Roma. Al ritmo di 16 al giorno, solo a Milano, ci vorranno trent’anni per portare a compimento le procedure per l’emersione dal nero dei 26.000 lavoratori stranieri che speravano nella sanatoria dell’estate scorsa per uscire finalmente dalla clandestinità. A Caserta, le 6.622 domande ricevute giacciono ancora tutte nei cassetti della prefettura. A Firenze, esempio virtuoso, sono già stati fatti firmare 100 contratti su 4.483, il 2,5 per cento.
È un’altra storia di diritti negati dalla burocrazia e dall’inadeguatezza del sistema Italia quella che vi raccontiamo. A quasi sei mesi dalla chiusura dei termini per le richieste di emersione del lavoro nero nei settori del lavoro domestico, dell’assistenza alla persona, dell’agricoltura, dell’allevamento e della pesca, la sanatoria è rimasta lettera morta: delle 207.000 domande presentate, quelle esaminate sono appena il 2 per cento. Il Covid, ma soprattutto la…
È un’altra storia di diritti negati dalla burocrazia e dall’inadeguatezza del sistema Italia quella che vi raccontiamo. A quasi sei mesi dalla chiusura dei termini per le richieste di emersione del lavoro nero nei settori del lavoro domestico, dell’assistenza alla persona, dell’agricoltura, dell’allevamento e della pesca, la sanatoria è rimasta lettera morta: delle 207.000 domande presentate, quelle esaminate sono appena il 2 per cento. Il Covid, ma soprattutto la…
Roma. Al ritmo di 16 al giorno, solo a Milano, ci vorranno trent’anni per portare a compimento le procedure per l’emersione dal nero dei 26.000 lavoratori stranieri che speravano nella sanatoria dell’estate scorsa per uscire finalmente dalla clandestinità. A Caserta, le 6.622 domande ricevute giacciono ancora tutte nei cassetti della prefettura. A Firenze, esempio virtuoso, sono già stati fatti firmare 100 contratti su 4.483, il 2,5 per cento.
È un’altra storia di diritti negati dalla burocrazia e dall’inadeguatezza del sistema Italia quella che vi raccontiamo. A quasi sei mesi dalla chiusura dei termini per le richieste di emersione del lavoro nero nei settori del lavoro domestico, dell’assistenza alla persona, dell’agricoltura, dell’allevamento e della pesca, la sanatoria è rimasta lettera morta: delle 207.000 domande presentate, quelle esaminate sono appena il 2 per cento. Il Covid, ma soprattutto la mancanza di personale dedicato, hanno fatto sì che la maggior parte delle prefetture italiane non abbiano neanche iniziato le convocazioni dei lavoratori stranieri, e chi lo fa procede a un ritmo di 3-4 appuntamenti al giorno. Lasciando gli oltre 200.000 lavoratori interessati nel limbo da cui speravano di poter uscire.
«Come promotori della campagna Ero Straniero — dice Giulia Capitani, policy advisor di Oxfam — abbiamo raccolto tantissime segnalazioni. Occorre salvare la procedura di emersione dal sostanziale fallimento cui sembra avviata se non ci sarà un intervento netto del governo, con conseguenze pesantissime sulla vita di decine di migliaia di lavoratori». Dal Viminale ammettono l’impasse: solo a gennaio è stato possibile assumere personale interinale. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
La mamma e l'asilo troppo caro: " Per chi è irregolare la retta è piena"
Carmen ancora non riesce a crederci. All’asilo, in un quartiere di estrema periferia di Milano, le hanno chiesto la retta intera per garantire la mensa ai suoi due bambini. «Devo pagare 120 euro, 60 per ogni figlio, come le persone che guadagnano tanti soldi, ma io devo sopravvivere con 600 euro al mese. Come posso pagare tutti questi soldi per la mensa? Ho chiesto la riduzione per reddito, ma mi hanno detto che non posso averla perché non ho presentato l’Isee. E io, senza documenti, l’Isee non ce l’ho», ha raccontato disperata ad Edda Pando del Comitato “Non Possiamo Più Aspettare — Friday for Immigrants”, che ha cominciato a raccogliere tutte le istanze degli stranieri che attendono da mesi la convocazione per firmare il contratto e ottenere il permesso di soggiorno, come prevede la sanatoria.Niente Isee per certificare il reddito minimo e niente esenzione né riduzione per il pagamento della mensa per i suoi due bambini.
Carmen, 38 anni, due bimbi piccoli, è arrivata sei anni fa in Italia dall’Ecuador e ha lavorato sempre in nero come collaboratrice domestica. A luglio il suo datore di lavoro ha deciso di aderire alla sanatoria ma — come molti altri — dichiarando che il rapporto era iniziato solo sei mesi prima, per evitare di pagare una contribuzione più alta. Però da allora non è mai arrivata alcuna convocazione e quando Carmen ha iscritto i bimbi a scuola ha ricevuto la brutta sorpresa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Diego ha 27 anni, viene dall’Argentina e fino a qualche mese fa si guadagnava da vivere come poteva, facendo il musicista nei locali a Milano. Niente permesso di soggiorno, niente contratto. Quando ha l’opportunità di regolarizzare la sua permanenza in Italia, si arrende e diventa (chissà poi se davvero, o solo sulla richiesta di emersione) un collaboratore domestico. Trova un datore di lavoro e un regolare contratto e resta in attesa di una convocazione in prefettura che però sembra non arrivare mai.
Arriva invece il Covid, per fortuna in forma non grave. Febbre, tosse, dolori muscolari, raffreddore. Il sospetto di essersi contagiato e la paura e di non sapere come curarsi lo prendono subito. «Volevo fare un tampone ma ho scoperto che senza tessera sanitaria è impossibile».
Diego telefona a tutti i numeri che trova, va in farmacia, alla Asl, allo sportello per immigrati. Niente da fare. Eppure la circolare nazionale applicativa della legge sull’emersione del lavoro nero prevedeva il diritto alla tessera sanitaria per chi avesse presentato istanza di sanatoria. Ma a Diego chiedono il contratto e lui un contratto ancora non ce l’ha.
Alla fine il responso gli arriva il giorno di Natale dalla Brigata sanitaria Soccorso rosso che, nel tendone di piazzale Baiamonti, ha effettuato centinaia di tamponi gratuiti a indigenti ed extracomunitari senza documenti. «Sono risultato positivo - dice Diego - spero di non aver infettato delle persone prima di saperlo». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Vicky il datore di lavoro non ce l’ha più. Nel frattempo è morto, in un drammatico incidente stradale nei pressi di Novara. Ma sono molte le badanti che si ritrovano nella sua stessa situazione, ostaggi delle richieste di sanatoria presentate dagli anziani che assistevano e che sono poi rimasti vittima del Covid.
Vicky, 52 anni, è ucraina ed è in Italia da molti anni. La scorsa estate convince il suo datore di lavoro a metterla in regola, due mesi dopo però lui muore in un incidente d’auto. Vicky resta senza lavoro e ne cerca subito un altro, ma soprattutto scrive subito alla prefettura di Novara per segnalare la sua situazione. Nessuna risposta. E anzi, lei deve considerarsi fortunata perché la famiglia del suo ex datore di lavoro non la abbandona e si dichiara disponibile a presentarsi in prefettura con tutti i documenti necessari, che attestano il decesso della persona che aveva presentato la domanda per Vicky. Ma ancora nessuna risposta. «E io nel frattempo di che vivo? Ho un codice fiscale provvisorio e per quelli come me non è previsto nessun aiuto da parte del governo. Ma io non voglio aiuti... Se solo potessi lavorare». E in effetti Vicky non può lavorare, almeno regolarmente. Se nessuno ratifica il decesso del datore di lavoro che ha presentato la prima domanda di regolarizzazione, non si può trovarne un altro. E si resta ostaggio di chi non c’è più. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Suo figlio l’ha visto solo sul telefonino. Prima neonato, poi a muovere i primi passi, poi a fargli “ciao ciao” con la manina e a tirare calci al pallone sulle strade dissestate del suo villaggio in Afghanistan.
Ashraf, 31 anni, da cinque in Italia a lavorare nei campi, gli ultimi due passati nel Triveneto, ad agosto aveva annunciato felice a sua moglie e alla sua famiglia: «Prima della fine dell’anno torno a casa per qualche settimana. Preparate il bambino, non vedo l’ora di abbracciarlo».
