espulso dal partito stesso per “socialdemocrazia”, privato del nulla osta a collaborare a quei progetti (coperti da segreto militare) e dimesso dall’incarico.
Lavorò per alcuni anni nell’Istituto di Fisica di Yerevan e in quello sul magnetismo terreste dell’Accademia delle Scienze sovietica, ma anche da questa nel 1973 fu licenziato: in quel caso, per avere sostenuto l’accademico Andrej Sakharov nelle sue tesi per i diritti civili e per un articolo circolato nel samizdat (letteralmente, ‘autoeditoria’ – fatta di copie dattiloscritte su veline) intitolato “Sulle ragioni dell’arretratezza intellettuale dell’URSS”.
Da allora fece parte del gruppo sovietico di Amnesty International; ma fu nel 1976 che ebbe l’idea che avrebbe ispirato un vasto movimento, diffusosi rapidamente in Europa e in Nord America. Nell’agosto 1975 era stato infatti firmato l’Atto Finale della Conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, il cui storico punto di forza fu il legare, con una chiara Dichiarazione in dieci principi fondamentali, le questioni del disarmo e della cooperazione al rispetto dei diritti umani nei 35 Stati partecipanti: quelli dei due blocchi di allora – in Europa, Canada e Stati Uniti – e quelli neutrali. Yuri Orlov fu il più deciso assertore di un concetto soltanto in apparenza molto semplice: ora che i governi avevano firmato, occorreva che applicassero quei punti nella realtà.
Nel maggio 1976, con una conferenza stampa nell’appartamento di Sakharov, annunciò con tale obiettivo la costituzione del “Gruppo Helsinki di Mosca”. Per i regimi dell’Unione Sovietica, della Cecoslovacchia (dove due anni dopo Vaclav Havel avrebbe fondato “Charta 77”) e di altri Stati totalitari, pretese di quel tipo erano assimilabili a tradimento. Così, nel 1977 Yuri fu arrestato dal KGB, come poi accadde ad altri membri del gruppo quali Alexander Ginzburg, Anatoly Sharansky e Malva Landa. Fu condannato a sette anni di detenzione e lavori forzati più cinque di esilio interno in Siberia per “agitazione e propaganda anti-sovietica”.
Nell’autunno del 1986 era ancora confinato in un remoto villaggio della Jakuzia quando, privato della cittadinanza sovietica, fu espulso dall’URSS, nell’ambito di uno scambio con due spie sovietiche arrestate negli Stati Uniti. Fu pochi giorni dopo che lo conobbi, durante una riunione a Vienna della Federazione Internazionale Helsinki per i Diritti Umani che coordinava i Comitati Helsinki nati in molti Paesi, mentre stavo per costituire quello italiano. Da allora fui onorato della sua amicizia, condividendo anche in questo la gratitudine che molti, nella ‘human rights community’, dobbiamo al suo esempio e alle sue idee. Oltre al coraggio e alla capacità di sacrificio, di Yuri ammiravamo l’approccio imparziale per la difesa dei diritti umani, condotto in modo intransigente e sulla base di un monitoraggio obiettivo, senza pregiudiziali politiche.
Nel 1995 l’American Physical Society gli assegnò la medaglia Nicholson per l’impegno umanitario; nel 2006 il premio Sakharov da essa istituito per gli scienziati che abbiano ottenuto eccezionali risultati in questo campo. La motivazione ne ricordava, tra l’altro, l’avere unito “l’amore per la fisica a un’intensa dedizione ai diritti umani a livello internazionale” e l’essersi battuto per la libertà nonostante le gravi conseguenze personali, evidenziando che il suo impegno ha “ispirato generazioni di combattenti per la libertà in tutto il mondo”.
Il suo libro autobiografico Dangerous Thoughts: Memoirs of a Russian Life, pubblicato negli Stati Uniti nel 1991, potrebbe ancora insegnare molte cose a noi tutti e contribuire a farci sentire più vicini a quanti – dalla Bielorussia a Hong Kong, dall’Iran al Venezuela e a molti altri Paesi – devono ancora affrontare una repressione spietata per le sue stesse lotte per la libertà.
