Larry Fink, il re del risparmio gestito mondiale: "Grazie al capitalismo abbiamo battuto la pandemia"
di Mario Platero , di Mario PlateroParla il numero uno del colosso BlackRock, che gestisce 9 mila miliardi di dollari: "L’Europa non sostiene quell’energia imprenditoriale che vediamo in America. L’Europa deve abbracciare lo spirito imprenditoriale. Deve abbracciare l’idea di compensi elevati per chi produce e dell'individualismo". "Spero che Draghi restituisca l'orgoglio all'Italia"
NEW YORK – Il viso allungato, il sorriso pronto, gli occhi penetranti, Larry Fink, il Ceo di BlackRock, ha creato dal nulla il gestore di risparmio più grande del mondo: da ieri, giorno di trimestrale, ha annunciato che la gestione è salita a 9.000 miliardi di dollari. Quasi quattro volte il Pil italiano. Fink mi accoglie via Zoom nel fienile della sua proprietà trasformato in ufficio remoto a North Salem, upstate New York.
Nel fienile/studio si intravede una parte della sua collezione di vecchie bandieruole prelevate da tetti di antiche case o di capannoni, dove mostravano anche da lontano la direzione del vento. Chiedo a Fink se le colleziona per scaramanzia. Mi dice di no. E a giudicare dai risultati che ha avuto, non ne avrebbe avuto bisogno. Il suo è un fiuto innato, mi dicono amici che lo conoscono bene da sempre. Fink nasce a Los Angeles nel 1952, cresce a Van Nuys, la madre insegna inglese, il padre ha un negozio di scarpe. Al liceo…
Nel fienile/studio si intravede una parte della sua collezione di vecchie bandieruole prelevate da tetti di antiche case o di capannoni, dove mostravano anche da lontano la direzione del vento. Chiedo a Fink se le colleziona per scaramanzia. Mi dice di no. E a giudicare dai risultati che ha avuto, non ne avrebbe avuto bisogno. Il suo è un fiuto innato, mi dicono amici che lo conoscono bene da sempre. Fink nasce a Los Angeles nel 1952, cresce a Van Nuys, la madre insegna inglese, il padre ha un negozio di scarpe. Al liceo…
NEW YORK – Il viso allungato, il sorriso pronto, gli occhi penetranti, Larry Fink, il Ceo di BlackRock, ha creato dal nulla il gestore di risparmio più grande del mondo: da ieri, giorno di trimestrale, ha annunciato che la gestione è salita a 9.000 miliardi di dollari. Quasi quattro volte il Pil italiano. Fink mi accoglie via Zoom nel fienile della sua proprietà trasformato in ufficio remoto a North Salem, upstate New York.
Nel fienile/studio si intravede una parte della sua collezione di vecchie bandieruole prelevate da tetti di antiche case o di capannoni, dove mostravano anche da lontano la direzione del vento. Chiedo a Fink se le colleziona per scaramanzia. Mi dice di no. E a giudicare dai risultati che ha avuto, non ne avrebbe avuto bisogno. Il suo è un fiuto innato, mi dicono amici che lo conoscono bene da sempre. Fink nasce a Los Angeles nel 1952, cresce a Van Nuys, la madre insegna inglese, il padre ha un negozio di scarpe. Al liceo si fidanza con Lori, si sposeranno e in un mondo dove i tassi di divorzio sono altissimi, Lori è ancora oggi la compagna della sua vita. Si laurea alla UCLA dove prende anche un MBA e parte per New York dove trova lavoro a First Boston.
Giovanissimo, crea la divisione di "mortgage backed securities", inventandosi nel 1985 strumenti finanziari nuovi per la banca, garantiti da mutui immobiliari. Tony Dub, che lavorò con lui a First Boston, mi racconta come a 28 anni Fink fosse diventato il partner (e managing director) più giovane della banca: "Capiva davvero dove andava il vento e decise di lanciare un’altra divisione di generici 'asset backed securities' che mi affidò. Dopo molti anni, molti capi e molti lavori diversi, posso dire che è stato il boss migliore che abbia mai avuto. E dire che avevo qualche anno più di lui!".
