Cara abbonata, caro abbonato,
eccoci ancora assieme con un nuovo numero della newsletter sul gender gap che, se vorrai, troverai ogni giovedì nella tua mail. Una newsletter che fa parte dell'abbonamento digitale a Repubblica (per iscriversi qui il link).
Buona lettura,
Oriana Liso
Sette milioni, quasi. Da lunedì scorso le scuole - dai nidi alle università - sono chiuse nella maggior parte delle regioni, ormai sempre con meno differenze di colore. Precisamente: 6 milioni e 875 mila iscritti alle scuole statali e paritarie su un totale di 8 milioni e 506 mila alunni sono a casa. In didattica a distanza dalle elementari in poi, a casa senza nessun contatto con la scuola - tranne sporadici eroismi di maestre che si collegano in video - quelli delle materne, niente (perché sarebbe impossibile a distanza) i più piccoli che frequentano il nido. Non è un paese per bambini e non è un paese per genitori, però, quello che dopo un anno di banchi a rotelle, misurazione della febbre a casa ogni mattina, moduli da compilare, presenze alternate in classe non ha ancora trovato un modo per garantire ai bambini e ai ragazzi il diritto ad andare a scuola, ai più piccoli il diritto a stare con i loro coetanei. E ai genitori la possibilità - ma anche questo è un diritto - di conciliare lavoro e famiglia.
Non è smart working, dicono tutti (quelli che un lavoro ce l'hanno). È hard working, è una corsa da criceti tra connessioni di pc, bambini da gestire, riunioni di lavoro. La ministra per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti ieri sera ha spiegato che quelle frasi che per tutta la giornata erano girate in chat e social sono una fake news: "In smart working ci si può occupare dei figli, i bonus baby-sitter non servono", la frase che ha fatto, ovviamente, indignare tanti. "Falso", dice la ministra, che assicura: "Lo smart working non può essere considerato uno strumento di conciliazione per prendersi cura dei figli lavorando a casa. In questi giorni abbiamo lavorato per allargare nei prossimi provvedimenti la platea dei beneficiari del bonus baby-sitter ai genitori attualmente in smart working, dei bambini delle scuole dell'infanzia e della primaria, così come a tutti i professionisti della sanità". Speriamo arrivino presto, questi provvedimenti: perché chi (madri e padri) è a casa con bambini piccoli, medi, grandi non è detto che possa permettersi tate, e se ricorre ai nonni sa che mette a rischio anche loro.
Oggi questa newsletter raccoglie le loro voci: genitori di diverse città, da Milano a Roma alla Puglia, che raccontano questi primi giorni con tutti a casa. Tanti di loro, e lo dicono, sono fortunati: hanno spazi e computer a sufficienza per tutti. Altri no, ed è difficile trovare l'equilibrio. Per tutti valgono le stesse riflessioni: non fa bene ai bambini, non fa bene a nessuno. Perché i bambini - e ce ne parla anche Annalisa Cuzzocrea - dovrebbero appartenere a tutti, non solo ai loro genitori, ma la politica in Italia questo non lo ha ancora capito.
Maddalena: Mio figlio ha cinque anni e mezzo, va all'ultimo anno di materna e io sono in telelavoro su turni. Con il mio compagno che fa l'agente di commercio cerchiamo di incastrare a fatica tutto, con il vantaggio che lui gli appuntamenti li può gestire e molte cose come preventivi e ordini riesce a farli da casa. Cerco di prediligere i turni notturni con inizio alle 14, in modo da stare la mattina con lui per giochi e compiti (anche all'asilo li fanno), preparo pranzo e poi mi metto al pc. Nella pausa preparo la cena. Quando lo schema si complica - io turno dell'alba e lui impegni della mattina - ci aiutano i nonni. Senza non sapremmo come fare onestamente, anche perché il costo per ogni ora di baby-sitter è 10 euro. Una mia amica medico in ospedale, da quando le scuole sono chiuse, spende 90 euro al giorno.
