Covid, il premier blocca Salvini: “Si decide in base ai contagi”. La Lega minaccia l’Aventino
di Tommaso Ciriaco e Carmelo Lopapa , di Tommaso Ciriaco e Carmelo LopapaIl presidente del Consiglio bacchetta l'ex ministro dell'Interno che vuole il ritorno al giallo. E al governatore campano De Luca che ordina 4,5 milioni di dosi Sputnik dice: "Starei attento con questi contratti, è in gioco la salute delle persone"
Nel salone di Palazzo Chigi cala il silenzio. I vertici del Cts elencano numeri duri. "È vero, l'Rt rallenta un po'", premettono. Ma la situazione resta allarmante. Parla Roberto Speranza. Ricorda che con 3.628 pazienti in terapia intensiva, il punto di non ritorno fissato a 4 mila è troppo vicino. "Se dovesse partire una nuova ondata con i reparti già quasi saturi, la situazione non sarebbe gestibile. Aprile serve a raffreddare la pressione e a gestire il sovraccarico".
Interviene anche Dario Franceschini: "Dovremmo estendere le chiusure anche al ponte del Primo maggio". Mario Draghi ascolta in silenzio. Poi stronca con poche parole le speranze aperturiste della Lega. "Sono un economista, leggo i numeri. E vi dico che l'economia non riparte se riapriamo bar e ristoranti, ma nel frattempo incrociamo una terza ondata. Riparte solo se facciamo i vaccini".
Non che il premier sia "chiusurista" a prescinde…
Interviene anche Dario Franceschini: "Dovremmo estendere le chiusure anche al ponte del Primo maggio". Mario Draghi ascolta in silenzio. Poi stronca con poche parole le speranze aperturiste della Lega. "Sono un economista, leggo i numeri. E vi dico che l'economia non riparte se riapriamo bar e ristoranti, ma nel frattempo incrociamo una terza ondata. Riparte solo se facciamo i vaccini".
Non che il premier sia "chiusurista" a prescinde…
Nel salone di Palazzo Chigi cala il silenzio. I vertici del Cts elencano numeri duri. "È vero, l'Rt rallenta un po'", premettono. Ma la situazione resta allarmante. Parla Roberto Speranza. Ricorda che con 3.628 pazienti in terapia intensiva, il punto di non ritorno fissato a 4 mila è troppo vicino. "Se dovesse partire una nuova ondata con i reparti già quasi saturi, la situazione non sarebbe gestibile. Aprile serve a raffreddare la pressione e a gestire il sovraccarico".
Interviene anche Dario Franceschini: "Dovremmo estendere le chiusure anche al ponte del Primo maggio". Mario Draghi ascolta in silenzio. Poi stronca con poche parole le speranze aperturiste della Lega. "Sono un economista, leggo i numeri. E vi dico che l'economia non riparte se riapriamo bar e ristoranti, ma nel frattempo incrociamo una terza ondata. Riparte solo se facciamo i vaccini".
Non che il premier sia "chiusurista" a prescindere, anzi: fino a 72 ore fa pensava di reintrodurre il regime del giallo. Poi ha studiato i grafici. Ha parlato con Emmanuel Macron, che in Francia vive ore drammatiche per la pandemia. "Il minimo di margine che abbiamo - è la sua conclusione, comunicata ai ministri riuniti per la cabina di regia - lo mettiamo sulla scuola, che riaprirà in zona rossa". L'ex banchiere boccia insomma la richiesta leghista di tornare alle zone gialle. Impone il decreto fino al 30 aprile, confermando l'arancione nazionale (e basandolo sui dati di queste ore, non sulla speranza di una flessione futura).
Ma siccome il pressing di Matteo Salvini è fortissimo e si spinge fino alla minaccia informale di non far presentare i ministri della Lega in cdm, il capo del governo concede una promessa: "Seguiremo l'andamento dei numeri giorno per giorno. Se nel corso di aprile dovessero migliorare, valuteremo l'alleggerimento della stretta". Significa ipotizzare anche un decreto ponte che ritocchi le restrizioni.