Le sue qualità, mi spiega Dub, erano di lasciare spazio e responsabilità ai sottoposti, di incoraggiarli. E di esserci sempre. Capire la direzione del vento non fu sempre facile. Anche se in quegli anni aveva portato alla banca un miliardo di dollari di profitti cumulativi, nel 1988 perse 100 milioni di dollari per un pronostico errato sui tassi di interesse. Dovette lasciare First Boston e imparò una lezione chiave per il suo futuro: è importante far soldi, ma è più importante non perderli.
Il controllo del rischio divenne il suo mantra. Con altre sette persone decise di lanciare un nuovo business. Sei di loro lavoravano già con lui, il settimo, Ralph Schlosstein, un ex Lehman, si unì al gruppo. Schlosstein conosceva bene i fondatori di Blackstone, Pete Peterson e Steve Schwarzman anche loro ex Lehman. Si incontrarono, e nel 1988, in cambio di 5 milioni di dollari di linea di credito, Blackstone ottenne il 50% del nuovo veicolo di Fink. Fu Pete Peterson, leggendario co-fondatore di Blackstone a suggerire anni dopo il nome BlackRock. Fink accettò, ma chiese che la R fosse maiuscola. Gli affari decollarono.
Poi la rottura: Fink voleva distribuire partecipazioni ai nuovi assunti per coinvolgerli sia nel lavoro che nei profitti. Schwarzman era contrario. I due gruppi decisero di separarsi nel 1994, ma questo episodio spiega la forza dell’idea partecipativa di Fink. Il resto è storia. Oggi BlackRock è un colosso globale con 16.000 dipendenti, 30 uffici in 70 nazioni, clienti in 100 paesi diversi e capitalizza 120 miliardi di dollari contro i 50 miliardi di Blackstone. Schwarzman dice agli amici che lasciare BlackRock fu un suo grande errore. Ma si consola: la sua fortuna personale è di 35 miliardi di dollari, quella di Fink è “solamente” attorno al miliardo di dollari. Ha sempre pensato più alla crescita. E a condividere appunto gli utili con nuovi talenti, per dare forza alla sua istituzione.
Oggi Fink non è solo il più grande gestore di risparmio del mondo e un brillante imprenditore. È anche e soprattutto un “policy maker”, nel senso lato e migliore del termine, ovviamente, cioè totalmente al di fuori dalla politica. Fink è stato un precursore per l’introduzione di valori sociali nel mondo imprenditoriale e per una crescente trasparenza della “corporate governance”. Ma il suo punto di forza oggi è la richiesta di un adeguamento del mondo aziendale alle sfide ambientali. La sua lettera annuale agli amministratori delegati è la più attesa nelle comunità d’affari internazionali perché stabilisce criteri di investimento, indica obiettivi di performance ambientale e trasparenza per aziende quotate.
Con 9.000 miliardi da investire BlackRock finisce con l’avere pacchetti di azioni in quasi tutte le aziende quotate nel mondo, e, per via della dimensione, sempre con posizioni di numero due o tre nella compagine azionaria. Fink è stato criticato perché mentre auspica politiche ambientali illuminate, allo stesso tempo con BlackRock è il più grande detentore di pacchetti azionari di aziende che producono combustibili fossili. La militanza di sinistra lo critica perché il fondo investe molte delle sue disponibilità in aziende militari.
Ma queste critiche non mettono nel conto che BlackRock investe la stragrande maggioranza dei fondi in indici di borsa che inevitabilmente rappresentano aziende di ogni genere. L’approccio sociale piuttosto, è per una mobilitazione, per incoraggiare l’investimento sostenibile e la responsabilita’ sociale, per introdurre una politica a favore di tutti gli “stakeholder” (che includono lavoratori, impiegati, clienti, società civile) e non solo degli shareholder (gli azionisti). L’obiettivo è quello di emissioni zero per il 2050. Perché l’influenza? Perché le aziende lo seguono? Perché Fink ha costruito “engagement team”, squadre di esperti che tengono d’occhio il comportamento delle aziende partecipate - mediamente attorno al 5% del loro pacchetto azionario - nel loro percorso sociale. L’approccio è quello della gradualità per favorire il cambiamento.
