Vaccino, le aziende italiane pronte a produrlo in quattro mesi
di Carmelo Lopapa , Giuliano Foschini , di Giuliano Foschini, Carmelo LopapaIncontro tra Farmindustria e il ministro Giorgetti
Sei, forse sette aziende che potenzialmente potrebbero entrare nella catena di produzione. Un appuntamento al prossimo mercoledì per capire i primi passi da poter affrontare. Un tempo che va dai 4 ai 6 mesi per la produzione. L'Italia ha compiuto il primo passo ufficiale per immaginare la produzione autoctona di vaccini anti-Covid. Un vertice tra il ministro dello sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, il presidente dell'Aifa Giorgio Palù e il commissario straordinario Domenico Arcuri.
Si tratta del passaggio operativo necessario per poter mettere in pratica il piano politico del governo: se le multinazionali continuano a tardare nella consegna dei vaccini, prendiamoci i brevetti e produciamoli noi. Lo sa il ministro Giorgetti che, non a caso, nel corso della riunione ha usato parole molto chiare: "Questa è la speranza del paese - ha detto - La responsabilità è grandissima. Per que…
Si tratta del passaggio operativo necessario per poter mettere in pratica il piano politico del governo: se le multinazionali continuano a tardare nella consegna dei vaccini, prendiamoci i brevetti e produciamoli noi. Lo sa il ministro Giorgetti che, non a caso, nel corso della riunione ha usato parole molto chiare: "Questa è la speranza del paese - ha detto - La responsabilità è grandissima. Per que…
Sei, forse sette aziende che potenzialmente potrebbero entrare nella catena di produzione. Un appuntamento al prossimo mercoledì per capire i primi passi da poter affrontare. Un tempo che va dai 4 ai 6 mesi per la produzione. L'Italia ha compiuto il primo passo ufficiale per immaginare la produzione autoctona di vaccini anti-Covid. Un vertice tra il ministro dello sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, il presidente dell'Aifa Giorgio Palù e il commissario straordinario Domenico Arcuri.
Si tratta del passaggio operativo necessario per poter mettere in pratica il piano politico del governo: se le multinazionali continuano a tardare nella consegna dei vaccini, prendiamoci i brevetti e produciamoli noi. Lo sa il ministro Giorgetti che, non a caso, nel corso della riunione ha usato parole molto chiare: "Questa è la speranza del paese - ha detto - La responsabilità è grandissima. Per questo bisogna muoversi con il massimo della serietà e il basso profilo". Nel vertice non si è arrivati a un risultato definito. E, d'altronde, non era quello l'obiettivo dell'incontro. Si era parlato dell'esistenza di una lista di aziende che avrebbero potuto cominciare con la produzione. Ma quella lista non c'era. Non sono stati fatti nomi né dati tempi certi su un possibile avvio.
È stato però un incontro utile, secondo tutti gli attori al tavolo, perché sono stati individuati tempi, obiettivi e tempistica. Nomi, si diceva, non ce ne sono stati. Ma sono state individuate alcune aziende che potrebbero avere il know how giusto per entrare nella catena di produzione. Sono sei, sette, dalla Lombardia alla Puglia. Farmindustria si è impegnata a compiere una ricognizione precisa sul territorio assicurando che i primi nomi delle aziende saranno messi sul tavolo nel prossimo incontro, già fissato per mercoledì 3 marzo. "L'industria italiana è pronta ", ha detto Scaccabarozzi. Non subito. Per poter partire a un'eventuale produzione saranno necessari non meno di cento giorni ("il tempo giusto da immaginare è quello del semestre", è stato detto nella riunione) e, così come accaduto con Reithera, è possibile che nel capitale delle aziende prescelte entri lo Stato per incentivare la ricerca nell'immediato e in un periodo più lungo l'accompagni con la realizzazione di un vero polo nazionale.
"Abbiamo capito che c'è la capacità di farcela - spiega una fonte vicina al dossier - La questione cruciale sono però i tempi di realizzazione". Ma, evidentemente, anche la disponibilità dei brevetti. Le soluzioni sul tavolo sono tre: la prima è un accordo tra aziende, con le società che hanno brevettati i sieri che danno come in affitto una parte della loro proprietà. La seconda è la cessione delle royalities. La terza, più traumatica, è la sospensione del brevetto, con il principio della licenza obbligatoria. Punto su cui stanno lavorando molti europarlamentari italiani, prima tra tutti la deputata del Pd, Patrizia Toia, che dice: "È tutto legale. non possiamo non considerare cosa sta accadendo nel mondo"
Si tratta del passaggio operativo necessario per poter mettere in pratica il piano politico del governo: se le multinazionali continuano a tardare nella consegna dei vaccini, prendiamoci i brevetti e produciamoli noi. Lo sa il ministro Giorgetti che, non a caso, nel corso della riunione ha usato parole molto chiare: "Questa è la speranza del paese - ha detto - La responsabilità è grandissima. Per questo bisogna muoversi con il massimo della serietà e il basso profilo". Nel vertice non si è arrivati a un risultato definito. E, d'altronde, non era quello l'obiettivo dell'incontro. Si era parlato dell'esistenza di una lista di aziende che avrebbero potuto cominciare con la produzione. Ma quella lista non c'era. Non sono stati fatti nomi né dati tempi certi su un possibile avvio.
È stato però un incontro utile, secondo tutti gli attori al tavolo, perché sono stati individuati tempi, obiettivi e tempistica. Nomi, si diceva, non ce ne sono stati. Ma sono state individuate alcune aziende che potrebbero avere il know how giusto per entrare nella catena di produzione. Sono sei, sette, dalla Lombardia alla Puglia. Farmindustria si è impegnata a compiere una ricognizione precisa sul territorio assicurando che i primi nomi delle aziende saranno messi sul tavolo nel prossimo incontro, già fissato per mercoledì 3 marzo. "L'industria italiana è pronta ", ha detto Scaccabarozzi. Non subito. Per poter partire a un'eventuale produzione saranno necessari non meno di cento giorni ("il tempo giusto da immaginare è quello del semestre", è stato detto nella riunione) e, così come accaduto con Reithera, è possibile che nel capitale delle aziende prescelte entri lo Stato per incentivare la ricerca nell'immediato e in un periodo più lungo l'accompagni con la realizzazione di un vero polo nazionale.
"Abbiamo capito che c'è la capacità di farcela - spiega una fonte vicina al dossier - La questione cruciale sono però i tempi di realizzazione". Ma, evidentemente, anche la disponibilità dei brevetti. Le soluzioni sul tavolo sono tre: la prima è un accordo tra aziende, con le società che hanno brevettati i sieri che danno come in affitto una parte della loro proprietà. La seconda è la cessione delle royalities. La terza, più traumatica, è la sospensione del brevetto, con il principio della licenza obbligatoria. Punto su cui stanno lavorando molti europarlamentari italiani, prima tra tutti la deputata del Pd, Patrizia Toia, che dice: "È tutto legale. non possiamo non considerare cosa sta accadendo nel mondo"