Cronaca

Reparti in affanno, poche terapie intensive e Rt alto. Ecco perché la Calabria è diventata zona rossa

(agf)
Conta meno contagi di altre Regioni ma il sistema sanitario già fragile è stato rafforzato poco o nulla in questi mesi
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Non conta i casi per migliaia come Lombardia o Piemonte, non ha una densità di contagi preoccupante come la Val d’Aosta, ma la Calabria ugualmente è finita in zona rossa. Motivo? I suoi circa 3600 contagi già bastano per mettere a rischio la tenuta del sistema sanitario. 
 
“Un tentativo di piegare la schiena ai calabresi” lamenta ma senza spiegare il perché di tale presunto accanimento il presidente facente funzioni Nino Spirlì, che governa la Regione dall’improvvisa morte della governatrice Jole Santelli, “una scelta inquietante, forse fatta per giustificare l'azione autoritaria di voler governare la Regione in modo parallelo attraverso la proroga del decreto Calabria” dice la sua Lega e sullo stesso crinale scivolano deputati, senatori e consiglieri regionali del centrodestra, pronti – promettono - a bussare alla porta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, giurando che non ci siano evidenze scientifiche sufficienti a sostegno della chiusura. Parole che sono benzina per le proteste – più o meno spontanee- che sono state convocate per domani da ristoratori, commercianti o associazioni, spesso vicine alla politica in più parti della regione.  
 
In realtà, nonostante il numero di contagi sia di gran lunga più basso di quello registrato nelle altre zone rosse, ci sono altri numeri che condannano la Calabria. Con un Rt (indice di trasmissione) medio dell’1,66, la regione è oltre qull’1,5 che per il Cts è soglia di rischio. Poi il Covid19 corre, si propaga, si moltiplica in decine di focolai, come in Calabria non aveva mai fatto. Se persino durante il lockdown solo in un’occasione sono stati registrati più di 100 nuovi casi giornalieri, da settimane ormai i contagi quotidiani superano i 200. E dopo oltre un decennio di commissariamento, che si è tradotto in tagli lineari di reparti e personale, i casi attivi già bastano a mettere in discussione la tenuta del sistema. 
 
Il primo allarme ufficiale era arrivato la settimana scorsa dall’Istituto superiore di sanità e da allora la curva dei contagi non è mai scesa. Certo, il nuovo “metodo di valutazione” dei ricoveri stabilito da Regione Calabria ha consentito di ritoccare al ribasso i numeri dei posti occupati in terapia intensiva. Nell’arco di poche ore, sono passati da 26 a 10 perché dal 3 novembre, solo chi è intubato sarà considerato in terapia intensiva. Chi è in ventilazione assistita, sebbene ricoverato nel medesimo reparto, no. Una differenziazione tutta calabrese che migliora le statistiche – in questo modo Agenas può dire che solo il 7% dei posti di terapia intensiva sono occupati da malati Covid, senza specificare quanti siano utilizzati da pazienti affetti da altre patologie – ma non la situazione.    

Anche perché dalla scoperta del contagio alla terapia intensiva ci sono una serie di step intermedi, dall’assistenza domiciliare al ricovero in reparto, e tutti sono deficitari. Solo metà delle 37 Usca previste, incaricate anche del tracciamento, sono state attivate, le assunzioni di medici e paramedici sono in larga parte rimaste sulla carta e  212 ricoveri sono bastati a mandare quasi in tilt i reparti di tutta la Calabria. Lo ha involontariamente ammesso anche l’assessore regionale all’Istruzione, l’astrofisica Sandra Savaglio, che ai microfoni di un’emittente locale ha detto: “Ospedali pieni in Calabria? Questa situazione si poteva prevedere, molti speravano che non succedesse e invece è successo”. Insomma, il problema vero è la fragilità del sistema sanitario. I 3600 casi attualmente attivi bastano a metterlo in crisi.  

A Roma poi non sono neanche convinti che dalla Calabria arrivino dati certi sui contagi. Li temono sottostimati. Quotidianamente, non si fanno più di 2800-2900 tamponi, i laboratori non sono stati potenziati e c’è difficoltà anche a individuare le reti dei contatti, anche perché la Calabria è ultima in classifica per utenti di Immuni. Ad aggravare il caos poi – denunciano sindaci come Michele Conia di Cinquefrondi nel reggino – ci sono anche cliniche e laboratori privati, che dal maggio eseguono tamponi e sierologici (ovviamente a pagamento) e non sono stati mai coinvolti in modo scientifico in un sistema di raccolta dati.    

Eppure, con i primi Dpcm, le regole del commissariamento sono saltate e l’allora governatrice Santelli e la sua Giunta hanno avuto un assegno in bianco e mano libera per procedere con assunzioni, acquisto di materiale e attrezzature e rafforzare i reparti. Cosa sia stato fatto non è mai stato chiarito, di certo la Regione è arrivata impreparata alla seconda ondata e con una dotazione sanitaria distante anni luce dalle linee guida fissate dal ministero della Salute.  

Ecco perché insieme al lockdown per la Calabria arriva un ulteriore commissariamento, che di fatto esautora quasi del tutto la Regione. “In ragione della situazione emergenziale in corso e verificato il reiterato mancato raggiungimento, nella Regione Calabria, del punteggio minimo previsto dalla griglia dei livelli essenziali di assistenza (LEA) in ambito sanitario e degli obiettivi economico-finanziari previsti nei programmi operativi, il testo dispone, per la stessa regione, misure eccezionali per assicurare il fondamentale diritto alla salute” si legge nella nota diramata al termine del Consiglio dei ministri. Per i prossimi 2 anni, prorogabili di ulteriori dodici mesi, la Regione sulla sanità non toccherà palla.  

Il commissario dovrà mettere i conti a posto e per farlo avrà a disposizione 60milioni l’anno, ma soprattutto sarà lui a gestire le nomine di tutti i manager ospedalieri – con la Regione ridotta a un mero ruolo consultivo- la programmazione sanitaria e socio-sanitaria regionale, gli appalti superiori alle soglie di rilevanza comunitaria e, in via esclusiva, l'espletamento delle procedure di approvvigionamento di beni, servizi e lavori di manutenzione. Al commissario toccherà anche vigilare sull’attuazione del piano Covid e definire quello triennale straordinario di edilizia sanitaria e di adeguamento tecnologico della rete di emergenza, ospedaliera e territoriale della Regione. Traduzione, un piano straordinario per adeguare l’offerta di salute a quella garantita nel resto del Paese.