* Presidente della Federazione Italiana Diritti Umani
Nato nel 1924 presso Mosca, trascorse l’infanzia in un villaggio, poi lavorò come tornitore in una fabbrica. Chiamato alle armi nella seconda guerra mondiale, si distinse come tenente sul fronte ucraino, meritando una decorazione. Dopo la laurea in Fisica all’Università di Mosca fu ricercatore in meccaniche quantistiche e su progetti di acceleratori di particelle; ma quando nel 1956, in una riunione di partito successiva al rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS sui crimini dello stalinismo, sostenne l’idea di una “democrazia basata sul socialismo” fu espulso dal partito stesso per “socialdemocrazia”, privato del nulla osta a collaborare a quei progetti (coperti da segreto militare) e dimesso dall’incarico.
Lavorò per alcuni anni nell’Istituto di Fisica di Yerevan e in quello sul magnetismo terreste dell’Accademia delle Scienze sovietica, ma anche da questa nel 1973 fu licenziato: in quel caso, per avere sostenuto l’accademico Andrej Sakharov nelle sue tesi per i diritti civili e per un articolo circolato nel samizdat (letteralmente, ‘autoeditoria’ – fatta di copie dattiloscritte su veline) intitolato “Sulle ragioni dell’arretratezza intellettuale dell’URSS”.
Da allora fece parte del gruppo sovietico di Amnesty International; ma fu nel 1976 che ebbe l’idea che avrebbe ispirato un vasto movimento, diffusosi rapidamente in Europa e in Nord America. Nell’agosto 1975 era stato infatti firmato l’Atto Finale della Conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, il cui storico punto di forza fu il legare, con una chiara Dichiarazione in dieci principi fondamentali, le questioni del disarmo e della cooperazione al rispetto dei diritti umani nei 35 Stati partecipanti: quelli dei due blocchi di allora – in Europa, Canada e Stati Uniti – e quelli neutrali. Yuri Orlov fu il più deciso assertore di un concetto soltanto in apparenza molto semplice: ora che i governi avevano firmato, occorreva che applicassero quei punti nella realtà.
Nel maggio 1976, con una conferenza stampa nell’appartamento di Sakharov, annunciò con tale obiettivo la costituzione del “Gruppo Helsinki di Mosca”. Per i regimi dell’Unione Sovietica, della Cecoslovacchia (dove due anni dopo Vaclav Havel avrebbe fondato “Charta 77”) e di altri Stati totalitari, pretese di quel tipo erano assimilabili a tradimento. Così, nel 1977 Yuri fu arrestato dal KGB, come poi accadde ad altri membri del gruppo quali Alexander Ginzburg, Anatoly Sharansky e Malva Landa. Fu condannato a sette anni di detenzione e lavori forzati più cinque di esilio interno in Siberia per “agitazione e propaganda anti-sovietica”.
Nell’autunno del 1986 era ancora confinato in un remoto villaggio della Jakuzia quando, privato della cittadinanza sovietica, fu espulso dall’URSS, nell’ambito di uno scambio con due spie sovietiche arrestate negli Stati Uniti. Fu pochi giorni dopo che lo conobbi, durante una riunione a Vienna della Federazione Internazionale Helsinki per i Diritti Umani che coordinava i Comitati Helsinki nati in molti Paesi, mentre stavo per costituire quello italiano. Da allora fui onorato della sua amicizia, condividendo anche in questo la gratitudine che molti, nella ‘human rights community’, dobbiamo al suo esempio e alle sue idee. Oltre al coraggio e alla capacità di sacrificio, di Yuri ammiravamo l’approccio imparziale per la difesa dei diritti umani, condotto in modo intransigente e sulla base di un monitoraggio obiettivo, senza pregiudiziali politiche.
Nel 1995 l’American Physical Society gli assegnò la medaglia Nicholson per l’impegno umanitario; nel 2006 il premio Sakharov da essa istituito per gli scienziati che abbiano ottenuto eccezionali risultati in questo campo. La motivazione ne ricordava, tra l’altro, l’avere unito “l’amore per la fisica a un’intensa dedizione ai diritti umani a livello internazionale” e l’essersi battuto per la libertà nonostante le gravi conseguenze personali, evidenziando che il suo impegno ha “ispirato generazioni di combattenti per la libertà in tutto il mondo”.
Il suo libro autobiografico Dangerous Thoughts: Memoirs of a Russian Life, pubblicato negli Stati Uniti nel 1991, potrebbe ancora insegnare molte cose a noi tutti e contribuire a farci sentire più vicini a quanti – dalla Bielorussia a Hong Kong, dall’Iran al Venezuela e a molti altri Paesi – devono ancora affrontare una repressione spietata per le sue stesse lotte per la libertà.
* Presidente della Federazione Italiana Diritti Umani