La grande voglia di cambiare
di Yascha Mounk , di Yascha MounkGli elettori hanno assolto Trump sulla gestione dell’emergenza Covid ma non gli hanno perdonato i toni razzisti della sua campagna
Come presidente, Donald Trump ha provocato un’incredibile quantità di inutili sofferenze e ha sottoposto le istituzioni democratiche del Paese alla più dura prova mai subita da più di un secolo. Sono sopravvissute a quella prova. Joe Biden ha sconfitto di misura Trump mettendo fine all’incubo di questi ultimi quattro anni.
Un’amministrazione competente e umana si prepara ora ad entrare alla Casa Bianca. Molti dei problemi che la nazione dovrà affrontare rimangono di difficilissima soluzione, ma non c’è dubbio che il 46° presidente degli Stati Uniti lavorerà per affrontare il pericolo tuttora presente della pandemia globale, e non per sminuirlo; per migliorare la vita degli immigrati e delle minoranze, e non per metterla a repentaglio; e per unire gli americani, non per dividerli.
Che cosa significa la vittoria di Biden? Nelle prime fasi della campagna, gli esperti avevano definito Joe Biden un anacronismo arrivato…
Un’amministrazione competente e umana si prepara ora ad entrare alla Casa Bianca. Molti dei problemi che la nazione dovrà affrontare rimangono di difficilissima soluzione, ma non c’è dubbio che il 46° presidente degli Stati Uniti lavorerà per affrontare il pericolo tuttora presente della pandemia globale, e non per sminuirlo; per migliorare la vita degli immigrati e delle minoranze, e non per metterla a repentaglio; e per unire gli americani, non per dividerli.
Che cosa significa la vittoria di Biden? Nelle prime fasi della campagna, gli esperti avevano definito Joe Biden un anacronismo arrivato…
Come presidente, Donald Trump ha provocato un’incredibile quantità di inutili sofferenze e ha sottoposto le istituzioni democratiche del Paese alla più dura prova mai subita da più di un secolo. Sono sopravvissute a quella prova. Joe Biden ha sconfitto di misura Trump mettendo fine all’incubo di questi ultimi quattro anni.
Un’amministrazione competente e umana si prepara ora ad entrare alla Casa Bianca. Molti dei problemi che la nazione dovrà affrontare rimangono di difficilissima soluzione, ma non c’è dubbio che il 46° presidente degli Stati Uniti lavorerà per affrontare il pericolo tuttora presente della pandemia globale, e non per sminuirlo; per migliorare la vita degli immigrati e delle minoranze, e non per metterla a repentaglio; e per unire gli americani, non per dividerli.
Che cosa significa la vittoria di Biden? Nelle prime fasi della campagna, gli esperti avevano definito Joe Biden un anacronismo arrivato troppo tardi. Nato durante la Seconda guerra mondiale, Biden prestò giuramento come senatore degli Stati Uniti nella stessa settimana in cui il pugile George Foreman diventò campione del mondo dei pesi massimi. Tentò una prima volta di diventare presidente, senza riuscirci, quando c’era ancora il muro di Berlino e quasi la metà degli americani oggi viventi non erano ancora nati. Mentre i suoi predecessori democratici, Bill Clinton e Barack Obama, furono eletti alla più alta carica del Paese come giovani impazienti di conquistare il futuro, Biden la assumerà come un nonno gentile che sembra avere nostalgia di un passato più tranquillo.
Biden, tuttavia, è un uomo in grande sintonia con questo momento storico nonostante la sua età, o forse proprio grazie ad essa e alla sua esperienza. I rivali di Biden alle primarie pensavano di potersi assicurare la candidatura democratica presentandosi online con un discorso estremamente pessimista e ripetitivo sul nostro Paese e sulle sue prospettive. Il suo rivale alle elezioni generali pensava di poter mantenere il potere facendo appello agli istinti più bassi dell’America. Biden è riuscito da solo ad evitare la guerra culturale a somma zero che ha logorato la nostra classe politica: né woke, né anti woke, per battere il suo avversario gli è bastato, semplicemente, essere una persona perbene.
