Il mese nero della diplomazia italiana
di Carlo Bonini , di Carlo Bonini
Genuflettersi, in un rapporto tra Stati (e non solo), non è mai una buona idea. Il più delle volte è anticamera dell’umiliazione. A maggior ragione se il gesto di sottomissione è un manifesto di impotenza e ad accompagnarlo è una narrativa vacua come quella articolata dal presidente del Consiglio ancora a inizio dicembre, in un passaggio dell’intervista al direttore di questo giornale dedicato al caso Regeni. «Il governo — diceva Conte — non ha mai cessato di esercitare pressioni sull’Egitto per ottenere progressi tangibili nell’identificazione dei responsabili. Nell’ultima conversazione con il presidente Al Sisi ho chiesto più cooperazione giudiziaria: l’ultimo comunicato delle due procure non rappresenta un passo indietro, l’Egitto prende atto del nostro processo e ci aspettiamo quindi che ci siano tutti gli elementi per celebrare in Italia un processo credibile e giusto davanti a t…
Genuflettersi, in un rapporto tra Stati (e non solo), non è mai una buona idea. Il più delle volte è anticamera dell’umiliazione. A maggior ragione se il gesto di sottomissione è un manifesto di impotenza e ad accompagnarlo è una narrativa vacua come quella articolata dal presidente del Consiglio ancora a inizio dicembre, in un passaggio dell’intervista al direttore di questo giornale dedicato al caso Regeni. «Il governo — diceva Conte — non ha mai cessato di esercitare pressioni sull’Egitto per ottenere progressi tangibili nell’identificazione dei responsabili. Nell’ultima conversazione con il presidente Al Sisi ho chiesto più cooperazione giudiziaria: l’ultimo comunicato delle due procure non rappresenta un passo indietro, l’Egitto prende atto del nostro processo e ci aspettiamo quindi che ci siano tutti gli elementi per celebrare in Italia un processo credibile e giusto davanti a tutto il mondo».
Ebbene, con il comunicato della Procura generale del Cairo, delle parole del presidente del Consiglio non resta più nulla. E il mese horribilis della nostra diplomazia può dirsi chiuso in gloria. Il 17 dicembre, in Libia, a favore di telecamere, il bacio della pantofola del generale Haftar, ventriloquo del Cairo in Cirenaica, quale prezzo della conclusione del sequestro da lui ordinato dei pescatori di Mazara. Ieri, 30 dicembre, il certificato di morte di una cooperazione giudiziaria tra Italia ed Egitto che solo il presidente del Consiglio fingeva di considerare ancora degna di essere definita tale.
La domanda, ora, è se tutto questo sia finalmente sufficiente a uno scatto di decenza politica e diplomatica. Se cioè nella mollezza dell’approccio di Conte al presidente della Repubblica araba d’Egitto, esista una soglia di dolore — o di dignità, se si preferisce — che si ritenga sia stata superata. Di fronte a un Paese la cui magistratura non solo ribadisce l’estraneità dei propri apparati di sicurezza al sequestro, alle torture e all’omicidio di Giulio Regeni, non solo rifiuta di rispondere a ulteriori rogatorie, ma rivendica come legittima perché sostenuta da un legittimo sospetto, l’attività di spionaggio condotta su Giulio fino al giorno della sua scomparsa, baloccarsi con l’idea che i quattro imputati del Servizio segreto egiziano eleggeranno domicilio in Italia per farsi processare da una nostra corte di Assise è un affronto. All’intelligenza, prima ancora che alla memoria e alla giustizia che si deve a un ragazzo innocente massacrato in una camera di sicurezza del ministero dell’Interno egiziano. È chiaro infatti che il Cairo non “consegnerà”, neppure in contumacia, i suoi ufficiali. È chiaro che il Cairo non attribuirà alcuna legittimità o riconoscimento giuridico a un processo in Italia che definisce «immotivato».
Insomma, per dirla con le parole di ieri di Luigi Manconi, Conte deve delle risposte. E, con lui, il ministro degli Esteri e l’intero governo. La memoria di Giulio e il Paese non meritano giorni come quello di ieri.
Ebbene, con il comunicato della Procura generale del Cairo, delle parole del presidente del Consiglio non resta più nulla. E il mese horribilis della nostra diplomazia può dirsi chiuso in gloria. Il 17 dicembre, in Libia, a favore di telecamere, il bacio della pantofola del generale Haftar, ventriloquo del Cairo in Cirenaica, quale prezzo della conclusione del sequestro da lui ordinato dei pescatori di Mazara. Ieri, 30 dicembre, il certificato di morte di una cooperazione giudiziaria tra Italia ed Egitto che solo il presidente del Consiglio fingeva di considerare ancora degna di essere definita tale.
La domanda, ora, è se tutto questo sia finalmente sufficiente a uno scatto di decenza politica e diplomatica. Se cioè nella mollezza dell’approccio di Conte al presidente della Repubblica araba d’Egitto, esista una soglia di dolore — o di dignità, se si preferisce — che si ritenga sia stata superata. Di fronte a un Paese la cui magistratura non solo ribadisce l’estraneità dei propri apparati di sicurezza al sequestro, alle torture e all’omicidio di Giulio Regeni, non solo rifiuta di rispondere a ulteriori rogatorie, ma rivendica come legittima perché sostenuta da un legittimo sospetto, l’attività di spionaggio condotta su Giulio fino al giorno della sua scomparsa, baloccarsi con l’idea che i quattro imputati del Servizio segreto egiziano eleggeranno domicilio in Italia per farsi processare da una nostra corte di Assise è un affronto. All’intelligenza, prima ancora che alla memoria e alla giustizia che si deve a un ragazzo innocente massacrato in una camera di sicurezza del ministero dell’Interno egiziano. È chiaro infatti che il Cairo non “consegnerà”, neppure in contumacia, i suoi ufficiali. È chiaro che il Cairo non attribuirà alcuna legittimità o riconoscimento giuridico a un processo in Italia che definisce «immotivato».
Insomma, per dirla con le parole di ieri di Luigi Manconi, Conte deve delle risposte. E, con lui, il ministro degli Esteri e l’intero governo. La memoria di Giulio e il Paese non meritano giorni come quello di ieri.