E dire che Giancarlo Giorgetti si era presentato con il mandato di strappare riaperture. Ci prova, insiste, ma anche lui deve capitolare di fronte alla realtà degli ultimi tre giorni: "Se i dati sono questi...", allarga le braccia. La curva, in effetti, balla da 72 ore attorno ai 24 mila casi giornalieri. "Troppi - rileva il premier - Non dobbiamo compromettere la campagna vaccinale". A quel punto il numero due della Lega vira. E sposa la linea di Maria Stella Gelmini, che fin dall'inizio chiede altro. "Concentriamoci sui ristori - propone - in modo che siano contestuali alle chiusure e selettivi". Lo saranno, rendendo necessario un altro scostamento di bilancio che arriverà prima del previsto, tra il 7 e il 10 aprile.
Pochi minuti dopo, Draghi si presenta in conferenza stampa con Speranza. Il segnale è chiaro, la linea condivisa. L'appuntamento serve innanzitutto a prendere le distanze da Vincenzo De Luca, che ha ordinato per la Campania 4,5 milioni di vaccini Sputnik. "Starei attento a fare questi contratti - lo stronca il premier - perché c'è in gioco la salute delle persone". Ma è proprio durante l'incontro con la stampa del capo del governo che Salvini inizia a scalpitare: "È impensabile chiudere fino al 30 aprile". Il premier gli replica in presa diretta: "Le aperture e le chiusure sono pensabili o impensabili solo in base ai contagi". È una doccia fredda.
Il segretario invia un sms al presidente del Consiglio. Fa sapere che lui non ci sta a tenere l'Italia sotto lucchetto per l'intero mese di aprile per colpa dei virologi del Cts e dei rigoristi al governo. "Non potete chiederci - fa trapelare - di approvare gli stessi provvedimenti chiusuristi del Conte bis".
È la linea consegnata a Giorgetti pochi minuti prima dell'avvio della cabina di regia nella Sala Verde di Palazzo Chigi. "Se il governo dovesse varare un decreto che chiude tutto fino al 30 aprile, la Lega non lo voterebbe". L'opzione estrema prevede, almeno nei progetti del leader, una plateale diserzione dei ministri leghisti dal Consiglio chiamato ad approvare il nuovo testo.
Alza la minaccia al massimo, ben sapendo di non potersi però permettere nulla che somigli a una minaccia di crisi. E infatti, parallelamente, Salvini tratta con il capo del governo. Gli chiede di prorogare le chiusure soltanto fino a metà mese. Lo prega, senza successo, di escludere dallo stop almeno bar e ristoranti, perché i dati in possesso di via Bellerio sarebbero diversi e meno drammatici rispetto a quelli diramati dal Cts. Si oppone a estendere il blocco al week end fino al primo maggio, perché il ministro Massimo Garavaglia già lavora al piano di riaperture delle strutture turistiche a partire da quel ponte.
A sera, sembra farsi largo un punto di caduta. O, almeno, una scappatoia per fare marcia indietro. Salvini immagina un provvedimento che non vada oltre il 18 aprile, perché "non è possibile decidere adesso una chiusura per tutto aprile, indipendentemente da cosa accadrà nel frattempo". Draghi invece si limita alla promessa di rivedere, se possibile, le restrizioni in corso d'opera, con un decreto correttivo. "Decideremo solo in base ai numeri". Per adesso, comunque, vincono i rigoristi.
Interviene anche Dario Franceschini: "Dovremmo estendere le chiusure anche al ponte del Primo maggio". Mario Draghi ascolta in silenzio. Poi stronca con poche parole le speranze aperturiste della Lega. "Sono un economista, leggo i numeri. E vi dico che l'economia non riparte se riapriamo bar e ristoranti, ma nel frattempo incrociamo una terza ondata. Riparte solo se facciamo i vaccini".
Non che il premier sia "chiusurista" a prescindere, anzi: fino a 72 ore fa pensava di reintrodurre il regime del giallo. Poi ha studiato i grafici. Ha parlato con Emmanuel Macron, che in Francia vive ore drammatiche per la pandemia. "Il minimo di margine che abbiamo - è la sua conclusione, comunicata ai ministri riuniti per la cabina di regia - lo mettiamo sulla scuola, che riaprirà in zona rossa". L'ex banchiere boccia insomma la richiesta leghista di tornare alle zone gialle. Impone il decreto fino al 30 aprile, confermando l'arancione nazionale (e basandolo sui dati di queste ore, non sulla speranza di una flessione futura).