E quando è necessario i rappresentanti delle squadre intervengono in assemblea degli azionisti, non sempre con successo ma sempre con un impatto: per dare un’idea delle dimensioni, l’anno scorso BlackRock ha chiesto la rimozione di 5.100 consiglieri di amministrazione; ha identificato una mancanza di indipendenza per 1.700 aziende e mancanza di diversità per 1.500; per 2.700 volte ha votato contro la politica di compensi al management.
Questi numeri ci danno l’idea della dimensione globale di questa missione di investimento da una parte, ma di forte responsabilizzazione dall’altra. Molte aziende hanno capito e giocano d’anticipo per evitare lo scontro in assemblea. L’anno scorso ad esempio, citando la lettera di Fink, il New York Times ci ha dato notizia che a ruota, grandi aziende hanno subito preso dei provvedimenti: la Microsoft ha annunciato di voler essere “Carbon-Negative” entro dieci anni, la Delta Airlines ha fatto un piano per investire un miliardo di dollari per essere a sua volta “carbon neutral” e la Salesforce si è impegnata a conservare 100 milioni di alberi nei prossimi dieci anni.
BlackRock è a sua volta in prima fila per dare il buon esempio. Solo nelle ultime settimane ci sono stati una decina di annunci. Alcuni esempi: Fink ha introdotto prima di ogni altro a Wall Street un “indice per la diversità” per misurare in azienda l’impatto discriminatorio di prodotti, politiche o servizi nei confronti delle minoranze. Ha contratto un prestito da 4,4 miliardi di dollari con i tassi di interesse legati a progressi sia sulla diversità che sulla sostenibilità. Appena ieri ha lanciato un nuovo fondo da 600 milioni di dollari con Temasek la holding di Singapore, per finanziare venture capital in stadio avanzato che investono in attività ambientali.
Fink interviene se percepisce ingiustizie politiche o irregolarità: è stato fra i primi a criticare la nuova legge elettorale limitativa del voto in Georgia. Oggi a quella posizione hanno aderito oltre cento executive americani. È insomma uno dei leader di quel drappello di imprenditori e capitani d’industria che stanno cambiando il modello capitalistico americano come lo si conosceva solo 30 anni fa. Guardano al futuro del paese, questi capitani d’industria sentono il problema delle tensioni sociali, prendono atto del vuoto lasciato da una politica polarizzata e paralizzata e lo riempiono tenendo la barra dritta.
Con Bill Gates ad esempio Fink sta preparando un’iniziativa innovativa sul fronte energetico costruita attorno alla Breakthrough Energy Ventures, la proposta contenuta nel libro di Gates “How to Avoid a Climate Disaster”. Non conosco i dettagli, ma le indiscrezioni che ho avuto mi dicono che dovrebbero presentare il nuovo progetto insieme la settimana prossima e che avrà un impatto dirompente (Gates nel suo libro dice che ci vorranno 50.000 miliardi di dollari per raggiungere un livello d’emissione zero). Di certo, mi dice Fink in una lunga intervista, "Il mondo sta accelerando, tutto sta accelerando, anche per quell’evento storico che è stata la pandemia”. Gli chiedo se la pandemia non abbia messo a nudo le fragilità dell’Occidente e mi risponde col piglio che lo contraddistingue, quello dell’ottimista.
"Non c’è dubbio che abbiamo avuto molti segmenti della società a livello globale che hanno sofferto duramente per la pandemia. Eppure, altri hanno fatto bene. Per me quello che è straordinario è il ruolo che la scienza e la tecnologia hanno svolto durante la crisi. Provi a immaginare se avessimo avuto il contagio dieci o dodici anni fa. Non avremmo avuto la tecnologia che ha consentito al mondo di andare avanti, di lavorare agevolmente in remoto, di usare il commercio elettronico per la distribuzione. Il 70% dell’economia ha continuato a funzionare nonostante l’isolamento. Pensi alla bellezza degli esseri umani, come si adattano, come ci siamo adattati: abbiamo cambiato il modo di vivere, di lavorare, il modo in cui consumiamo l’informazione o i prodotti".