Annalisa e Mauro, mamma odontoiatra e papà avvocato di Alessio, Mattia e Bianca di 9, 9 e 7 anni: Lunedì sono rimasta con loro fino alla fine delle lezioni in Dad, poi, con autocertificazione nuova di zecca, li ho caricati in macchina e portati in ambulatorio con me, visto che i pazienti del mattino li ho dovuti spostare al pomeriggio. Martedì, mercoledì e giovedì Mauro in smart working e io in ambulatorio (4 dispositivi attivi, fortunati noi ad averceli). Venerdì Mauro torna in ufficio e io a casa con loro. Prossima settimana ricominciamo il giro. La baby-sitter ce l'abbiamo solo il mercoledì e il giovedì pomeriggio, i quattro nonni sono in Puglia. Noi speriamo che ce la caviamo...finché regge l'ingranaggio.
Micaela D'Avanzo: Sveglia alle 6, mio marito a quell'ora è già fuori casa per lavoro. Colazione, guardo le notizie, preparo il pranzo, svuoto la lavatrice e faccio qualcosa in casa. Poi sveglio le bambine, una in terza elementare l'altra in quinta, ma anziché preparare la merenda da portare a scuola preparo i computer, ognuno nella propria camera (perché noi siamo fortunati ad avere due pc e due camerette), alle 7,20 arriva la baby-sitter che solitamente le accompagna a scuola, che ora invece deve rimanere con loro tutta la mattina e io vado al lavoro. Sono un medico specialista pneumologo impegnata nell'emergenza Covid, quindi indossati i Dpi via, tra visite e consulti, mentre il cellulare vibra perché nella chat delle mamme di scuola (ovviamente per me sono due) comunicano che la connessione non va, che bisogna stampare subito una scheda... ma io non posso avvisare le mie bambine in tempo reale. Alle 14,30 finisco il turno e torno a casa (lunedì, mercoledì e venerdì, perché il martedì e il giovedì termino alle 18) dove le mie figlie fanno l'assalto al portavalori per raccontarmi come è andata a scuola, ma anche per chiedere il mio aiuto, la mia approvazione, perché con un pc non puoi avere un confronto. Ascolto loro, rispondo ai messaggi dei pazienti Covid, perché anche loro cercano conforto e sostegno, preparo la cena e intanto anche le diapositive per un webinar. Si cena, sono e siamo stanchi e demotivati, perché domani sarà ancora così. Sto difendendo con le unghie e con i denti il diritto alla salute, è il mio lavoro, ma non mi sento tutelata come madre e non vedo tutelato il diritto all'istruzione delle mie figlie. Faccio quel che posso, ma sono un medico, una madre e non un'insegnante, non una classe.
Matteo Francavilla: Nostra figlia Federica, 6 anni, frequentava la scuola primaria. Uso il passato perché sembra passata un'eternità. La lezione in dad dura due ore, ma valgono per sei mal di testa successivi. Per il collegamento ci sono voluti due giorni, chiudere tutti i microfoni sembra più difficile di un esame di Stato, per non parlare dei link delle lezioni da cercare su Classroom. Ogni giorno, un problema software diverso. Non tutti i bambini sono seguiti dai loro genitori, molti quindi intervengono, disturbano. Sul punto, io sono del parere che i bambini debbano essere lasciati soli: alla fine a scuola noi genitori non ci siamo durante le lezioni, quindi solo in questo modo i bambini possono ricreare qualcosa che assomigli a una lezione 'normale'. Mia moglie la pensa diversamente. Le lezioni iniziano alle 9,40 e finiscono alle 11,40. Appena ti connetti scattano i cori: maestra, maestra, maestra, maestra io non ho la matita, io non ho il quaderno. Maestra io. Maestra dobbiamo. Maestra. Maestra. Su 21 alunni 14 microfoni accesi. Non esistono ancora le guide su come far fare la dad ai bambini di 6 anni.
