Controvento. Joni Mitchell, la creatività e il riscatto: 45 anni fa il suo viaggio in solitaria tra il Maine e la California
di
Federico Pace
Era il febbraio del 1976 quando l'artista canadese, per uscire da una crisi, intraprese da sola, prima di Thelma e Louise, un viaggio interminabile attraverso gli Stati Uniti. Fu il primo passo di una trasformazione musicale ed esistenziale
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I mesi dell'inverno possono essere i più difficili da attraversare. Quarantacinque anni fa, Joni Mitchell, proprio nei mesi in cui l'inverno raggiunge il suo apice, in cui diventa quasi insopportabile, verso la fine di febbraio, si ritrovò a fare i conti con molte cose. Aveva trentadue anni. Era già una stella. Era passato qualche anno da quando aveva cantato la perfezione di Big Yellow Taxi. Aveva già cantato l’America che rinuncia a sé stessa e alla sua natura incontaminata per costruire parcheggi dove fino ad allora avevano vissuto gli alberi selvatici. Aveva descritto l’incanto e la delusione in Both Sides Now. Quel che si è stati e quel che si è ora. Eppure, nonostante quel che aveva raggiunto, Joni si era perduta. Aveva appena rotto con quello che era stato il suo amore per cinque anni. Per quello iniziò un lunghissimo e solitario viaggio in automobile che dal Maine, dalle coste della luce di Edward Hopp…
I mesi dell'inverno possono essere i più difficili da attraversare. Quarantacinque anni fa, Joni Mitchell, proprio nei mesi in cui l'inverno raggiunge il suo apice, in cui diventa quasi insopportabile, verso la fine di febbraio, si ritrovò a fare i conti con molte cose. Aveva trentadue anni. Era già una stella. Era passato qualche anno da quando aveva cantato la perfezione di Big Yellow Taxi. Aveva già cantato l’America che rinuncia a sé stessa e alla sua natura incontaminata per costruire parcheggi dove fino ad allora avevano vissuto gli alberi selvatici. Aveva descritto l’incanto e la delusione in Both Sides Now. Quel che si è stati e quel che si è ora. Eppure, nonostante quel che aveva raggiunto, Joni si era perduta. Aveva appena rotto con quello che era stato il suo amore per cinque anni. Per quello iniziò un lunghissimo e solitario viaggio in automobile che dal Maine, dalle coste della luce di Edward Hopper, l’avrebbe condotta fino a Los Angeles.
Migliaia di chilometri per tornare a casa, migliaia di chilometri per lasciarsi alle spalle il disincanto di un amore. Più chilometri possibili per lasciarsi dietro anche l’abitudine cupa di consumare quelle sostanze che l’avevano privata della lucidità, della capacità di trasformare in parole e musica ciò che sentiva dentro. Poteva bastare un viaggio? Era sufficiente attraversare l’intero corpo degli Stati Uniti per uscire dal sogno con dignità?
La strada che, costeggiando l’Oceano Atlantico, scende fino alla Florida come un fiume burrascoso e ampio è la Interstate 95. L’arteria più grande di tutta la East Coast. Dal Maine fino a Downtown Miami, in Florida. Da un estremo all’altro, più di tremila chilometri. Le grandi corsie, la vegetazione e i giganteschi camion bianchi arenati come balene alle pompe di benzina. Le roulotte che si portano dentro il sortilegio incomprensibile delle famiglie, l’amore e l’odio di una coppia, gli esiti imprevedibili di un battibecco, lo sguardo dei bambini, i ricordi che resteranno nonostante tutto. L’arco prezioso dei giorni di un amore. Il suo dissiparsi. Joni Mitchell e John Guerin. La stella e il batterista. L’incanto concreto dei gesti offerti e ricambiati. Poi le battaglie e la rabbia. Il corpo che prende vita, il corpo che si scuote, il corpo che trema ancora al tocco dell’altro. Gli istanti e gli sguardi. Il fastidio e l’inerzia. Lo stupore tenuto tra le mani. Il sogno che si schiude come un guscio e lascia volare via un corvo nero.