Sono cambiamenti che resteranno?
"Alcuni sì. La pandemia ha solo accelerato alcuni fenomeni. Non torneremo indietro, alcuni cambiamenti saranno permanenti, cosa che, guardando in avanti, ci darà una vita migliore. Non avrò più bisogno di andare a Singapore viaggiando per 30 ore per un incontro di un’ora. Organizzeremo la nostra vita in modo diverso. Resta l’importanza degli incontri di persona, ma allora si faranno viaggi più distesi, più strutturati".
Finirà la vita d’ufficio?
"No. E non solo per l’importanza di lavorare in contatto diretto. Siamo animali sociali, la comunicazione casuale, improvvisata è essenziale, creativa per il lavoro. Ma c’è anche un altro aspetto, lavorare insieme in ufficio distingue i perimetri della vita privata da quella professionale. Credo che l’impatto psicologico di questa distinzione sia importante. Detto questo stiamo evolvendo abbiamo capito che alcune cose si possono fare da casa, credo che l’umanità uscirà rafforzata da questa crisi".
Stavate spostando i vostri uffici a Hudson Yard. Fermerete i lavori?
"No, e non ridurremo gli spazi. Siamo stati fortunati perché’ eravamo nel mezzo della costruzione e stiamo modificando alcune cose per adattare l’ufficio alle nuove esigenze degli incontri remoti con più zone conferenze, più spazi comuni, stimiamo che per un 30% si continuerà a lavorare in remoto".
Quali sono i settori di cui ci si deve occupare di più
"Turismo, alberghi, ristoranti. Un 30% della nostra economia ha sofferto molto dall’impossibilità di potersi aggregare. Dobbiamo rimettere in sicurezza quei settori e l’amministrazione Biden l’ha capito".
Biden ha lanciato due piani di aiuti e investimenti infrastrutturali che potrebbe valere complessivamente (inclusi anche quelli varati l’anno scorso) il 50% del Pil. È anche una scelta strategica per aumentare lo statalismo e tenere il passo con la Cina che avanza?
"Guardi, c’è una cosa di cui noi americani ed europei dobbiamo essere orgogliosi: è stato il capitalismo a creare i vaccini, non la Cina. I vaccini cinesi sono efficaci solo al 50%. Una volta ci volevano fra i quattro e i dieci anni per creare un vaccino. Ora l’abbiamo fatto in meno di un anno. Abbiamo nuove tecnologie che ci hanno consentito di decifrare i codici del virus e abbiamo usato il RNA messaggero per creare i nuovi vaccini. Questa da sola è una rivoluzione che riguarderà tutti i virus e i vaccini futuri. E questa è la meraviglia del capitalismo occidentale. Non è apprezzato abbastanza".
Ma le rivoluzioni tecnologiche partono soprattutto in America. Perché l’Europa è indietro? Forse perché non vara un progetto di stimoli grande come quello americano?
"L’America è pervasa da ottimismo e guarda in avanti. L’Europa tende a guardare indietro, è più prudente. Per questo avete tassi di risparmio più elevati. Sono anche un vantaggio ovviamente. Non sono così convinto come lei dice che l’Europa sia indietro. Ha alcune delle aziende leader globali. La questione secondo me non è solo economica ma culturale. L’Europa, culturalmente, non sostiene quell’energia imprenditoriale che vediamo in America. L’Europa deve abbracciare lo spirito imprenditoriale. Deve abbracciare l’idea di compensi elevati per chi produce. Deve abbracciare il concetto dell’individualismo. Se viaggio in America o in Asia, in Cina, vedo che l’imprenditorialità è incoraggiata, è abbracciata dai giovani, dà loro un’identità. Culturalmente non ho mai sentito che questa fosse una priorità per l’Europa e questa è una delle differenze fondamentali. Guardi, il Ceo di Moderna ha studiato in Francia. Scienziati di qualità vengono in America. Abbiamo visto di recente la storia di due giovani europei che hanno fatto fortuna in America. La domanda è: come riesci a tenerli? Perché non c’è questo senso di opportunità in Europa? Torno a dire è una questione culturale".
