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(ansa)

Raoul Casadei, la generazione che ballava il liscio costruendo il futuro

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La scomparsa, a 83 anni per Covid, del re del liscio. La sua storia è quella di un'Italia che partì dalle macerie della guerra e arrivò ai frigoriferi del benessere
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Un destino: nacque il giorno di Ferragosto, che è la festa nazionale della Romagna sua. Una cosa sola riusciva a incrinare l’imprinting solare di Raoul Casadei, il re del liscio, che il Covid ci ha portato via a 83 anni, ieri all’ospedale Bufalini di Cesena: quando lo trattavano da figlio di un Do minore. Quando gli dicevano che la sua era musica di serie B, da avanzi di balera, tre accordi al tempo di zum-pa-pa, roba facile, kitsch, commerciale, disimpegnata. Allora lui si metteva serio, disarmava il sorriso di scena e ti diceva: “Io faccio una cosa sociale, politica. La gente fatica e suda tutta la settimana. Noi al sabato gli diamo una sera di gioia. Prima c’erano solo i night per i signori. Con la mia musica la gente ha fatto l’amore, si è sposata, ha tirato su i figli, qualcuno ci è perfino andato al cimitero".

Chissà se ci sarà una mazurka anche per il suo. La pandemia lo impedirà, peccato, ma ci sar&a…
Un destino: nacque il giorno di Ferragosto, che è la festa nazionale della Romagna sua. Una cosa sola riusciva a incrinare l’imprinting solare di Raoul Casadei, il re del liscio, che il Covid ci ha portato via a 83 anni, ieri all’ospedale Bufalini di Cesena: quando lo trattavano da figlio di un Do minore. Quando gli dicevano che la sua era musica di serie B, da avanzi di balera, tre accordi al tempo di zum-pa-pa, roba facile, kitsch, commerciale, disimpegnata. Allora lui si metteva serio, disarmava il sorriso di scena e ti diceva: “Io faccio una cosa sociale, politica. La gente fatica e suda tutta la settimana. Noi al sabato gli diamo una sera di gioia. Prima c’erano solo i night per i signori. Con la mia musica la gente ha fatto l’amore, si è sposata, ha tirato su i figli, qualcuno ci è perfino andato al cimitero".

Chissà se ci sarà una mazurka anche per il suo. La pandemia lo impedirà, peccato, ma ci sarà pure una pista da ballo, là dove sta andando, sennò che paradiso è? Ci troverà i centomila che lo hanno preceduto, tanti di loro si saranno sicuramente avvitati in un Battagliero o una Migliavacca, scarpe di vernice che crocchiano, gonna sfarfallante e polpaccio malandrino che scatta su come una molla. Se ne va, Raoul Casadei, assieme alla generazione che come lui partì dalle macerie della guerra e arrivò ai frigoriferi del benessere, la generazione che per sei giorni costruiva un paese, e il settimo si ubriacava di valzerini a gentile richiesta; una generazione convinta che il domani è meglio dell’oggi e che la ricompensa al sudor della fronte è nell’aldiquà, meglio se pagata a scadenza settimanale con assegni di polke infuocate. Per questo Raoul, tutte le sere, prima di salire sul palco, diceva ai ragazzi dell’orchestra la stessa frase: “Cio’ burdel, stasira bsògna déj”, stasera diamoci dentro per questa gente che se lo merita, “e spingiamo col didietro”, perché lui era un musicista vero e sapeva che sì, ok, clarinetto e sax fanno i merletti, la fisarmonica tira come un treno, ma senza il dum dum di basso e batteria dalla retrovia del palco i piedi dei ballerini non si schiodano dalla plancia di legno.



Questo gli aveva insegnato zio Secondo Casadei, il patriarca, lo Strauss della Romagna, il violinista che sconfisse il boogie-woogie perché fondo era più americano ancora, con i suoi smoking bianchi hollywoodiani e quei baffetti alla clerghèibol. Lui nel ’28 ebbe l’idea geniale, inventò di sana pianta una tradizione, impastò un po’ di operetta, di Offenbach e di Strauss, li scaldò come piadine e ne sfornò una specie di droga sonora che la gente non voleva smettere di ballare neanche alle tre di notte. Romagna mia è la terza canzone italiana più ascoltata al mondo. La Romagna è come New Orleans, diceva Raoul, “la nostra musica è il dixieland italiano, una cosa nazional-popolare”.

Che poi lui sperava di scamparsela, in verità. Se ne era andato in Puglia per diciassette anni a fare il maestro elementare, “emigrante al contrario”, aveva sposato Pina, una collega napoletana, sì certo aveva scritto qualche canzoncina e suonava la chitarra ma non ci pensava più. Solo che poi Secondo morì, nel 1971, e da casa gli telegrafarono: “Zio voleva che continuassi tu”. E quando la zum-pa-patria chiama, si risponde. Raoul si licenziò a un anno dal minimo pensionabile, rimpatriò e indossò la giacca di lamé da ammiraglio della più formidabile corazzata del liscio che abbia mai incrociato l’oceano del sabato sera.

Raoul Casadei con il figlio Mirko (ansa)


Aveva un asso nella manica: un motivetto ovviamente in tre quarti, Ciao mare. Lo fece sentire ai capoccioni della Rai. Storsero il naso, “è una canzoncina da ombrellone”. Allora andò da Vittorio Salvetti, il patron del Festivalbar. “Carina”, disse, “ma come faccio a metterti sul palco con Elton John e i Bee Gees?”. “Vedrai, piacerà anche a loro”. Bene, Ciao mare arrivò terza, nell’estate del ’73 restò mesi in cima alla hit parade e vendette milioni di dischi. Quel che successe poi, è leggenda. Divise sfolgoranti, cachet da nababbi, pacchi di autografi “a Deborah e Samantha con simpatia”, televisione, perfino cinema, serate ovunque, più di un concerto al giorno, tournée internazionali, alberghi di lusso, e quel pullman sfavillante con la scritta Orchestra Spettacolo dove si favoleggiava ci fosse dentro anche la sauna.

Tutta l’Italia divenne allora una grande Romagna, “ho unito il paese, mi sento un po’ Garibaldi”. Fu contagiosa come un virus la lisciomania negli anni Settanta e Ottanta, Casadei era il suo profeta e il suo brand, mille tentativi di imitazione e perfino di plagio, ci fu un momento in cui c’erano in giro altre undici orchestre col nome Casadei, tutte abusive, “una aveva ingaggiato un Casadei barbiere che non sapeva neppure fischiettare”. Ma ce n’era per tutti. E sì, fece tanti soldi con la musica popolare, Raoul, ma tanti ne perse anche: quella cattedrale di discoteca, la Ca’ del Liscio di Ravenna, gli costò tre miliardi di lire e rischiò di mandarlo in bancarotta. Però ci cantò Ray Charles. E una volta Gloria Gaynor intonò Romagna mia.

Diceva Raoul: “La mia musica parla di cose vere, amore, lavoro, famiglia, vacanze, ha la colpa di essere bella, felice e facile. Ma è cultura di vita. Qualcuno un giorno ci rivaluterà, com’è successo a Totò”. Alla fine anche la parola liscio (pare rubata al titolo di un settimanale, comunque zio Secondo non la pronunciò mai, lui diceva “musica romagnola”) gli andò stretta come etichetta, Raoul si inventò un genere suo esclusivo, “musica solare”, introdusse strumenti esotici, elettronici, ritmi caraibici. Andò così così, la liscio-craze fu travolta da Travolta, si sa le generazioni cambiano, e quando Raoul capì di non essere più credibile a cantare testi da playboy di spiaggia lasciò le redini dell’orchestra al figlio Mirko, e si ritirò nel ranch di Villamarina, vicino a Cesenatico, assieme a una tribù di figli e nipoti, fino a quando il suo cuore ha dato l’ultimo battito, sicuramente in tre-quarti.

Con lui se ne sta andando, tradita dal virus, una generazione che rivendicò per sé il traguardo edonista di un ombrellone e due sdraio a Rimini, una generazione frugalmente ottimista, forse l’ultima che abbia pensato la vita come un bicchiere mezzo pieno di sangiovese.