Se nel 2016 gli americani premiarono la rabbia e l’estremismo, nel 2020 hanno dato la vittoria a un uomo moderato, che si batte per gli ideali progressisti senza guardare dall’alto in basso i conservatori e crede sia possibile essere orgogliosi dei punti di forza del Paese, ma anche onesti sui suoi difetti. Biden ha vinto perché ha riconosciuto che la maggior parte degli americani ha molta meno voglia di estremismo politico di quanto sembrano credere i conduttori dei notiziari televisivi e le celebrità dei social media.
È ancora troppo presto per scrivere la bozza finale di uno dei capitoli più oscuri dell’America. Ma la sconfitta decisiva di Trump suggerisce che la prima bozza - scritta da analisti, politici, scienziati politici e dallo stesso presidente negli ultimi quattro anni - era eccessivamente pessimista.
Quando Trump vinse le primarie, una dopo l’altra, e sconfisse Hillary Clinton in una vittoria che ribaltò i pronostici, esperti e politologi attribuirono la sua ascesa al razzismo. Alcuni sostennero che un gran numero di americani fossero ansiosi di sentire gli slogan razzisti che furono indiscutibilmente al centro della sua prima campagna.
Uno studio di Diana Mutz, che insegna Scienze e Comunicazione politiche presso la University of Pennsylvania, ha contribuito a consolidare questo punto di vista, sostenendo che «le elezioni del 2016 rappresentarono il tentativo, da parte di alcuni membri di gruppi già dominanti, di mantenere il proprio dominio». Ma le conclusioni dello studio sono, in realtà, molto più incerte dei sommari offerti dai media più popolari. Molti degli americani che avevano votato per Trump, riconosce Mutz, lo fecero perché sostenevano da tempo il partito Repubblicano. E anche se la maggior parte degli americani passati da sostenere Obama nel 2012 a votare Trump nel 2016 sentivano minacciato il loro status sociale, la loro motivazione non era principalmente di natura razziale.
Mutz ha analizzato tre indicatori di ansia da status: «Il sostegno al commercio internazionale, il sostegno all’immigrazione, e la questione se le relazioni degli Stati Uniti con la Cina siano una minaccia o un’opportunità». In altre parole, due dei tre indicatori che, secondo una serie di articoli di stampa, avrebbero dimostrato la centralità del risentimento razziale degli americani, indicavano in realtà soprattutto problemi economici.
È probabile che il razzismo spieghi come Trump riuscì, quattro anni fa, ad attrarre il fervido sostegno di una parte della base repubblicana e a vincere le primarie. E molti americani furono vergognosamente disposti a non tener conto delle dichiarazioni intolleranti di Trump quando lo appoggiarono nel 2016. Ma adesso, non sembra che l’intolleranza sia stata utile a Trump. Il razzismo, anzi, ha danneggiato la sua posizione nell’opinione pubblica americana in generale, e ha motivato un gran numero dei suoi ex sostenitori a votare contro di lui nel 2020.
Interrogati sui risultati raggiunti da Trump durante il suo ultimo anno di presidenza, gli elettori americani gli hanno dato dei voti relativamente buoni sull’economia, e sono stati sorprendentemente generosi nel giudicare la sua gestione del coronavirus. La questione su cui ha lavorato peggio è, di gran lunga, quella razziale.
La rabbia per le opinioni razziali di Trump è stata evidente durante l’estate, quando ho partecipato a un incontro con donne di ceto popolare che avevano in precedenza sostenuto il presidente. Interrogate sull’economia e sulla pandemia, si sono inventate una serie di scuse. Ritenevano che Trump non avesse fatto un buon lavoro in entrambi i casi, ma insistevano sul fatto che gli era capitato un periodo difficile. Interrogate poi sulle opinioni di Trump riguardo all’omicidio di George Floyd, invece, si infuriavano. Il suo evidente desiderio di soffiare sul fuoco delle tensioni razziali le disgustava e non si vergognavano di dirlo.
Gli exit poll lasciano intendere che molte di loro hanno davvero abbandonato Trump. Il presidente in carica ha fatto dei progressi significativi tra gli afroamericani e, soprattutto, tra i latinos. Se ha perso, tuttavia, è perché è stato abbandonato da un gran numero di elettori bianchi che lo avevano sostenuto nel 2016.
Allontanato dal potere, Trump farà tutto il possibile per tirare fuori il peggio dell’America. Il Paese rimane profondamente diviso. L’amministrazione entrante non avrà un attimo da perdere nel riparare i danni provocati negli ultimi quattro anni e nel ristabilire la reputazione dell’America nel mondo.
