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(ansa)

Regeni, mentre Palazzo Chigi rassicurava l’Egitto prendeva in giro i pm romani

Il carteggio tra procure fa luce su un inganno durato 14 mesi. Benché Conte ribadisse che la collaborazione di Al Sisi era piena
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ORA CHE, con la richiesta di rinvio a giudizio dei 4 ufficiali della National security agency egiziana per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, la procura di Roma ha compiuto l’ultimo passo procedurale che separava dall’inizio di un processo, è utile raccontare la storia di un carteggio giudiziario che svela la falsità della narrazione sulla “cooperazione investigativa” con e dell’Egitto nel periodo che va dal settembre 2019 all’autunno 2020. Quello in cui, in almeno tre circostanze ufficiali, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte assume su di sé, rassicurando una famiglia e un Paese, l’onere di garantire in prima persona la promessa di «verità» che, a suo dire, il presidente della Repubblica araba d’Egitto, Al Sisi, gli ha consegnato in colloqui diretti.

Settembre 2019, dunque. Il 23 di quel mese, Conte incontra Al Sisi a New York, a margine dell’Assemblea gene…
ORA CHE, con la richiesta di rinvio a giudizio dei 4 ufficiali della National security agency egiziana per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, la procura di Roma ha compiuto l’ultimo passo procedurale che separava dall’inizio di un processo, è utile raccontare la storia di un carteggio giudiziario che svela la falsità della narrazione sulla “cooperazione investigativa” con e dell’Egitto nel periodo che va dal settembre 2019 all’autunno 2020. Quello in cui, in almeno tre circostanze ufficiali, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte assume su di sé, rassicurando una famiglia e un Paese, l’onere di garantire in prima persona la promessa di «verità» che, a suo dire, il presidente della Repubblica araba d’Egitto, Al Sisi, gli ha consegnato in colloqui diretti.

Settembre 2019, dunque. Il 23 di quel mese, Conte incontra Al Sisi a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Una velina di palazzo Chigi informa che la discussione ha affrontato, tra gli altri, anche il caso Regeni. Con risultati identici — «la determinazione italiana e l’impegno egiziano a uno sforzo concreto per la verità» — a quelli ottenuti un mese prima, il 25 agosto, a Biarritz, a margine del G7. Dove il nostro premier e il presidente egiziano, sollecitati da una lettera aperta della famiglia Regeni, si sono già detti determinati a un «salto di qualità» nella cooperazione.

È fuffa. Come documenta il carteggio che di lì al successivo dicembre 2020 intercorrerà tra gli uffici giudiziari di Roma e il Cairo, proprio in quel settembre del 2019, il nuovo procuratore generale egiziano, Hamada Al Sawi (magistrato che di lì a qualche tempo istruirà il processo ritorsivo a carico di Patrick Zaky) mostra alla procura di Roma in quale conto tenga la ricerca della verità. Alla lettera che in quel settembre il nuovo procuratore allora facente funzione, Michele Prestipino, gli invia per «sollecitare il superamento di uno stallo nella collaborazione», Al Sawi ritiene infatti di dover rispondere solo il 22 ottobre 2019. Invita i magistrati romani al Cairo per «fare progressi nella collaborazione», ma pone un caveat. L’incontro — scrive — si terrà, «per motivi di opportunità», solo quando il Csm avrà ufficialmente nominato il nuovo procuratore di Roma (che arriverà solo il 4 marzo 2020). Nessun accenno alle rogatorie in quel momento inevase. Nessun riferimento all’ultima richiesta di collaborazione investigativa dell’aprile 2019.

Dopo quel 22 ottobre, più nulla. La procura generale del Cairo chiude ogni canale di comunicazione, se si eccettua la provocazione con cui sollecita e ottiene che una delegazione di investigatori italiani vada al Cairo per illustrare ad Al Sawi il dossier che accusa la National security e che la Procura generale egiziana ha sul tavolo dal dicembre 2017. L’11 maggio 2020, Michele Prestipino, nel frattempo non più «facente funzione» ma ufficialmente procuratore di Roma, torna a farsi sotto. Chiede un incontro in videoconferenza «da tenersi prima possibile». Al Sawi gli risponde immediatamente spiegando che non ha tempo, per «pregressi impegni istituzionali assunti» e fissa la data del rendez vous digitale per l’1 luglio 2020.

Conte, intanto, racconta un’altra storia. Il 7 giugno spiega di aver ricevuto da Al Sisi, in una telefonata, segnali di una rinnovata apertura che lo convincono che qualcosa di importante stia per accadere. Cosa che tornerà a ripetere anche alla Commissione parlamentare d’inchiesta il 18 di quel mese. È un altro gioco di prestigio. La “svolta” è infatti un’ennesima provocazione. Mentre Al Sawi rimanda Prestipino all’1 luglio, i Servizi egiziani consegnano ai nostri un sacco di immondizia in cui sono ammucchiati gli oggetti che il Cairo vorrebbe di Giulio, ma che in realtà appartenevano alla banda di predoni fucilata nel marzo 2016 e venduta come responsabile del sequestro.

L’1 luglio Al Sawi, ineffabile, in videoconferenza, dopo aver comunicato a Prestipino che «i valori che guidano la procura generale del Cairo sono serietà, trasparenza e indipendenza» (assunto singolare se si parla di uffici giudiziari che lavorano con i Servizi e hanno comminato nel solo 2019, 4.435 sentenze capitali nei confronti di oppositori politici), si guarda bene dal rispondere a una sola delle rogatorie pendenti da un anno («Stiamo valutando la loro accoglibilità»). Ma, in compenso, chiede di poter acquisire nuove informazioni sui «reali motivi che hanno portato Giulio Regeni in Egitto». È il prologo di un esito che, tra settembre e novembre scorsi, conosciamo. Roma chiude le indagini a carico degli ufficiali dell’Intelligence, formalizzando le accuse di sequestro, tortura e omicidio. Il Cairo non le condivide. L’Egitto nega l’elezione di domicilio dei suoi imputati. Della narrazione del presidente del Consiglio Conte al Paese e al Parlamento durata un anno e mezzo non resta nulla.