Ricciardi: "Il sistema va rafforzato in vista della terza ondata"
Michele BocciIl consulente del ministro Speranza: "In Italia il modello sud coreano di tracciamento non può funzionare, ma potenziare la rete è indispensabile"
Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, durante la prima ondata ha fatto parte del gruppo di lavoro del ministero dell'Innovazione per studiare strategie di tracciamento.
Professore, l'Italia è ancora in tempo per fare un tracciamento più efficiente e tecnologico, come alcuni Paesi dell'Estremo Oriente?
"In alcune regioni ormai è troppo tardi perché fronteggiano una crescita esponenziale del contagio. Non possono più basarsi sul tracing, devono fare chiusure. Altrove però il tracciamento va potenziato: c'è la prospettiva di una terza ondata".
In Corea del sud si usano anche le telecamere facciali, si può fare anche da noi?
"Non bisogna arrivare a quell'estremo, ma si può comunque pensare a un tracciamento tecnologicamente più penetrante rispetto a quello usato adesso. Il sistema non dovrebbe dare solo la notifica dell'avvenuto contagio, come f…
Professore, l'Italia è ancora in tempo per fare un tracciamento più efficiente e tecnologico, come alcuni Paesi dell'Estremo Oriente?
"In alcune regioni ormai è troppo tardi perché fronteggiano una crescita esponenziale del contagio. Non possono più basarsi sul tracing, devono fare chiusure. Altrove però il tracciamento va potenziato: c'è la prospettiva di una terza ondata".
In Corea del sud si usano anche le telecamere facciali, si può fare anche da noi?
"Non bisogna arrivare a quell'estremo, ma si può comunque pensare a un tracciamento tecnologicamente più penetrante rispetto a quello usato adesso. Il sistema non dovrebbe dare solo la notifica dell'avvenuto contagio, come f…
Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, durante la prima ondata ha fatto parte del gruppo di lavoro del ministero dell'Innovazione per studiare strategie di tracciamento.
Professore, l'Italia è ancora in tempo per fare un tracciamento più efficiente e tecnologico, come alcuni Paesi dell'Estremo Oriente?
"In alcune regioni ormai è troppo tardi perché fronteggiano una crescita esponenziale del contagio. Non possono più basarsi sul tracing, devono fare chiusure. Altrove però il tracciamento va potenziato: c'è la prospettiva di una terza ondata".
In Corea del sud si usano anche le telecamere facciali, si può fare anche da noi?
"Non bisogna arrivare a quell'estremo, ma si può comunque pensare a un tracciamento tecnologicamente più penetrante rispetto a quello usato adesso. Il sistema non dovrebbe dare solo la notifica dell'avvenuto contagio, come fa Immuni, ma anche qualche forma di georeferenziazione per ricostruire la catena dei contatti. Lo proposi ad aprile, ma mi dissero che non si poteva fare, le forze politiche erano tutte contrarie".
Immuni è utile?
"A parte che l'hanno scaricata troppo poche persone, la app ha un'utilità limitata dal fatto che consente la segnalazione del contatto ,ma non la vera indagine epidemiologica. Soprattutto non permette di dare prestazioni aggiuntive ai positivi. Sarebbe ad esempio stato utile che ai tracciati venissero offerti test e assistenza a casa".
Lei ha parlato di tecnologia, ma i dipartimenti di prevenzione delle Asl soffrono di organici ridotti.
"Non va bene. Vivremo mesi col virus e dobbiamo avere soldati in trincea. Ora sono troppo pochi. Ma questa è una guerra che ha bisogno anche di tecnologia. Se non hai uomini e, come detto, disponi di strumenti tecnologici limitati, il virus entra, scavalca la trincea e dilaga".
Cosa serve nelle regioni più in difficoltà?
"Vanno fatte chiusure mirate, con precisione chirurgica. In questa fase non ha senso muoversi a livello regionale, ma metropolitano, provinciale, comunale. Non è più il momento di lockdown generalizzati. Ma i governatori devono assumersi le loro responsabilità. Ad alto rischio ora ci sono Milano e Napoli, ma anche Roma, tra un po', potrebbe essere nella stessa situazione".
A cosa è dovuto il rapido aumento dei casi degli ultimi giorni?
"Come ormai noto, l'andamento dell'epidemia è legato a quello che è successo due-tre settimane prima. Se guardiamo indietro, vediamo comportamenti a rischio in ambito ricreativo, tra serate fuori, movida e così via, e assembramenti in circoli, palestre, luoghi dove ci si incontra in tanti per manifestazioni varie. Poi ci sono i trasporti pubblici. Il tutto si convoglia nelle case, dove avviene la trasmissione intrafamiliare, che genera il maggior numero di casi. Così in certe zone del Paese si è perso il controllo, la crescita dei casi non è più lineare, ma esponenziale".
