Cronaca

AAA Michelangelo vendesi per tappare i buchi del Covid

Banche, musei e compagnie aeree mettono all'asta le loro collezioni d'arte per dribblare la pandemia. Da Picasso a Wahrol, una valanga milionaria di opere in arrivo sul mercato. Compresi i super tuscan degli chef
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MILANO - AAA Michelangelo (o Andy Warhol o Pablo Picasso) vendesi per tappare i buchi aperti dal Covid. L’epoca delle vacche grasse – quando banche, aziende e musei andavano in giro per il mondo a caccia di opere d’arte per arricchire le proprie collezioni - è finita. La pandemia ha picchiato duro sui bilanci di molte società e costretto le esposizioni permanenti a chiudere i battenti o a ridurre drasticamente il numero dei visitatori. E i loro amministratori, spesso controvoglia, sono stati costretti fare il grande passo: battere all’asta quadri e sculture (ma anche vini pregiati o mobili d’antiquariato) per rimettere in sesto i conti o evitare di licenziare dipendenti. Un’operazione milionaria che ha visto arrivare sul mercato negli ultimi mesi opere di Michelangelo, Andy Warhol e Picasso che valgono decine di milioni l’una.

Il caso scuola di questi saldi artistici è quello della British Airways. Il traffico aereo è congelato dal coronavirus. La compagnia aerea inglese ha perso 4,2 miliardi nei primi sei mesi dell’anno e ha annunciato 12mila tagli. E nel pieno della crisi gli occhi dei suoi manager, a caccia disperata di liquidità, sono caduti sui quadri appesi alle pareti del quartiere generale dell’aerolinea. Nessuno aveva un’idea del loro valore. Ma dopo una prima stima, la società ha rotto gli indugi: ha staccato i dipinti dai muri, li ha affidati a Sotheby’s che li ha battuti all’asta a fine luglio incassando 2,7 milioni di euro, con Cool Edge di Bridget Riley a fare la parte del leone grazie a un’offerta finale di 2 milioni.

Il dilemma della Royal Academy di Londra, invece, finanziariamente parlando, è molto più impegnativo. I conti della galleria di Piccadilly sono in profondo rosso causa crollo del 75% delle entrate. Il management ha presentato ai curatori un conto amaro: per tenere aperto bisogna tagliare 150 lavoratori, il 40% dell’organico. Un sacrificio pesante che si può evitare facendo cassa con qualcuno dei capolavori della collezione. Quale? Il candidato numero uno è il Tondo Taddei, un bassorilievo di Michelangelo arrivato sul Tamigi nel 1823 che da solo potrebbe consentire di raccogliere quasi 120 milioni di euro. L’ipotesi è sul tavolo del cda. Ma nessuno ha ancora avuto il coraggio di dare il disco verde alla vendita.

Deutsche Bank invece – dove le priorità tra denaro e arte sono più chiare - si è fatta meno scrupoli. E nelle ultime settimane ha affidato a Christie’s e a Ketterer Kunts per la vendita oltre 200 opere della sua collezione, da cui conta di raccogliere qualche decina di milioni che fanno comodo in un momento di crisi in cui ha appena annunciato 18mila tagli. Tra i lavori destinati a finire sotto il martelletto del battitore ci sono quadri di Egon Schiele, Paul Klee e Wassily Kandinskj e la cessione – ha spiegato la banca – “serve anche a riposizionare il patrimonio artistico verso l’arte moderna”. Raccogliendo, intanto, un po’ di quattrini.

Le ragioni del cuore non sono bastate invece alla Royal Opera House di Londra, che negli ultimi mesi ha perso tre sterline ogni 5 che sono entrate in cassa. Le casse sono vuote. Gli stipendi di ballerini e dipendenti vanno pagati. E il management ha deciso di privarsi del preziosissimo ritratto a firma di David Kockney di David Webster, il manager che ha guidato nel dopoguerra e per 25 anni il gruppo. Un quadro che dà solo potrebbe raccogliere quasi 20 milioni di euro, regalando una preziosa boccata d’ossigeno alla gloriosa istituzione inglese. Mal comune, del resto, mezzo gaudio. Il lockdown ha costretto Joe Bastianich a liquidare parte della cantina del suo ristorante di New York mettendo all’asta alcuni preziosi super-tuscan. Il governo francese ha liquidato un po’ dei mobili e degli arazzi della sua collezione pubblica per aiutare gli ospedali a gestire l’emergenza Covid. Ubi maior (la crisi pandemica) minor cessat. E le grandi aste dei gioielli di famiglia, con la seconda ondata del Covid, rischiano di essere solo l’inizio dei saldi dell’argenteria di famiglia.