Caso Consip, a processo i carabinieri Scafarto e Sessa
di
Francesco Salvatore
Giampaolo Scafarto (ansa)
L'ex maggiore del Noe, dimessosi oggi dalla carica di assessore di Castellammare di Stabia, è accusato di rivelazione del segreto, falso e depistaggio
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Giampaolo Scafarto, ex maggiore del Noe dei carabinieri, e Alessandro Sessa, colonnello dell’Arma stesso nucleo, sono stati rinviati a giudizio in uno dei filoni del caso Consip. A deciderlo i giudici della seconda sezione della Corte d’appello di Roma. Entrambi erano stati prosciolti dal gup Clementina Forleo nell’ottobre del 2019 ma la procura generale ha impugnato la decisione, finendo davanti alla Corte d’appello. Per Scafarto l’accusa è di rivelazione del segreto, falso e depistaggio, mentre per Sessa l’accusa è di depistaggio. Il pm Mario Palazzi, che in questo procedimento è stato applicato alla procura generale, nella requisitoria aveva spiegato: “Le prove acquisite sono granitiche”.
Il processo si aprirà davanti alla seconda sezione collegiale del tribunale di Roma il 9 dicembre. Anche se la procura è indirizzata a chiedere la riunione con l’altro troncone del processo, già in fase dibattimentale, che vede indagati Carlo Russo, imprenditore vicino a Tiziano Renzi, Luca Lotti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione Toscana dei carabinieri e Tullio Del Sette, ex comandante generale dei carabinieri.
“La Corte d'appello non ha condiviso la scelta processuale del gup - ha commentato l’avvocato Giovanni Annunziata, difensore di Scafarto - e ha ritenuto che la vicenda debba essere sottoposta al vaglio del giudice dibattimentale, il quale, a nostro parere, non potrà che giungere alle analoghe conclusioni cui è giunto il gup”.
Per Scafarto l’accusa è di aver svelato al vicedirettore del Fatto Quotidiano, Marco Lillo, il contenuto delle dichiarazioni di Luigi Marroni, ex ad di Consip, agli inquirenti di Napoli e l’iscrizione nel registro degli indagati di Tullio Del Sette, atto coperto da segreto. Inoltre avrebbe falsificato un’informativa attribuendo la frase “Renzi, l’ultima volta che l’ho incontrato” all’imprenditore Alfredo Romeo, invece che all’ex parlamentare Italo Bocchino, al tempo collaboratore di quest’ultimo. Scafarto ha sempre negato ogni falsificazione. Per la procura, invece, il suo obiettivo era tirare in ballo nell’inchiesta il padre dell’ex premier Matteo Renzi, Tiziano.
Sempre al militare, in concorso con Sessa, è contestato il depistaggio per aver disinstallato Whatsapp dallo smartphone del colonnello per impedire agli inquirenti di ricostruire le loro conversazioni.
In un terzo filone sono indagati Tiziano Renzi, Denis Verdini, senatore di Ala, l’ex parlamentare Italo Bocchino e altre 8 persone. La procura, dopo una richiesta di archiviazione respinta dal gip, ha chiuso l’indagine contestando al padre del senatore di Italia Viva il traffico di influenze e la turbativa d’asta per aver ricevuto una promessa di denaro dall’imprenditore Alfredo Romeo.
Dopo la notizia del rinvio a giudizio l'ex maggiore del Noe Scafarto si è dimesso dalla carica di assessore alla Sicurezza del Comune di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli. "Il mio senso di responsabilità nei confronti delle istituzioni - spiega - e, ancor più, il profondo rispetto che nutro verso il sindaco, che ha puntato su di me e mi ha sempre sostenuto sin dal primo giorno, mi impongono questa scelta che effettuo a malincuore ma con la piena consapevolezza di aver svolto sempre il mio dovere con il massimo impegno e con grande senso del dovere nella città in cui sono nato e tuttora vivo con la mia famiglia"