Ma dopo quattro anni di paura e di vergogna, è giunto il momento della speranza e dell’orgoglio. L’America ha impedito a un populista autoritario di distruggere le sue istituzioni democratiche. Gli elettori si sono mobilitati con un’affluenza alle urne senza precedenti per dimostrare, anche se di stretta misura, che Trump non è il vero volto di questo Paese. Per questo dovremmo ancora una volta osare di essere ottimisti sulla possibilità di costruire una democrazia fiorente e inclusiva che, anno dopo anno, sia sempre più all’altezza dei suoi grandi ideali.
Diciotto mesi fa, lanciando la sua campagna presidenziale nella città di Filadelfia, riferendosi agli ideali sanciti dalla Costituzione degli Stati Uniti, Joe Biden disse: «Tutti sanno chi è Donald Trump; ora dobbiamo fare sapere a tutti chi siamo noi». Lo hanno fatto.
(traduzione di Luis E. Moriones)
L’autore è un politologo tedesco-americano, il suo ultimo libro è “Popolo vs democrazia”, edito da Feltrinelli
Un’amministrazione competente e umana si prepara ora ad entrare alla Casa Bianca. Molti dei problemi che la nazione dovrà affrontare rimangono di difficilissima soluzione, ma non c’è dubbio che il 46° presidente degli Stati Uniti lavorerà per affrontare il pericolo tuttora presente della pandemia globale, e non per sminuirlo; per migliorare la vita degli immigrati e delle minoranze, e non per metterla a repentaglio; e per unire gli americani, non per dividerli.
Che cosa significa la vittoria di Biden? Nelle prime fasi della campagna, gli esperti avevano definito Joe Biden un anacronismo arrivato troppo tardi. Nato durante la Seconda guerra mondiale, Biden prestò giuramento come senatore degli Stati Uniti nella stessa settimana in cui il pugile George Foreman diventò campione del mondo dei pesi massimi. Tentò una prima volta di diventare presidente, senza riuscirci, quando c’era ancora il muro di Berlino e quasi la metà degli americani oggi viventi non erano ancora nati. Mentre i suoi predecessori democratici, Bill Clinton e Barack Obama, furono eletti alla più alta carica del Paese come giovani impazienti di conquistare il futuro, Biden la assumerà come un nonno gentile che sembra avere nostalgia di un passato più tranquillo.
Biden, tuttavia, è un uomo in grande sintonia con questo momento storico nonostante la sua età, o forse proprio grazie ad essa e alla sua esperienza. I rivali di Biden alle primarie pensavano di potersi assicurare la candidatura democratica presentandosi online con un discorso estremamente pessimista e ripetitivo sul nostro Paese e sulle sue prospettive. Il suo rivale alle elezioni generali pensava di poter mantenere il potere facendo appello agli istinti più bassi dell’America. Biden è riuscito da solo ad evitare la guerra culturale a somma zero che ha logorato la nostra classe politica: né woke, né anti woke, per battere il suo avversario gli è bastato, semplicemente, essere una persona perbene.
Se nel 2016 gli americani premiarono la rabbia e l’estremismo, nel 2020 hanno dato la vittoria a un uomo moderato, che si batte per gli ideali progressisti senza guardare dall’alto in basso i conservatori e crede sia possibile essere orgogliosi dei punti di forza del Paese, ma anche onesti sui suoi difetti. Biden ha vinto perché ha riconosciuto che la maggior parte degli americani ha molta meno voglia di estremismo politico di quanto sembrano credere i conduttori dei notiziari televisivi e le celebrità dei social media.
È ancora troppo presto per scrivere la bozza finale di uno dei capitoli più oscuri dell’America. Ma la sconfitta decisiva di Trump suggerisce che la prima bozza - scritta da analisti, politici, scienziati politici e dallo stesso presidente negli ultimi quattro anni - era eccessivamente pessimista.
Quando Trump vinse le primarie, una dopo l’altra, e sconfisse Hillary Clinton in una vittoria che ribaltò i pronostici, esperti e politologi attribuirono la sua ascesa al razzismo. Alcuni sostennero che un gran numero di americani fossero ansiosi di sentire gli slogan razzisti che furono indiscutibilmente al centro della sua prima campagna.
Uno studio di Diana Mutz, che insegna Scienze e Comunicazione politiche presso la University of Pennsylvania, ha contribuito a consolidare questo punto di vista, sostenendo che «le elezioni del 2016 rappresentarono il tentativo, da parte di alcuni membri di gruppi già dominanti, di mantenere il proprio dominio». Ma le conclusioni dello studio sono, in realtà, molto più incerte dei sommari offerti dai media più popolari. Molti degli americani che avevano votato per Trump, riconosce Mutz, lo fecero perché sostenevano da tempo il partito Repubblicano. E anche se la maggior parte degli americani passati da sostenere Obama nel 2012 a votare Trump nel 2016 sentivano minacciato il loro status sociale, la loro motivazione non era principalmente di natura razziale.
Mutz ha analizzato tre indicatori di ansia da status: «Il sostegno al commercio internazionale, il sostegno all’immigrazione, e la questione se le relazioni degli Stati Uniti con la Cina siano una minaccia o un’opportunità». In altre parole, due dei tre indicatori che, secondo una serie di articoli di stampa, avrebbero dimostrato la centralità del risentimento razziale degli americani, indicavano in realtà soprattutto problemi economici.
È probabile che il razzismo spieghi come Trump riuscì, quattro anni fa, ad attrarre il fervido sostegno di una parte della base repubblicana e a vincere le primarie. E molti americani furono vergognosamente disposti a non tener conto delle dichiarazioni intolleranti di Trump quando lo appoggiarono nel 2016. Ma adesso, non sembra che l’intolleranza sia stata utile a Trump. Il razzismo, anzi, ha danneggiato la sua posizione nell’opinione pubblica americana in generale, e ha motivato un gran numero dei suoi ex sostenitori a votare contro di lui nel 2020.
Interrogati sui risultati raggiunti da Trump durante il suo ultimo anno di presidenza, gli elettori americani gli hanno dato dei voti relativamente buoni sull’economia, e sono stati sorprendentemente generosi nel giudicare la sua gestione del coronavirus. La questione su cui ha lavorato peggio è, di gran lunga, quella razziale.
La rabbia per le opinioni razziali di Trump è stata evidente durante l’estate, quando ho partecipato a un incontro con donne di ceto popolare che avevano in precedenza sostenuto il presidente. Interrogate sull’economia e sulla pandemia, si sono inventate una serie di scuse. Ritenevano che Trump non avesse fatto un buon lavoro in entrambi i casi, ma insistevano sul fatto che gli era capitato un periodo difficile. Interrogate poi sulle opinioni di Trump riguardo all’omicidio di George Floyd, invece, si infuriavano. Il suo evidente desiderio di soffiare sul fuoco delle tensioni razziali le disgustava e non si vergognavano di dirlo.
Gli exit poll lasciano intendere che molte di loro hanno davvero abbandonato Trump. Il presidente in carica ha fatto dei progressi significativi tra gli afroamericani e, soprattutto, tra i latinos. Se ha perso, tuttavia, è perché è stato abbandonato da un gran numero di elettori bianchi che lo avevano sostenuto nel 2016.
Allontanato dal potere, Trump farà tutto il possibile per tirare fuori il peggio dell’America. Il Paese rimane profondamente diviso. L’amministrazione entrante non avrà un attimo da perdere nel riparare i danni provocati negli ultimi quattro anni e nel ristabilire la reputazione dell’America nel mondo.
Ma dopo quattro anni di paura e di vergogna, è giunto il momento della speranza e dell’orgoglio. L’America ha impedito a un populista autoritario di distruggere le sue istituzioni democratiche. Gli elettori si sono mobilitati con un’affluenza alle urne senza precedenti per dimostrare, anche se di stretta misura, che Trump non è il vero volto di questo Paese. Per questo dovremmo ancora una volta osare di essere ottimisti sulla possibilità di costruire una democrazia fiorente e inclusiva che, anno dopo anno, sia sempre più all’altezza dei suoi grandi ideali.
Diciotto mesi fa, lanciando la sua campagna presidenziale nella città di Filadelfia, riferendosi agli ideali sanciti dalla Costituzione degli Stati Uniti, Joe Biden disse: «Tutti sanno chi è Donald Trump; ora dobbiamo fare sapere a tutti chi siamo noi». Lo hanno fatto.
(traduzione di Luis E. Moriones)
L’autore è un politologo tedesco-americano, il suo ultimo libro è “Popolo vs democrazia”, edito da Feltrinelli