Era certo, Ashraf, che avrebbe presto avuto il permesso di soggiorno che gli avrebbe consentito, regolarmente, di uscire dall’Italia e tornare finalmente a casa. Per conoscere suo figlio, nato pochi mesi dopo che lui aveva lasciato l’Afghanistan, e poi tornare al suo posto di lavoro nell’azienda agricola che si è dichiarata disponibile ad assumerlo, e a dargli le ferie che gli spettano. Invece anche per lui la convocazioneda parte della prefettura di Verona non è ancora arrivata, e senza contratto né permesso di soggiorno Ashraf non può lasciare l’Italia. In più deve pure fare i conti con il “certificato di idoneità alloggiativa”, che gli hanno spiegato essere necessario perché la pratica di regolarizzazione vada a buon fine. Un documento praticamente impossibile da ottenere per gli alloggi, spesso più che modesti, in cui vivono molti immigrati in Italia.
È un’altra storia di diritti negati dalla burocrazia e dall’inadeguatezza del sistema Italia quella che vi raccontiamo. A quasi sei mesi dalla chiusura dei termini per le richieste di emersione del lavoro nero nei settori del lavoro domestico, dell’assistenza alla persona, dell’agricoltura, dell’allevamento e della pesca, la sanatoria è rimasta lettera morta: delle 207.000 domande presentate, quelle esaminate sono appena il 2 per cento. Il Covid, ma soprattutto la mancanza di personale dedicato, hanno fatto sì che la maggior parte delle prefetture italiane non abbiano neanche iniziato le convocazioni dei lavoratori stranieri, e chi lo fa procede a un ritmo di 3-4 appuntamenti al giorno. Lasciando gli oltre 200.000 lavoratori interessati nel limbo da cui speravano di poter uscire.
«Come promotori della campagna Ero Straniero — dice Giulia Capitani, policy advisor di Oxfam — abbiamo raccolto tantissime segnalazioni. Occorre salvare la procedura di emersione dal sostanziale fallimento cui sembra avviata se non ci sarà un intervento netto del governo, con conseguenze pesantissime sulla vita di decine di migliaia di lavoratori». Dal Viminale ammettono l’impasse: solo a gennaio è stato possibile assumere personale interinale. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Carmen, Ecuador
La mamma e l'asilo troppo caro: " Per chi è irregolare la retta è piena"Carmen ancora non riesce a crederci. All’asilo, in un quartiere di estrema periferia di Milano, le hanno chiesto la retta intera per garantire la mensa ai suoi due bambini. «Devo pagare 120 euro, 60 per ogni figlio, come le persone che guadagnano tanti soldi, ma io devo sopravvivere con 600 euro al mese. Come posso pagare tutti questi soldi per la mensa? Ho chiesto la riduzione per reddito, ma mi hanno detto che non posso averla perché non ho presentato l’Isee. E io, senza documenti, l’Isee non ce l’ho», ha raccontato disperata ad Edda Pando del Comitato “Non Possiamo Più Aspettare — Friday for Immigrants”, che ha cominciato a raccogliere tutte le istanze degli stranieri che attendono da mesi la convocazione per firmare il contratto e ottenere il permesso di soggiorno, come prevede la sanatoria.Niente Isee per certificare il reddito minimo e niente esenzione né riduzione per il pagamento della mensa per i suoi due bambini.
Carmen, 38 anni, due bimbi piccoli, è arrivata sei anni fa in Italia dall’Ecuador e ha lavorato sempre in nero come collaboratrice domestica. A luglio il suo datore di lavoro ha deciso di aderire alla sanatoria ma — come molti altri — dichiarando che il rapporto era iniziato solo sei mesi prima, per evitare di pagare una contribuzione più alta. Però da allora non è mai arrivata alcuna convocazione e quando Carmen ha iscritto i bimbi a scuola ha ricevuto la brutta sorpresa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Diego, Argentina
Il musicista contagiato dal Covid: “Ma nessuno mi faceva il tampone”Diego ha 27 anni, viene dall’Argentina e fino a qualche mese fa si guadagnava da vivere come poteva, facendo il musicista nei locali a Milano. Niente permesso di soggiorno, niente contratto. Quando ha l’opportunità di regolarizzare la sua permanenza in Italia, si arrende e diventa (chissà poi se davvero, o solo sulla richiesta di emersione) un collaboratore domestico. Trova un datore di lavoro e un regolare contratto e resta in attesa di una convocazione in prefettura che però sembra non arrivare mai.
