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La favola di Ahmed e Doudou: "Vivi dopo il naufragio, quelle fedi sono nostre"

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Gli anelli erano su un barchino di migranti semiaffondato. Ora la sorpresa: salvi i due giovani sposi.
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Roma. Li avevamo creduti morti, inghiottiti in silenzio da quel mare che aveva miracolosamente risparmiato le loro fedi, i loro nomi incisi in una vera, ultima testimonianza (da riconsegnare pietosamente ai familiari) di un amore finito precocemente in fondo al Mediterraneo in una notte di ottobre.

E invece Ahmed e Doudou sono vivi e sono insieme, sopravvissuti ad un naufragio passato sotto silenzio dopo aver visto sparire tra le onde una bimba di due anni e la mamma di un bambino di 9 adesso rimasto solo, salvati da un peschereccio italiano e portati prima a Lampedusa e poi ad Agrigento. Qui, alla Casa dei Gabbiani, li hanno riconosciuti i volontari del team di Medici senza Frontiere dopo aver visto sabato, sul sito di Repubblica, l’articolo con le foto delle fedi e dei loro pochi oggetti personali ritrovati dalla Ong spagnola Open Arms che si era imbattuta nel relitto di un barchino azzurro che stava affondando e sul quale era rimasto impigliato uno zaino rosso. Quello di Ahm…
Roma. Li avevamo creduti morti, inghiottiti in silenzio da quel mare che aveva miracolosamente risparmiato le loro fedi, i loro nomi incisi in una vera, ultima testimonianza (da riconsegnare pietosamente ai familiari) di un amore finito precocemente in fondo al Mediterraneo in una notte di ottobre.

E invece Ahmed e Doudou sono vivi e sono insieme, sopravvissuti ad un naufragio passato sotto silenzio dopo aver visto sparire tra le onde una bimba di due anni e la mamma di un bambino di 9 adesso rimasto solo, salvati da un peschereccio italiano e portati prima a Lampedusa e poi ad Agrigento. Qui, alla Casa dei Gabbiani, li hanno riconosciuti i volontari del team di Medici senza Frontiere dopo aver visto sabato, sul sito di Repubblica, l’articolo con le foto delle fedi e dei loro pochi oggetti personali ritrovati dalla Ong spagnola Open Arms che si era imbattuta nel relitto di un barchino azzurro che stava affondando e sul quale era rimasto impigliato uno zaino rosso. Quello di Ahmed.

Per una volta una bella storia, a lieto fine, che scalda il cuore quella che vi raccontiamo e che vedrà, come ultimo atto, la riconsegna ai due giovani sposi delle poche cose che avevano deciso di portarsi dietro . Tutto il loro mondo in uno zaino rosso. A cominciare dalle fedi con incisi i loro nomi.
«E’ la cosa più preziosa che abbiamo. Le avevamo messe in una bustina nello zaino per non farcele rubare e per non farle rovinare. Una volta arrivati in Europa le avrei fatte lucidare» spiega Ahmed, sopraffatto dall’emozione per questo inatteso regalo. Doudou non sta bene, è ancora sotto shock, ha paura.

Eccoli dunque, Ahmed e Doudou, giovanissimi sposi algerini, 20 anni lei, 25 lui, partiti lunedi 19 ottobre da Zawija in Libia dove si erano trasferiti in cerca di lavoro. Salgono in 20 su quel barchino, famiglie libiche con i loro bambini, algerini e marocchini. «Sapevamo che il rischio era grosso ma in Libia c’è la guerra, muori con una pallottola in testa senza sapere perché». Due notti e due giorni in mare senza cibo nè acqua, poi finisce la benzina, il mare grosso fa paura. E’ la notte del 21 ottobre quando a 60 miglia da Lampedusa appaiono le luci di un peschereccio. Ma un’onda anomala travolge la barca, finiscono tutti in acqua. I pescatori del motopesca “N.Vo Cosimo” di Mazara del Vallo si fanno in quattro per salvarli: Ahmed e Doudou ce la fanno. Tra le onde del Mediterraneo rimangono in 5, tra le urla della giovane mamma che perde la più piccola dei suoi due bambini. Non c’è tempo naturalmente per recuperare i loro pochi effetti personali. E il barchino azzurro su cui erano partiti comincia ad andar giù. Lo incrocia la mattina dopo la Open Arms: non c’è nessuna parvenza di vita attorno a quel relitto che sta affondando, non resta che immaginare l’ennesima tragedia sotto gli occhi di nessuno. Ma c’è quello zaino impigliato che può ancora parlare di quelle vite scomparse.

Di Ahmed e Doudou, appunto. Che invece per fortuna ci sono ancora, stretti negli abiti asciutti donati dai pescatori. I loro vecchi panni, i bigliettini in arabo che raccontano chissà cosa della loro vecchia vita, ma soprattutto la bustina con le loro fedi sono stesi ad asciugare sul ponte della Ong spagnola. Che ne gira le foto al team di primo soccorso psicologico di Medici senza frontiere che assiste in Sicilia i superstiti dei naufragi nella speranza che qualcuno sia in grado di riconoscere quegli oggetti.

«Appena ci hanno mostrato le foto non ci potevo credere – dice Ahmed – Avevamo perso tutto e ora le poche cose con cui ci eravamo messi in viaggio sono state ritrovate. E’ incredibile. Siamo davvero felici e soprattutto fortunati. Grazie a tutti quelli che si sono presi cura di noi. Resta fortissimo il dolore per i nostri cinque compagni di viaggio, per quella piccola bimba, che non ce l’hanno fatta».

A sostenerli, dopo il trauma del naufragio, la psicologa di Msf Ester Russo: «Abbiamo assistito 104 persone negli ultimi due mesi, il che dà la dimensione della tragedia che stiamo vivendo. Nei racconti di Ahmed e Doudou e dei loro compagni di viaggio il terrore di quell’enorme onda che li ha investiti e la consapevolezza che affrontare quel viaggio era sempre meno rischioso che rimanere in Libia dove la morte è ad ogni angolo di strada. E’ un orrore senza fine quello che vediamo. Se gli Stati europei non vogliono fare il proprio lavoro, il minimo che possono fare è lasciare che le navi umanitarie di ricerca e soccorso facciano il loro. Devono lasciarci tornare in mare per salvare vite».
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