Anna: Ho un lavoro precario, e anche in nero veramente. Ma fino all'anno scorso riuscivamo a fare una vita normale. Io e mia figlia, che ora ha 4 anni e un padre che c'è e non c'è. I miei parenti vivono in un'altra città, qui per fortuna ho una rete di amiche, dalla vicina di casa alla proprietaria del bar dove andavamo a prendere una brioche e un cappuccino ogni mattina, prima di andare al lavoro e alla'asilo. Poi è iniziato il Covid, le chiusure dei primi mesi, il lavoro interrotto, perché i miei datori avevano paura dei controlli e del contagio. Sono rimasta a casa con la bambina, due risparmi da parte, un piccolo aiuto dai miei genitori. Negli ultimi mesi le cose stavano andando meglio, l'asilo era aperto e io ho trovato un altro lavoro, sempre precario ma almeno c'è. Adesso con la materna chiusa è dura. Non posso portare la bambina con me, sono fuori casa per sette ore al giorno. La bambina sta un po' con la mia vicina di casa, anche se c'è la madre anziana e un po' ho paura, un po' con il padre quando è libero, un po' con la mia amica barista, nascosta in fondo al locale dove non la vede nessuno. Con il mio vecchio cellulare in mano almeno per fare i giochini e se c'è il wifi per vedere i cartoni animati. Quando vado a prenderla la sera e torniamo a casa penso che così non possiamo resistere, e a mia figlia prometto sempre una vita migliore, ma non ci credo più.
Iacopo Landrini: Ultimo anno di scuola materna, io e mia moglie Veronica a casa, tablet e tavolo della cucina, turni in base ai nostri orari di lavoro. Un'ora la mattina e una il pomeriggio, chi non è di supporto alla bambina lavora, legge o sopravvive in un'altra stanza. Beatrice non sembra accusare troppo la situazione ma ormai ha compilato una lista di "cose che farò dopo il Covid" che per realizzarne la metà non basta una vita.
Francesca Bozano: Sono mamma single di una bambina di 8 anni. L'anno scorso è stato complicato: la baby-sitter aveva il Covid a inizio marzo ed è stata assente 3 mesi, i nonni non li vedevamo per prudenza, quindi il padre è venuto a stare da noi fino a giugno. La scuola della bambina è privata e molto ben organizzata e gli alunni usavano già il tablet per alcune attività, quindi il passaggio alla Dad non è stato troppo complicato, anche se, i primi tempi, ci voleva sempre un genitore di supporto - anche per via dell'età non riuscivano ancora a fare compiti e lezioni in modo indipendente. Lo so che siamo stati fortunati e privilegiati, e lo siamo tutt'ora. Quest'anno la baby-sitter c'è e sta bene, la classe di mia figlia non ha fatto neanche un giorno di quarantena, fino alla settimana scorsa, la dad è ben rodata e i bambini sono più grandi, quindi lavorano bene in autonomia. Io lavoro quasi tutto il giorno (amministro un centro medico) e non posso fare smart working.
Michela Ravalico: Bambina in quarta. Ragazzino in prima media. La casa si trasforma in un call center, ed è subito Dad. Con Priorità alla scuola siamo in piazza da mesi, le scuole sono sicure, e non sono luogo di contagio. Eppure le chiudono. In Francia non osano. Le donne farebbero sciopero subito. Perché il sindaco Sala non ha difeso le milanesi? Lo sanno tutti che a Milano la media di donne che lavorano a tempo pieno è di gran lunga superiore al resto d'Italia. Conosco donne costrette a mollare i figli di 5 anni tutto il giorno sull'Ipad, altrimenti non riescono a seguire le call di lavoro (che ovviamente non si riducono). Conosco una donna brasiliana, che fa la colf, che lascia sua figlia a casa da sola per tutto il giorno. 10 anni. Conosco una donna, vedova con due figli, che ha chiesto di fare andare i figli a scuola perché lei è l'unica che lavora (e nel campo sanitario), le è stato negato anche quello.
Alessandro Giungi: Mia moglie ha un lavoro precario, lavora solo alcuni giorni alla settimana. Io faccio l'avvocato e il consigliere comunale e quindi riesco a gestire il mio tempo in maniera anche autonoma ma ho impegni inderogabili, come le udienze in presenza, e sono comunque spessissimo collegato per riunioni di lavoro o politiche. Siamo costretti quindi a fare i salti mortali per studiare incastri e orari con i nostri due bambini, che vanno alla primaria e sono in Dad. È come cercare di comporre un puzzle con 1000 pezzi e 200 varianti: andare a fare la spesa, il terrore di aver finito i giga della connessione, il pc che si spegne all'improvviso...ma la cosa più difficile è seguire la lezione dei bimbi e non poter suggerire: la domanda che sembra scontata, per loro a volte diventa una montagna insormontabile e davvero verrebbe voglia di urlare: "Roma! La capitale d'Italia è Roma!!!". Tra una lezione e l'altra si fa il controllo modello pit stop: pipì, succo, matita temperata, ma comunque qualcosa verrà inevitabilmente dimenticato, e ti senti in colpa con la maestra come se fossi tu l'alunno da mandare dietro la lavagna. Vedo però che i bambini dopo due giorni hanno preso dimestichezza con Google class e con la piattaforma meet quasi meglio di me. E comunque a fine giornata, prima di prendere sonno, mi capita di pensare che devo ripassare le divisioni a due cifre...
Lea: Sono mamma di due bimbi di prima e seconda elementare che stanno cinque ore al giorno in Dad. Siamo fortunati perché li abbiamo potuti dotare di un pc ciascuno, io sono in smart working quindi posso affiancare la piccola, recuperando il mio lavoro all'alba e di notte. Mio marito la affianca una mattina alla settimana, recupera lavorando il sabato. Tra i contro, per loro, oltre alla privazione della vita sociale, il fatto che i piccoletti, avendo un adulto in casa, perdono parte dell'autonomia che si erano costruiti. Tra i pro: hanno scoperto i vicini di casa, il cortile, il gioco libero.
Alessandra F.: Ce la devi fare e ce la fai. La cosa in assoluto più triste è vedere come tua figlia di 13 anni forte, sana e talentuosa si spenga giorno dopo giorno davanti al pc, al cellulare e alla tv, senza forze e senza allegria. È veramente difficile da sopportare: avremo un esercito di adolescenti depressi in futuro, speriamo di superare questo periodo.
Giovanni: Mio figlio Francesco ha quattro anni e mezzo e dalla scorsa settimana è a casa mentre noi lavoriamo. Tv accesa quasi sempre, anche quando gioca. Ogni tanto cerchiamo di fargli fare qualcosa ma ci riusciamo solo se rimaniamo accanto a lui. Dalla scorsa settimana abbiamo fatto venire la baby-sitter tre ore ogni pomeriggio per portarlo fuori a fare merenda, senza andare nei parchetti gioco: si siedono su una panchina nel verde e stanno lì.
Camilla: Nostro figlio fa la prima elementare ed è alla prima esperienza in Dad. La scuola ha organizzato tre ore tutte le mattine, in più (che non se ne parla mai, ma è quasi peggio della Dad in senso stretto) finite le lezioni su Meet partono quelle asincrone: vengono date delle schede/compiti in più da fare nel corso della giornata e mandare agli insegnanti per sopperire alle ore in meno. Compiti che ovviamente a questa età ancora non sanno fare da soli. Noi lavoriamo entrambi e, a meno di emergenze, ci dividiamo mattina io per stargli accanto durante le lezioni online (banalmente gestirgli il microfono perché non parli ogni volta che gli viene in mente qualcosa) e il papà al pomeriggio per le lezioni asincrone.
Alice Arienta: Abbiamo tre figli di 7, 5 anni e 4 mesi. Quest'anno è meglio perché con la scuola si sono organizzati in modalità sincrona, cioè lezioni dal vivo, mentre nel lockdown precedente erano preregistrate e dovevo fare io da maestra alla più grande. Il medio gioca, colora, cerco di non farlo stare in pigiama e di non accendere la tv. Mio marito lavora da casa tre giorni a settimana e collabora nella gestione della casa e della piccola, la babysitter viene una volta alla settimana. Se uno di noi due ha riunioni importanti si chiude in una stanza, e averne una in più - come avere un cortile del palazzo dove giocare - ci salva.
Diana: Angelica è in terza elementare, il suo banco è il tavolo in cucina, per fortuna è abbastanza autonoma. Dalia fa la Dad in soggiorno, ma non è per nulla autonoma e va costantemente affiancata. Brando va alla materna ed è il disturbatore del gruppo, gli facciamo fare lavoretti, letture e documentari per tenerlo occupato. Io sono tornata in ufficio full time, ammetto con sollievo. Mio marito è da un anno in smart working con un esaurimento alle porte. Per fortuna abbiamo una casa grande, tanti animali da compagnia e ancora un po' di energia.
I bagagli appesi
Si chiama "Che fine hanno fatto i bambini" (Edizioni Piemme) ed è il libro, appena uscito, scritto dall'inviata di Repubblica Annalisa Cuzzocrea. Che qui ce ne parla (e ne parla qui con Concita De Gregorio).
Oriana mi chiede: come ti è venuto in mente? Ve lo racconto: ad aprile dell'anno scorso seguivo il governo alle prese con la pandemia e la commissione Colao chiamata a dare risposte per l'emergenza e la ripartenza. Ci fu una riunione lunghissima, di 8 ore, con il premier Conte, i ministri, la commissione piena di esperti di ogni tipo. Alla fine chiesi a tutte le mie fonti: avete parlato delle scuole? Risposta: no, neanche un minuto. I bambini e i ragazzi erano chiusi in casa da inizio marzo, alcuni anche da prima. Era aprile, ma a nessuno era venuto in mente di affrontare la questione. Semplicemente, nessuno li aveva visti.
Ho cominciato a chiedermi perché. Ho guardato i piccoli flebili segni di protesta: le mamme di figli con problemi dello spettro autistico che protestavano perché permettere loro di uscire è importantissimo, fondamentale. I ragazzini che a settembre hanno portato i banchi davanti alle loro scuole per chiedere: riaprite. E ho cominciato a fare domande e a portare con me questa domanda: che fine hanno fatto i bambini? Perché per i governi che si succedono, per le istituzioni, è come se avessero indossato il mantello dell'invisibilità di Harry Potter? Quand'è che abbiamo cominciato a chiuderli in casa decidendo che questo significa tenerli al sicuro? Quand'è che abbiamo preso a riempire le loro vite di impegni e incombenze scelti da noi, deresponsabilizzando totalmente le istituzioni, le città, la comunità? Come se fossero una questione privata.
I bambini sono considerati "bagaglio appresso", mi ha detto Chiara Saraceno. Li oggettivizziamo, mi ha spiegato Annalena Benini. Così diventano un pacco, una nostra appendice, ma alla loro individualità chi guarda? Chi si chiede cosa stiano provando e pensando in questo anno folle in cui hanno imparato che è vietato toccarsi, vietato baciare, vietato parlare troppo vicino?
Sono andata a scoprire cosa fa Rachele Furfaro a Napoli, ai Quartieri spagnoli, per tirarli fuori dai bassi e farli imparare. Sono andata dentro al carcere di Rebibbia, sezione nido, dove ci sono i bimbi piccoli insieme alle madri detenute. Bambini galeotti che in tempo di Covid non possono uscire per andare al nido. Una follia contro cui nessuno si muove: eppure c'è un disegno di legge pronto, eppure basterebbero 5 milioni di euro - mi dice Luigi Manconi - per creare le case famiglia che possano accogliere quelle madri e quei bambini in sicurezze, ma senza buio, senza sbarre.
E poi ci sono i nuovi italiani, i bambini figli di immigrati che parlano con la cadenza dei nostri figli, amano gli stessi youtuber e sono, secondo il loro passaporto, stranieri. C'è un problema di cittadinanza in questo Paese. Un problema enorme perché non riconosce come cittadini i più piccoli, i più giovani. Delega tutto alle famiglie e pensa di non doversene occupare. Questo, quando la famiglia funziona, è una limitazione. Ma dove le famiglie non funzionano, nelle aree della fragilità, del disagio, può diventare tragedia.
C'è un bimbo col megafono, in copertina. È a lui che vorrei dare voce. Ai bambini, ai ragazzi che non hanno voce pubblica, che la società italiana ha deciso di non guardare, danneggiando così se stessa e minando le basi del suo futuro.
Per questa settimana è tutto, grazie per la vostra attenzione.
Per suggerimenti, storie e riflessioni scrivete a o.liso@repubblica.it
e a @Orialiso