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Mascherine false in Europa, sotto indagine il laboratorio turco del marchio CE2163

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L’inchiesta della procura di Roma sui dispositivi di protezione importati nelle regioni in 12 mesi di emergenza: le dogane ne hanno sequestrate nove milioni, moltissimi i certificati contraffatti. Anche alcuni campioni marchiati Ce sono risultati non adeguati
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L’inchiesta della procura di Roma sulla truffa delle mascherine importate dalla Cina ha il merito di illuminare il centro delle cose. E porre, con forza, una domanda cruciale: che dispositivi di protezione hanno importato le regioni in 12 mesi di emergenza? Il quesito non è banale. Perché la cronaca di queste settimane racconta due circostanze, entrambe pericolose. La prima: come riportato da Repubblica nei giorni scorsi, sono arrivate in Italia moltissime mascherine (solo le Dogane ne hanno sequestrate nove milioni) con certificati contraffatti.



Dunque, non fanno il loro dovere: filtrano meno del dovuto consentendo così al virus di infettare chi le porta e di circolare. C’è però una seconda questione, ancora più infida, che riguarda le Ffp2, ad alto filtraggio e in uso a sanitari e medici: sottoposti a prove in laboratori sia privati sia accreditati con l’Ue, alcuni campioni marchiati Ce (conformità alle direttive …

L’inchiesta della procura di Roma sulla truffa delle mascherine importate dalla Cina ha il merito di illuminare il centro delle cose. E porre, con forza, una domanda cruciale: che dispositivi di protezione hanno importato le regioni in 12 mesi di emergenza? Il quesito non è banale. Perché la cronaca di queste settimane racconta due circostanze, entrambe pericolose. La prima: come riportato da Repubblica nei giorni scorsi, sono arrivate in Italia moltissime mascherine (solo le Dogane ne hanno sequestrate nove milioni) con certificati contraffatti.



Dunque, non fanno il loro dovere: filtrano meno del dovuto consentendo così al virus di infettare chi le porta e di circolare. C’è però una seconda questione, ancora più infida, che riguarda le Ffp2, ad alto filtraggio e in uso a sanitari e medici: sottoposti a prove in laboratori sia privati sia accreditati con l’Ue, alcuni campioni marchiati Ce (conformità alle direttive europee) sono risultati non adeguati. I sospetti si concentrano al momento sul Ce2163, contrassegno rilasciato dal laboratorio Universal certification di Istanbul. È un ente riconosciuto dall’Unione europea, tanto da figurare nella lista di quelli ufficiali.



E tuttavia, stando a indiscrezioni che filtrano da Bruxelles, l’Olaf — l’ufficio europeo per la lotta antifrode — ha aperto un’istruttoria sulla società turca proprio per verificare la bontà delle procedure di validazione da essa seguite. Sul mercato ne troviamo tantissime con quel marchio. Ce ne sono a bizzeffe su Internet, così come nelle farmacie, le usa la Rai a Sanremo, si vendono ovunque, tra l’altro a prezzi talvolta molto inferiori rispetto a quelli normali di mercato.


Come detto, però, alcuni laboratori indipendenti — uno è stato interpellato da una società altoatesina di import ed export con la Cina, che aveva il dubbio sulla fattura di quanto aveva appena comprato — dopo aver effettuato analisi accurate, hanno documentato performance molto inferiori rispetto a quelle necessarie per avere la qualifica di Ffp2: invece di filtrare il 95 per cento delle particelle, avevano una capacità al 50 per cento.


Ad aver insospettito gli 007 dell’Olaf ci sono anche i numeri: dalla Universal certification, infatti, sono passati i volumi maggiori degli stock provenienti dalla Cina e importati in Europa. Molto più di quanto hanno fatto altri laboratori accreditati con l’Ue. «La norma — come spiega una fonte dell’antifrode della Guardia di finanza — prevede che chi produce mascherine e ha intenzione di metterle sul mercato in Europa, pur non avendo in partenza il marchio Ce necessario per la commercializzazione, debba rivolgersi a un laboratorio europeo accreditato per ottenerlo».

Nel caso del laboratorio turco, a essere fallato sarebbe il presupposto: «Al momento — sostengono gli investigatori italiani — la sola cosa che possiamo dire è che, effettivamente, la Universal ha un volume di certificazione molto importante. Abbiamo fatto qualche domanda, ma ci è stato risposto che le società cinesi si rivolgevano a loro perché davano risposte in tempi molto stretti». Ad aumentare i dubbi sono anche le modalità di lavoro: com’è evidente consultando il sito della Universal, esiste un collegamento diretto tra la Turchia e la Cina stessa. E molte delle analisi necessarie sono state subappaltate da Instanbul proprio a laboratori asiatici. In sostanza, il marchio di qualità dell’Ue si cominciava ad apporre a Pechino.