Viaggio in Bosnia tra i migranti respinti dall’ Italia. Campo Lipa, 1 gennaio 2021
di
Monika Bulaj
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di Monika Bulaj
Fermati a Trieste e “riammessi” nei campi per migranti dei Balcani. Ecco le testimonianze dei ragazzi costretti a vivere al freddo nella tendopoli bosniaca
Aggiornato alle 5 minuti di lettura
CAMPO DI LIPA (Bosnia-Erzegovina) - Eccoli, i minori respinti dall'Italia sulla strada dei profughi. Prelevati dalla polizia dopo giorni di cammino e rispediti senza formalità nei campi dei Balcani. Testimonianze che disturbano quattro governi - Italia, Slovenia, Croazia e Bosnia - e le mafie che sfruttano la grande migrazione. Confessioni che abbiamo raccolto tra mille ostacoli (e talvolta minacce) il 1° gennaio 2021 nella tendopoli di Lipa. Storie di vento e di gelo, ma soprattutto di scartoffie, timbri e circolari capaci di violare le convenzioni internazionali e far scomparire in silenzio le persone. Abbiamo provato a bucare questo silenzio.
Lipa. Una folla di facce brufolose di ragazzi in mezzo a maschi adulti. Come Khushal (non diremo il suo vero nome, come degli altri), 16 anni, che scappa a 14 dall'Afghanistan per non essere arruolato dai Talebani in missioni suicide, e viene fermato davanti alla stazione centrale di Trieste dopo undici giorni di cammino. C…
CAMPO DI LIPA (Bosnia-Erzegovina) - Eccoli, i minori respinti dall'Italia sulla strada dei profughi. Prelevati dalla polizia dopo giorni di cammino e rispediti senza formalità nei campi dei Balcani. Testimonianze che disturbano quattro governi - Italia, Slovenia, Croazia e Bosnia - e le mafie che sfruttano la grande migrazione. Confessioni che abbiamo raccolto tra mille ostacoli (e talvolta minacce) il 1° gennaio 2021 nella tendopoli di Lipa. Storie di vento e di gelo, ma soprattutto di scartoffie, timbri e circolari capaci di violare le convenzioni internazionali e far scomparire in silenzio le persone. Abbiamo provato a bucare questo silenzio.
Lipa. Una folla di facce brufolose di ragazzi in mezzo a maschi adulti. Come Khushal (non diremo il suo vero nome, come degli altri), 16 anni, che scappa a 14 dall'Afghanistan per non essere arruolato dai Talebani in missioni suicide, e viene fermato davanti alla stazione centrale di Trieste dopo undici giorni di cammino. Chiede asilo, lascia le impronte, firma un documento in italiano che non sa leggere e viene consegnato agli agenti sloveni, poi ai croati. Stessa cosa per il compagno di viaggio, più vecchio di un anno. Nessuna traccia del loro passaggio.
È la tecnica della "riammissione" con procedura "informale", doppio eufemismo ministeriale che significa "espulsione senza lasciar prove" nel paese Schengen di provenienza. Un viaggio, il nostro, dove anche il linguaggio certifica la vergogna.
Arif ha 17 anni, barba stentata da adolescente, faccia rotonda e viene da Kunduz, nel Nord dello stesso Paese. Sugli avambracci, le bruciature dei manganelli elettrici dei bulgari. Ha viaggiato per mesi assieme a un amico di Baglan, che mostra le cicatrici inflitte dai paramilitari fascisti croati con dei guanti chiodati da museo degli orrori. Entrambi intercettati a Trieste dopo innumerevoli tentativi e rimandati in Bosnia senza un pezzo di carta.
In quello stesso momento, sul confine italiano del Carso, la polizia di frontiera inaugura un bel totem ("in legno certificato", si precisa) con le distanze in chilometri dai luoghi di provenienza dei migranti. Islamabad 7.485, Kabul 7.095, Sarajevo 638, eccetera. In realtà tutto si gioca in uno spazio assai minore: i 264 chilometri fra la Bosnia e Trieste. E tra due precisi limiti di tempo, la prima metà del maggio 2020 quando il ministero dell'Interno dirama alle polizie un "protocollo operativo" in materia, e il 13 gennaio successivo, quando il tribunale di Roma ravvisa l'irregolarità della procedura, scoppia lo scandalo e la pratica si ferma.
È in questi otto mesi che questa tecnica spiccia si consolida, d'accordo con i governi di Lubiana e Zagabria. E si scopre che dietro alla prassi non vi è una banale iniziativa adottata a caldo da singoli agenti, ma una precisa catena di comando che arriva fino al ministero, quindi al governo italiano. Scaricare sui Paesi di prima accoglienza il disbrigo della faccenda. Senza formalità, anche per evitare ricorsi. E spesso rispediscono al mittente anche minori, perseguitati politici, tutti quanti i richiedenti asilo, in barba alle convenzioni internazionali.
Di nuovo in Bosnia. Ecco Latif, un bellissimo ragazzo pachistano che ha chiesto asilo in Italia.
"Mi hanno preso i militari triestini, mi hanno un foglio e deportato in Slovenia dove sono stato messo in prigione e ferito. Poi mi hanno scaricato qui". Stesso schema illegale. Ti buttano in territorio bosniaco, illegalmente, fuori dall'area Schengen, in un penoso gioco di scaricabarile, per obbligarlo ad affrontare per l'ennesima volta "the game". "Sono qui da due anni. Mio papà è morto. In Pakistan sono rimasti mia mamma e il mio fratellino. Vorrei tirarli fuori da lì". Idem per otto oppositori politici kashmiri, a rischio di esser assassinati dai servizi segreti. A settembre sono stati prelevati a Trieste dal binario del treno per Udine. Hanno chiesto asilo ma si sono ritrovati a Lipa. Uno di loro dice: "Sono passato per la Grecia e ho chiesto asilo. Ho dato tutti i miei documenti, ho raccontato la mia storia e mi hanno risposto: "l'hai copiata da un film horror"". Accende la sigaretta da una brace: "La saggezza è una grande arma. La pistola non lo è. Ma io ho tutti i documenti con me. Andrò di nuovo in Italia e so che mi ascolteranno".
Certi ci hanno provato anche trenta volte, spremuti dai trafficanti o da soli a piedi, per sentieri di neve, in scarpe da ginnastica, seguendo i satelliti via cellulare, per non incontrare polizie, paramilitari e cani lupo. Mostrano la loro dieta quotidiana al campo di Lipa: pasto unico a base di un pezzo di pane carré secco, una bottiglia d'acqua e una scatoletta di carne. Sempre la stessa. Il pachistano Abdul piange: "Vi prego, aprite i confini: voglio una vita al sicuro proprio come la volete voi". La "riammissione" dunque, come porta di un respingimento illegale fuori dall'Europa dei ricchi.
Lo si sa da tempo che finisce così, con un ritorno violento in Bosnia. L'Ue sa tutto. Ha registrazioni di testimoni, foto di ferite, topografie degli abusi, nomi dei morti di freddo, fame, torture, annegamento o suicidio. Il Libro Nero della rete "Violence Monitoring" mostra 1.500 pagine di respingimenti spesso violenti dai confini esterni dell'Unione. La notte dell'Europa.
Noi non facciamo che eseguire ordini del ministro degli interni, spiega a Trieste il capo della polizia di frontiera Giuseppe Colasanto. Il lavoro sul confine non è facile, la mobilitazione è continua e manca il personale, specie ora in tempo di Covid che tutto deve essere sanificato nel contatto con estranei. Per i soccorsi, nei casi umanitari più clamorosi, gli agenti non ce la farebbero senza l'offerta di cibo e ospitalità temporanea da parte della Caritas locale. Tempo fa è successo con una donna siriana sola incinta con quattro figli piccoli per mano, arrivata a Trieste in un vagone merci dopo 22 tentativi. Resta lo strazio dei ragazzi e dei padri di famiglia rimandati indietro. Colasanto esclude di aver respinto minori ma il dubbio rimane. Ma perché nel 2020 forze dell'ordine sono state delegate a definire l'età delle persone, se la legge 47/2017 impone una procedura di riconoscimento accurata?
Ancora Lipa. Corpi a torso nudo che fumano sulla riva del fiume. Qui non ci sono bagni ma i migranti si lavano ossessivamente per conservare la dignità. "Un uomo non si mostra in mutande". Anche per questo si cambiano a due passi da Trieste lasciando montagne di stracci. Qui si danno il cambio per strizzare i vestiti e sorridono, sempre.
Fino al 2019 chiunque richiedeva asilo veniva ammesso, nel 2020 non più, per una decisione di indirizzo politico. "Abbiamo fatto sollevare dubbi sulla procedura - spiega il dirigente della polizia di frontiera. Durante tutta l'estate. Non ci ha mai risposto nessuno. Ora è finita". Quanto ai richiedenti asilo, la procedura era di fare esprimere loro solo "l'intenzione" di richiederlo, senza però spedirli in Questura all'ufficio immigrazione per sbrigare la pratica. Un bizantinismo burocratico. E i migranti, speranzosi, firmavano, ignorando di dover tornare indietro per chiedere l'asilo agli sloveni, che però li avrebbero rispediti ai croati.
Il vero "game" è arrivare all'ufficio immigrazione senza passare per i controlli di frontiera. Perché sulla frontiera italiana l'"intenzione" non solo non va formalizzata ma viene fatta sparire, e i richiedenti d'asilo diventano "irregolari". Un gioco di 10 chilometri, più decisivi delle migliaia percorsi prima. Le contraddizioni della procedura generano il caos. Accade che una persona illegale sul confine diventa legale in questura, se ci arriva senza essere intercettato.
Abbas, un ragazzo pachistano laureato in letteratura in Inghilterra, poi condannato nel suo Paese per blasfemia, vi ha lavorato fino all'autunno come interprete ed è stato licenziato per il solo fatto di aver portato dei panini a tre ragazzi afghani distrutti dalla fatica e dalla fame dopo un'odissea a piedi. Perché in Italia, come in Bosnia, è vietato aiutare i migranti. La carità è reato. Nel campo di Lipa, dove la gente vive di stenti lavandosi nel fiume d'inverno, riesci a portare del cibo solo di nascosto perché i gestori, pagati dall'Ue, esercitano il monopolio anche sulla fame.
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Aggiornamento
In relazione all’articolo “Viaggio in Bosnia tra i ragazzi respinti dall’Italia” a firma di Monika Bulaj, nel quale vengono attribuite al Vice Questore Giuseppe Colasanto, dirigente del Settore Polizia di Frontiera di Trieste, dichiarazioni di carattere politico sul tema delle riammissioni, preme precisare che nessuna intervista è stata rilasciata dal funzionario. Mario Viola, direttore Ufficio Relazioni Esterne e Cerimoniale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza
A proposito del mio reportage sul campo profughi di Bihac, voglio precisare che ho ricostruito i meccanismi di “riammissione” dei migranti giunti in Italia dai Balcani, interamente su mia iniziativa, sulla base di numerosi incontri informali, senza esplicite dichiarazioni da parte di funzionari di polizia, tantomeno sotto forma di intervista da parte del suo dirigente. Monika Bulaj