Il silenzio della stanza. La rabbia. La strana percezione che la gioia sia solo un sogno. Una chimera. L’idea di quel che poteva essere. E quel che poi è stato. Mentre scendeva verso sud, Joni si accorse che la sua patente di guida era scaduta. Per evitare di essere fermata, viaggiava quasi sempre dietro alle figure rettangolari e maestose dei camion. Erano loro ad avvertirla dei posti di blocco della polizia. Superò Portland, Boston e Providence, New Haven e New York senza mai prendere velocità. A cosa le sarebbe servito arrivare quanto prima? Il viaggio, più che una fuga, prese la forma di una specie di rifugio. Con sé, Joni aveva una chitarra e probabilmente un registratore. All’inizio non immaginava neppure l’uso che poi finì per farne. Qualcosa cominciò a succedere. La distanza, il tempo, il moto del viaggio che separa da ogni cosa. Qualche parola, qualche nota cominciarono a uscire da quel che le si agitava dentro. Canzoni diverse da tutte quelle che aveva scritto fino ad allora. Canzoni che non avevano quasi mai un ritornello. Personali e intime. Canzoni che avrebbe potuto scrivere solo lei.
Il New Jersey, la Virginia, Richmond, Petersburg. La Carolina del Nord. La Carolina del Sud. Non appena Joni Mitchell entrò in Georgia, nei pressi di Savannah, decise di fermarsi sulla Tybee Island. Prese una stanza al DeSoto Hilton. Aveva piovuto a lungo. Le palme, nella luce della veranda, scrisse nella canzone che compose in quei giorni, somigliavano a chiazze nere di cellophane. Joni parve trovare il suo modo di accettare e sopportare quel che le stava accadendo. Riempì la stanza di cibo e vitamine. Appena sveglia, al mattino presto, andava a correre in spiaggia. Forse il bandolo della matassa era ancora aggrovigliato. Scrisse ancora. "Will you still love me, when I get back to town". Mi amerai ancora, quando sarò tornata a casa. Il giro delle parole e dei pensieri non riesce a staccarsi da un centro di gravità. Ancora tempo, altra strada da percorrere. Tu continuerai il tuo giro furtivo intorno alla città, scrisse, io distenderò tutta l’autostrada. E così fece. Aveva le cartine stradali di almeno una dozzina di stati. Ora che era arrivata a sud, aveva il viaggio da costa a costa davanti a sé. Da lì in poi, indossò una parrucca rossa e si fece chiamare Charlene Latimer.
Partì ancora. Da Jacksonville, e lungo la Interstate 10. Dopo Tallahassee la strada si restringe a due corsie. Il verde della Florida. Verso est non si incontra quasi nessuno. L’Apalachicola River. Le acque salmastre che annunciano il Golfo del Messico. Un grande camion che viene nella direzione opposta. Solo un istante. Poi le strade viaggiano affiancate. Poi si separano di nuovo. Gli alberi cominciano a diradarsi. Più Joni andava avanti, più le veniva difficile mantenere l’anonimato. Quando arrivò al Grand Hotel a Point Clear, in Alabama, cercò di farsi registrare con il nome di Joan Black. Ma il barman dell’hotel la riconobbe: "Come dice lei, Ms. Mitchell". Così come la riconobbero subito i due musicisti locali a cui non confessò di essere la persona che era.
Ripartì quasi subito. Si fermava spesso in quei motel costruiti negli anni Cinquanta del secolo scorso. Quasi tutti uguali: il parcheggio, le insegne con i neon, i cow-boy, gli indiani e le navette spaziali. Quando arrivò in Arizona scrisse una canzone per Amelia Earhart, l’aviatrice che scomparve nell’oceano: "I’ve spent my whole life in clouds at icy altitudes. And looking down on everything. I crashed into his arms. Amelia it was just a false alarm". L’arco prezioso dell’amore, il suo dissiparsi. Quel che si pensava potesse essere. Quel che poi è stato. Arrivata a Los Angeles, tornata a casa, Joni Mitchell registrò le canzoni in uno studio. L’album prese il titolo di Hejira. Fu il primo passo di una trasformazione musicale, di una maturazione che l’avrebbe portata vicina ai più grandi musicisti jazz. Il viaggio era stato il rifugio che le aveva permesso di uscire dal sogno. Sapeva che per tutto quel tempo, per tutto il tempo di quel viaggio lunghissimo, era riuscita a disertare le battaglie meschine della fine di un amore e a innescare una ricerca dentro di sé. Non si sarebbe mai più fermata.
*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi