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Caso Regeni, la fiducia di Palazzo Chigi. “Processo in Italia: un passo avanti”

Ma la famiglia di Giulio e parte della maggioranza continuano a chiedere il ritiro dell'ambasciatore dall'Egitto. Si attendono le mosse del Cairo: la prossima settimana potrebbero essere comunicati i domicili dei cinque agenti
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La partita non è ancora chiusa. Il governo italiano è ancora convinto di poter ottenere un gesto di collaborazione da parte dell’Egitto prima della chiusura dell’inchiesta sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto il 2 febbraio del 2016. Nel giro di una settimana, infatti, la procura generale del Cairo potrebbe rispondere a una delle rogatorie, ancora inevase, inviate dalla procura di Roma e comunicare il domicilio dei cinque agenti della National security indagati per il sequestro di Giulio. Si tratterebbe di «un atto dimostrativo», come annunciato dal presidente, Giuseppe Conte, davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta. Che non sposterebbe tanto la questione da un punto di vista tecnico - il processo si potrà comunque celebrare, anche senza la notifica degli atti - ma, fanno notare da ambienti diplomatici, rappresenterebbe un importante atto politico.

Che non sa…
La partita non è ancora chiusa. Il governo italiano è ancora convinto di poter ottenere un gesto di collaborazione da parte dell’Egitto prima della chiusura dell’inchiesta sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto il 2 febbraio del 2016. Nel giro di una settimana, infatti, la procura generale del Cairo potrebbe rispondere a una delle rogatorie, ancora inevase, inviate dalla procura di Roma e comunicare il domicilio dei cinque agenti della National security indagati per il sequestro di Giulio. Si tratterebbe di «un atto dimostrativo», come annunciato dal presidente, Giuseppe Conte, davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta. Che non sposterebbe tanto la questione da un punto di vista tecnico - il processo si potrà comunque celebrare, anche senza la notifica degli atti - ma, fanno notare da ambienti diplomatici, rappresenterebbe un importante atto politico.

Che non sarebbe il solo. Ieri il presidente Conte ha affrontato con i suoi collaboratori il dossier, partendo dal comunicato congiunto della procura di Roma e di quella del Cairo. Fonti di palazzo Chigi spiegano che il premier non lo ritiene affatto un passo indietro, ma al contrario, uno in avanti. «In quel comunicato sono scritte cose importanti - dicono - E cioè che il processo si farà in Italia, e dunque sarà un processo credibile, giusto. E verranno processati cinque agenti del servizio segreto civile egiziano davanti agli osservatori di tutto il mondo. Il governo - ragionano - ha ottenuto da parte dell’Egitto l’accettazione di questo processo. E questo non era scontato».

Una posizione che non trova affatto d’accordo la famiglia Regeni che si dice «offesa» dall’atteggiamento egiziano e chiede con forza che l’Italia prenda un posizione chiara, con «il richiamo dell’ambasciatore per consultazioni». E che spacca in due anche la maggioranza. E non solo. Le parole più nette sono state ieri quelle del presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, Erasmo Palazzotto, a «nome di tutti i gruppi». «Se non arriveranno fatti nuovi e in tempi brevi, ritengo che il governo debba assumere una iniziativa politica coerente con l’impegno assunto con la famiglia Regeni e con tutta l’opinione pubblica nella ricerca della verità e della giustizia» ha detto.

Dunque, o l’Egitto concede almeno i domicili. O non si può «far finta di nulla». È quello che ripetono in molti nella maggioranza. Nel Pd c’è un’ala sulla posizione di Conte - a partire dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini - ma c’è chi nel governo e fuori ritiene che l’atteggiamento debba cambiare. «L’Egitto ci prende in giro. Il governo dovrebbe richiamare l’ambasciatore in nome della giustizia» dice l’europarlamentare, Pier Francesco Majorino.

Grande tensione c’è anche nel Movimento 5 Stelle. A molti non è sfuggito il silenzio di queste ore dei due più importanti esponenti istituzionali: il presidente della Camera, Roberto Fico, e il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, da sempre attori principali nella vicenda Regeni. Entrambi fanno sapere di non voler commentare: dalla Farnesina perché la questione è gestita da Palazzo Chigi, con Conte che si è mosso direttamente con il presidente Al Sisi. Mentre da Montecitorio aspettano di vedere gli atti finali dell’inchiesta: verranno depositate infatti nuove testimonianze che, nel collocare Giulio dopo il sequestro all’interno di almeno due caserme gestite dalla National security, confermerebbero il ruolo attivo di alcuni dei cinque indagati nel sequestro. nelle torture e nella morte del ragazzo.

Di Di Maio e Fico fanno però fede le parole già dette. «Non si può ritirare l’ambasciatore - aveva detto a luglio il ministro degli Esteri - ma la vicenda Regeni ha compromesso i rapporti tra l’Italia e l’Egitto, che attualmente risultano depotenziati. Ribadisco che non torneranno le relazioni precedenti fintanto che non sarà fatta verità su questo caso». Durissimo era stato il presidente della Camera: «L’Egitto - aveva detto dopo l’infruttuoso incontro del luglio scorso tra procure - ha dato un vero e proprio cazzotto in faccia all’Italia, a tutti gli italiani, al nostro Stato. Bisogna dare una risposta risoluta e veloce».