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Memoriale delle giovani vittime in Myanmar, davanti all'ambasciata a Londra (reuters)

I martiri birmani: “Stelle cadute”

Ragazzi, bambini, studenti. Ma anche commercianti, religiosi, medici, impiegati. Alla protesta contro gli autori del putsch nel martoriato stato asiatico è seguita una violenta repressione. I morti sono ormai più di 400. E per la gente sono loro i nuovi eroi
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Aie Ko, 40 anni

Bruciato su una pira era sceso in piazza per spegnere i roghi

Aie Ko aveva 40 anni e quattro figli da crescere, ma è cenere su una pira. Non hanno bruciato il suo corpo esanime: i militari gli hanno sparato, e quando è caduto nel suo sangue l’hanno gettato vivo su una barricata di copertoni roventi. «Madonna mia, “Mother”, aiutami!», raccontano abbia urlato mentre il fuoco lo uccideva. I soldati sparavano a vista, nessuno poteva avvicinarsi. Erano già le nove di sera del peggior sabato di questa orribile repressione. Qualche ora prima, un gruppo non identificato aveva fatto irruzione nel quartiere di Aungmyaythazan, nel centro di Mandalay, forzando i posti di guardia e mettendo a fuoco le barricate. Poco dopo sono arrivati i militari, e hanno riempito le strade di piombo. Aie Ko, dice un vicino, si guadagnava da vivere vendendo bibite al latte di riso: «Era sceso in strada solo per spegnere i roghi». &laqu…

Aie Ko, 40 anni

Bruciato su una pira era sceso in piazza per spegnere i roghi

Aie Ko aveva 40 anni e quattro figli da crescere, ma è cenere su una pira. Non hanno bruciato il suo corpo esanime: i militari gli hanno sparato, e quando è caduto nel suo sangue l’hanno gettato vivo su una barricata di copertoni roventi. «Madonna mia, “Mother”, aiutami!», raccontano abbia urlato mentre il fuoco lo uccideva. I soldati sparavano a vista, nessuno poteva avvicinarsi. Erano già le nove di sera del peggior sabato di questa orribile repressione. Qualche ora prima, un gruppo non identificato aveva fatto irruzione nel quartiere di Aungmyaythazan, nel centro di Mandalay, forzando i posti di guardia e mettendo a fuoco le barricate. Poco dopo sono arrivati i militari, e hanno riempito le strade di piombo. Aie Ko, dice un vicino, si guadagnava da vivere vendendo bibite al latte di riso: «Era sceso in strada solo per spegnere i roghi». «Credo lo abbiano picchiato e gli abbiano sparato dopo averlo arrestato, mentre noi fuggivamo via», racconta uno dei volontari di guardia al quartiere.

Thinzar Hein, 20 anni

L’infermiera colpita alla testa mentre era piegata a curare i feriti

Thinzar Hein aveva venti anni, e oggi non c’è nessuno nel Myanmar dolente di questi giorni oscuri che non conosca il suo nome: era una ragazza, era un’infermiera, era il futuro e il presente di questo paese in fiamme. Mentre i suoi coetanei morivano per difendere la libertà, ieri è scesa in piazza anche lei per fare quello che sapeva e che era giusto fare: aiutare i feriti. Persino in guerra le armi mirano altrove, di fronte agli infermieri. Ma la giunta militare che tiene in pugno il Myanmar non rispetta neppure il livello minimo di civiltà: le hanno sparato dritto in testa mentre, dicono, era piegata sui feriti per aiutarli. Un ragazzo ha preso il corpo in spalla e l’ha portata lontano. Non era sola, Thinzar: era lì a Monywa, a 150 chilometri da Mandalay, con una squadra di soccorritori, tutti impegnati a portar via i feriti finiti, ieri, sotto tiro dei soldati. Accanto a lei è morto anche un altro soccorritore.

Aung Zin Phyo, 18 anni

Il portiere della squadra di calcio che guidava la rivolta dei ragazzi

È morto di passione e di coraggio, Aung Zin Phyo. Aveva 18 anni, e sognava un futuro da calciatore professionista. Giocava come portiere nel Lin Latt Futsal Club, una squadra di calcio a cinque di Mandalay, la seconda città del Myanmar. Ma, come la maggior parte dei ragazzi birmani, sognava un futuro libero ed era disposto a combattere, per ottenerlo. Così non se n’è stato al sicuro in casa, anche se pure lì sono arrivati i proiettili dei militari. È uscito in strada, si è messo in testa ai gruppi di coetanei con l’autorevolezza del portiere che guida la sua difesa. Lui guidava la difesa della township di Chan Mya Thar Si, a Mandalay, nel quartiere del Buddha Mahamuni e della facoltà di Odontoiatria. Per mesi, durante la seconda ondata del Covid, aveva fatto il volontario in una terapia intensiva. «Avevo solo lui... Lasciate che gli muoia accanto», implorava ieri sua mamma.

Aye Myat Thu, 11 anni

I funerali della bimba col rossetto viola che amava Hello Kitty

Aye Myat Thu era solo una bambina. Aveva 11 anni, e accanto alla sua bara oggi c’è mezza città. L’hanno distesa tra mille colori, i ragazzi e le ragazze fanno la coda per avvicinarsi con la mascherina. Le tendono la mano, si fotografano in lacrime, si scambiano un’occhiata incredula e poi guardano la loro compagna di classe con il rossetto viola e tutto il corredo con cui lascia questo strambo mondo che non l’ha voluta. Ci sono la scatola dei colori e il libro di scuola, lo spazzolino da denti e il dentifricio accanto. Il disegno a mano di Hello Kitty, che aveva fatto sul quadernone, ha accanto il suo nome: forse si vedeva così, ma i militari che le hanno sparato vedevano altro. Vedevano le proteste contro di loro a Mawlamyine, il capoluogo dello stato del Mon sulla costa del golfo di Martaban. Vedevano e sparavano. È morta sabato: ieri è volata con le sue Barbie, lasciando i soldati e i loro fucili.