Arriva invece il Covid, per fortuna in forma non grave. Febbre, tosse, dolori muscolari, raffreddore. Il sospetto di essersi contagiato e la paura e di non sapere come curarsi lo prendono subito. «Volevo fare un tampone ma ho scoperto che senza tessera sanitaria è impossibile».
Diego telefona a tutti i numeri che trova, va in farmacia, alla Asl, allo sportello per immigrati. Niente da fare. Eppure la circolare nazionale applicativa della legge sull’emersione del lavoro nero prevedeva il diritto alla tessera sanitaria per chi avesse presentato istanza di sanatoria. Ma a Diego chiedono il contratto e lui un contratto ancora non ce l’ha.
Alla fine il responso gli arriva il giorno di Natale dalla Brigata sanitaria Soccorso rosso che, nel tendone di piazzale Baiamonti, ha effettuato centinaia di tamponi gratuiti a indigenti ed extracomunitari senza documenti. «Sono risultato positivo - dice Diego - spero di non aver infettato delle persone prima di saperlo». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Vicky, Ucraina
La badante rimasta senza impiego: “Lui è morto, e ora io di che vivo?”Vicky il datore di lavoro non ce l’ha più. Nel frattempo è morto, in un drammatico incidente stradale nei pressi di Novara. Ma sono molte le badanti che si ritrovano nella sua stessa situazione, ostaggi delle richieste di sanatoria presentate dagli anziani che assistevano e che sono poi rimasti vittima del Covid.
Vicky, 52 anni, è ucraina ed è in Italia da molti anni. La scorsa estate convince il suo datore di lavoro a metterla in regola, due mesi dopo però lui muore in un incidente d’auto. Vicky resta senza lavoro e ne cerca subito un altro, ma soprattutto scrive subito alla prefettura di Novara per segnalare la sua situazione. Nessuna risposta. E anzi, lei deve considerarsi fortunata perché la famiglia del suo ex datore di lavoro non la abbandona e si dichiara disponibile a presentarsi in prefettura con tutti i documenti necessari, che attestano il decesso della persona che aveva presentato la domanda per Vicky. Ma ancora nessuna risposta. «E io nel frattempo di che vivo? Ho un codice fiscale provvisorio e per quelli come me non è previsto nessun aiuto da parte del governo. Ma io non voglio aiuti... Se solo potessi lavorare». E in effetti Vicky non può lavorare, almeno regolarmente. Se nessuno ratifica il decesso del datore di lavoro che ha presentato la prima domanda di regolarizzazione, non si può trovarne un altro. E si resta ostaggio di chi non c’è più. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ashraf, Afghanistan
Il papà che non ha mai visto il figlio: “Col permesso potrò andare da lui”Suo figlio l’ha visto solo sul telefonino. Prima neonato, poi a muovere i primi passi, poi a fargli “ciao ciao” con la manina e a tirare calci al pallone sulle strade dissestate del suo villaggio in Afghanistan.
Ashraf, 31 anni, da cinque in Italia a lavorare nei campi, gli ultimi due passati nel Triveneto, ad agosto aveva annunciato felice a sua moglie e alla sua famiglia: «Prima della fine dell’anno torno a casa per qualche settimana. Preparate il bambino, non vedo l’ora di abbracciarlo».
Era certo, Ashraf, che avrebbe presto avuto il permesso di soggiorno che gli avrebbe consentito, regolarmente, di uscire dall’Italia e tornare finalmente a casa. Per conoscere suo figlio, nato pochi mesi dopo che lui aveva lasciato l’Afghanistan, e poi tornare al suo posto di lavoro nell’azienda agricola che si è dichiarata disponibile ad assumerlo, e a dargli le ferie che gli spettano. Invece anche per lui la convocazioneda parte della prefettura di Verona non è ancora arrivata, e senza contratto né permesso di soggiorno Ashraf non può lasciare l’Italia. In più deve pure fare i conti con il “certificato di idoneità alloggiativa”, che gli hanno spiegato essere necessario perché la pratica di regolarizzazione vada a buon fine. Un documento praticamente impossibile da ottenere per gli alloggi, spesso più che modesti, in cui vivono molti immigrati in Italia.