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Plan de Corones senza neve 

Prime Feste senza sci. E il via l’8 gennaio appeso agli algoritmi

Il settore col fiato sospeso: l’ufficialità del Natale meno bianco dal dopoguerra potrebbe arrivare già oggi. In ballo incassi per 12 miliardi
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MILANO - «Natale sulle piste da sci ormai è un film che quest’anno solo un miracolo può lasciarci girare». Valeria Ghezzi, presidente degli impiantisti italiani, anticipa la decisione che Comitato tecnico scientifico e Conferenza Stato-Regioni si apprestano a ufficializzare: stop ai caroselli bianchi fino a dopo le vacanze di fine anno. Poi si vedrà, tutto dipende dalla curva della pandemia. San Silvestro a piste chiuse: mai successo, nell’era dell’innevamento programmato.

L’annuncio ufficiale può arrivare già oggi, dopo la definizione del protocollo di sicurezza, mentre sull’industria del turismo invernale del nostro Paese si allunga lo spettro di una crisi che vale 60 mila posti di lavoro e 10-12 miliardi di euro. Il via alla stagione, dopo lo stop anticipato dell’8 marzo causa Covid, era fissato tra il prossimo fine settimana e il 5 dicembre. Lo scorso anno, in questi giorni, gli sciatori già…
MILANO - «Natale sulle piste da sci ormai è un film che quest’anno solo un miracolo può lasciarci girare». Valeria Ghezzi, presidente degli impiantisti italiani, anticipa la decisione che Comitato tecnico scientifico e Conferenza Stato-Regioni si apprestano a ufficializzare: stop ai caroselli bianchi fino a dopo le vacanze di fine anno. Poi si vedrà, tutto dipende dalla curva della pandemia. San Silvestro a piste chiuse: mai successo, nell’era dell’innevamento programmato.

L’annuncio ufficiale può arrivare già oggi, dopo la definizione del protocollo di sicurezza, mentre sull’industria del turismo invernale del nostro Paese si allunga lo spettro di una crisi che vale 60 mila posti di lavoro e 10-12 miliardi di euro. Il via alla stagione, dopo lo stop anticipato dell’8 marzo causa Covid, era fissato tra il prossimo fine settimana e il 5 dicembre. Lo scorso anno, in questi giorni, gli sciatori già affollavano le piste. In Europa l’urto della seconda ondata del virus però è tale che un fatto è già acquisito: seggiovie ferme sulle Alpi tra l’Immacolata e Sant’Ambrogio, tradizionale inaugurazione delle località sciistiche di inizio dicembre.

Governi e sistemi sanitari sono costretti a guardare così direttamente all’8 gennaio, primo weekend dopo l’Epifania. Solo per quella data, suggeriscono gli algoritmi che analizzano l’andamento delle infezioni, è prudente ragionare su una riapertura soft dell’economia turistica internazionale legata allo sci. «Abbiamo il dovere di restare ottimisti — dice Andy Varallo, presidente di Superski Dolomiti, leader mondiale delle discese — ma anche di tenere i piedi per terra. Mettiamo in campo tutte le nostre forze per non lasciare morire lo sci in sicurezza e la montagna. Stiamo lavorando per essere comunque pronti per le gare di Coppa del Mondo, dopo metà dicembre. L’intera filiera turistica deve però accettare che le piste non possono aprire prima che la vita intera della gente non sia ripartita».

Oggi solo Lazio, Sardegna, Veneto e Trentino, in zona gialla, potrebbero fornire sciatori. Anche la seconda ondata del Covid colpisce in particolare le regioni alpine del Nord, chiuse in casa e con gli ospedali al collasso. Lo stesso vale per Austria, Svizzera e Francia, superpotenze dello sci. Impresentabile dare il via libera alle settimane bianche mentre scuole, uffici e aziende restano bloccati dai lockdown, con terapie intensive e case di riposo in ginocchio. «Noi però — dice Massimo Fossati, presidente Anef della Lombardia — dobbiamo produrre la neve adesso. Le finestre con freddo e bassa umidità sono poche. Imbiancare il 72% dei 3.200 chilometri di piste da sci italiane costa 50 milioni. Da questi dipende tutto l’indotto, a partire dalle migliaia di stagionali. Senza assunzioni, perdono i requisiti per gli ammortizzatori sociali. Si profila una massa di persone alla fame».

A frenare sono medici e scienziati. I primi temono anche l’assalto degli infortunati sulle piste ai pronto soccorso degli ospedali di montagna, allo stremo causa Covid. I secondi non vogliono ricadere nell’effetto spiaggia di Ferragosto, trasformando Cortina d’Ampezzo, Corvara, Madonna di Campiglio, Livigno e Courmayeur in una chilometrica Costa Smeralda fuori controllo. Oggi governo e regioni devono così mettere a punto il protocollo da applicare se (e quando) la stagione turistica invernale potrà partire. Al primo punto, la portata degli impianti di risalita: gli operatori spingono per il 66% del carico massimo, il Cts è fermo sul 50%, come per il trasporto pubblico. Da sciogliere il nodo scadenze e revisioni: il parlamento ha concesso la proroga, ma il decreto attuativo non è stato emanato. «Decisivo — dice Luca Guadagnini, presidente degli impianti del Trentino — è l’equilibrio tra gli sciatori in cabinovia e quelli in attesa. Meno persone salgono, più si allungano le code: lì impedire gli assembramenti non è affatto scontato».

Non ancora tramontata la proposta di comprensori sciistici a numero chiuso e prudenti anche i presidenti delle Regioni. Il Veneto Zaia, che si prepara ad ospitare i Mondiali a Cortina in febbraio, ammette che oggi «tra la neve e la normalità c’è di mezzo il buonsenso». L’altoatesino Kompatscher, che da oggi a domenica ha chiamato oltre 500 mila altoatesini al primo screening di massa con il tampone rapido, ripete che «prima parliamo di salute e dopo di sci». Sulle Alpi il primo Natale a casa, in famiglia e a piste chiuse causa virus, minaccia di travolgere anche alberghi e ristoranti. «Di après-ski nemmeno si discute — dice Giovanni Brasso, presidente del comprensorio Sestriere-Via Lattea — ma adesso il punto è avere una prospettiva chiara e certa sull’intera stagione. Vale il 2% del Pil nazionale: è nelle mani di governo e Parlamento».