Ma siccome il pressing di Matteo Salvini è fortissimo e si spinge fino alla minaccia informale di non far presentare i ministri della Lega in cdm, il capo del governo concede una promessa: "Seguiremo l'andamento dei numeri giorno per giorno. Se nel corso di aprile dovessero migliorare, valuteremo l'alleggerimento della stretta". Significa ipotizzare anche un decreto ponte che ritocchi le restrizioni.
E dire che Giancarlo Giorgetti si era presentato con il mandato di strappare riaperture. Ci prova, insiste, ma anche lui deve capitolare di fronte alla realtà degli ultimi tre giorni: "Se i dati sono questi...", allarga le braccia. La curva, in effetti, balla da 72 ore attorno ai 24 mila casi giornalieri. "Troppi - rileva il premier - Non dobbiamo compromettere la campagna vaccinale". A quel punto il numero due della Lega vira. E sposa la linea di Maria Stella Gelmini, che fin dall'inizio chiede altro. "Concentriamoci sui ristori - propone - in modo che siano contestuali alle chiusure e selettivi". Lo saranno, rendendo necessario un altro scostamento di bilancio che arriverà prima del previsto, tra il 7 e il 10 aprile.
Pochi minuti dopo, Draghi si presenta in conferenza stampa con Speranza. Il segnale è chiaro, la linea condivisa. L'appuntamento serve innanzitutto a prendere le distanze da Vincenzo De Luca, che ha ordinato per la Campania 4,5 milioni di vaccini Sputnik. "Starei attento a fare questi contratti - lo stronca il premier - perché c'è in gioco la salute delle persone". Ma è proprio durante l'incontro con la stampa del capo del governo che Salvini inizia a scalpitare: "È impensabile chiudere fino al 30 aprile". Il premier gli replica in presa diretta: "Le aperture e le chiusure sono pensabili o impensabili solo in base ai contagi". È una doccia fredda.
Il segretario invia un sms al presidente del Consiglio. Fa sapere che lui non ci sta a tenere l'Italia sotto lucchetto per l'intero mese di aprile per colpa dei virologi del Cts e dei rigoristi al governo. "Non potete chiederci - fa trapelare - di approvare gli stessi provvedimenti chiusuristi del Conte bis".
È la linea consegnata a Giorgetti pochi minuti prima dell'avvio della cabina di regia nella Sala Verde di Palazzo Chigi. "Se il governo dovesse varare un decreto che chiude tutto fino al 30 aprile, la Lega non lo voterebbe". L'opzione estrema prevede, almeno nei progetti del leader, una plateale diserzione dei ministri leghisti dal Consiglio chiamato ad approvare il nuovo testo.
Alza la minaccia al massimo, ben sapendo di non potersi però permettere nulla che somigli a una minaccia di crisi. E infatti, parallelamente, Salvini tratta con il capo del governo. Gli chiede di prorogare le chiusure soltanto fino a metà mese. Lo prega, senza successo, di escludere dallo stop almeno bar e ristoranti, perché i dati in possesso di via Bellerio sarebbero diversi e meno drammatici rispetto a quelli diramati dal Cts. Si oppone a estendere il blocco al week end fino al primo maggio, perché il ministro Massimo Garavaglia già lavora al piano di riaperture delle strutture turistiche a partire da quel ponte.
A sera, sembra farsi largo un punto di caduta. O, almeno, una scappatoia per fare marcia indietro. Salvini immagina un provvedimento che non vada oltre il 18 aprile, perché "non è possibile decidere adesso una chiusura per tutto aprile, indipendentemente da cosa accadrà nel frattempo". Draghi invece si limita alla promessa di rivedere, se possibile, le restrizioni in corso d'opera, con un decreto correttivo. "Decideremo solo in base ai numeri". Per adesso, comunque, vincono i rigoristi.