Gli ospedali hanno meno problemi rispetto alla prima fase?
"In certe zone cominciano ad avere un pressione enorme. Reggono magari le rianimazioni, ma non gli altri reparti. Arrivano i pazienti Covid e gli altri malati vengono espulsi dall'ospedale. A farci capire che sta avvenendo qualcosa di negativo c'è il ritorno delle infezioni tra il personale sanitario. Tutto questo ci deve preoccupare perché non c'è ancora il freddo. Quando arriverà inizieranno influenza e raffreddamenti. A quel punto rischiamo il disastro".
Lei segue l'acquisto del nuovo vaccino, arriverà a dicembre?
"Non è più certo, anzi, Ema, l'ente regolatorio europeo, ha detto che sarebbe un miracolo se lo avessimo nel 2020, tenendo conto dei tempi dell'autorizzazione, che anche se accelerata deve garantire qualità e sicurezza. Arriverà di certo, ma adesso non sappiamo quando".
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Professore, l'Italia è ancora in tempo per fare un tracciamento più efficiente e tecnologico, come alcuni Paesi dell'Estremo Oriente?
"In alcune regioni ormai è troppo tardi perché fronteggiano una crescita esponenziale del contagio. Non possono più basarsi sul tracing, devono fare chiusure. Altrove però il tracciamento va potenziato: c'è la prospettiva di una terza ondata".
In Corea del sud si usano anche le telecamere facciali, si può fare anche da noi?
"Non bisogna arrivare a quell'estremo, ma si può comunque pensare a un tracciamento tecnologicamente più penetrante rispetto a quello usato adesso. Il sistema non dovrebbe dare solo la notifica dell'avvenuto contagio, come fa Immuni, ma anche qualche forma di georeferenziazione per ricostruire la catena dei contatti. Lo proposi ad aprile, ma mi dissero che non si poteva fare, le forze politiche erano tutte contrarie".
Immuni è utile?
"A parte che l'hanno scaricata troppo poche persone, la app ha un'utilità limitata dal fatto che consente la segnalazione del contatto ,ma non la vera indagine epidemiologica. Soprattutto non permette di dare prestazioni aggiuntive ai positivi. Sarebbe ad esempio stato utile che ai tracciati venissero offerti test e assistenza a casa".
Lei ha parlato di tecnologia, ma i dipartimenti di prevenzione delle Asl soffrono di organici ridotti.
"Non va bene. Vivremo mesi col virus e dobbiamo avere soldati in trincea. Ora sono troppo pochi. Ma questa è una guerra che ha bisogno anche di tecnologia. Se non hai uomini e, come detto, disponi di strumenti tecnologici limitati, il virus entra, scavalca la trincea e dilaga".
Cosa serve nelle regioni più in difficoltà?
"Vanno fatte chiusure mirate, con precisione chirurgica. In questa fase non ha senso muoversi a livello regionale, ma metropolitano, provinciale, comunale. Non è più il momento di lockdown generalizzati. Ma i governatori devono assumersi le loro responsabilità. Ad alto rischio ora ci sono Milano e Napoli, ma anche Roma, tra un po', potrebbe essere nella stessa situazione".
A cosa è dovuto il rapido aumento dei casi degli ultimi giorni?
"Come ormai noto, l'andamento dell'epidemia è legato a quello che è successo due-tre settimane prima. Se guardiamo indietro, vediamo comportamenti a rischio in ambito ricreativo, tra serate fuori, movida e così via, e assembramenti in circoli, palestre, luoghi dove ci si incontra in tanti per manifestazioni varie. Poi ci sono i trasporti pubblici. Il tutto si convoglia nelle case, dove avviene la trasmissione intrafamiliare, che genera il maggior numero di casi. Così in certe zone del Paese si è perso il controllo, la crescita dei casi non è più lineare, ma esponenziale".
Gli ospedali hanno meno problemi rispetto alla prima fase?
"In certe zone cominciano ad avere un pressione enorme. Reggono magari le rianimazioni, ma non gli altri reparti. Arrivano i pazienti Covid e gli altri malati vengono espulsi dall'ospedale. A farci capire che sta avvenendo qualcosa di negativo c'è il ritorno delle infezioni tra il personale sanitario. Tutto questo ci deve preoccupare perché non c'è ancora il freddo. Quando arriverà inizieranno influenza e raffreddamenti. A quel punto rischiamo il disastro".
Lei segue l'acquisto del nuovo vaccino, arriverà a dicembre?
"Non è più certo, anzi, Ema, l'ente regolatorio europeo, ha detto che sarebbe un miracolo se lo avessimo nel 2020, tenendo conto dei tempi dell'autorizzazione, che anche se accelerata deve garantire qualità e sicurezza. Arriverà di certo, ma adesso non sappiamo quando".
©RIPRODUZIONE RISERVATA