E cosa si dovrebbe fare?
"Come americano non sta a me dire all’Europa che cosa fare per cambiare. C’è anche il fatto che la vita in Europa resta molto gradevole. Il tenore di vita della classe media europea è forse meglio di quello della classe media americana. Ci sono più programmi sociali. Ma la domanda sul che fare resta e l’Europa la deve porre a sé stessa. Il sistema di cui parlavo oggi funziona benissimo per chi ha 40-50-60 anni. Ma funzionerà in vent’anni? E quali sono le opportunità per i ventenni di oggi?"
Mario Draghi è il nuovo presidente del Consiglio italiano, con una grande vocazione europea e una grande credibilità. Lei pensa che possa contribuire ad accelerare da una parte i tempi dell’integrazione bancaria e fiscale e dall’altra aiutare sul piano culturale?
"Per prima cosa devo dire che Mario Draghi è un amico. Credo che abbia fatto un lavoro fantastico come governatore della Banca Centrale Europea. Credo che sia un leader forte, determinato. È un uomo di grande integrità e credo che sul piano umano sia compassionevole. Qualità importanti per un politico. È un uomo che ha lavorato nel settore privato e ha dato la sua vita al settore pubblico. È rispettato in Europa. È rispettato nel mondo, dunque ha le carte in regola per affermarsi come leader politico. E al di là della sua missione in Italia, può giocare un ruolo forte per accelerare i processi di integrazione in Europa? Assolutamente sì, perché è una forza della natura. Ma non credo che Mario Draghi e l’Italia possano svolgere quel ruolo da soli. Dovrà lavorare con la Francia, con il Presidente Macroni e poi in autunno, con chi sarà il nuovo leader della Germania. L’Europa la si deve fare insieme".
Non mi ha risposto sul piano infrastrutturale di Biden.
"Biden ha fatto benissimo a vararlo. Abbiamo un serio problema infrastrutturale in America, che sia un ponte o un aeroporto le cattive condizioni rispetto a quel che si vede in Europa e in Asia sono evidenti. Non abbiamo una rete elettrica nazionale. E le divisioni sociali, le tensioni, crescono con la grande separazione fra chi ha accesso alla banda larga e chi non ce l’ha. Fra chi, in tempo di Covid, ha potuto studiare e chi non ha potuto. Anche l’Europa non ha una rete elettrica continentale. Ed è troppo dipendente dal gas naturale russo e potrei continuare. Alcuni problemi sono comuni. Possibile che il piano di Biden da 3.000 miliardi di dollari sia troppo caro? Non lo so. Come lo finanziamo? Non mi sembra che aumentare le aliquote fiscali per le aziende dal 21 al 28% cambi il panorama competitivo. Ma certamente abbiamo bisogno di un programma molto vasto, sia pubblico che privato che possa trasformare l’America, se ne parla da 15 anni e non si è mai concluso nulla. Bill Gates dice che ci vorrebbero 50.000 miliardi da investire in nuove tecnologie per avere davvero un mondo a emissione zero. E le raccomando il suo nuovo libro".
C’è un rischio inflazione?
"Ci sono elementi concreti per preoccuparsi dell’inflazione, le macro-tendenze in corso - ad esempio una de-globalizzazione o la possibile riduzione di produzione off shore più a buon mercato - sono foriere di inflazione. Allo stesso tempo il progresso tecnologico continua a ridurre i prezzi. Sono due fenomeni contrapposti. A questo aggiungiamo i progetti di stimolo infrastrutturali, creeranno posti di lavoro ed eserciteranno pressioni sui salari. E dunque sì, sono sempre più attento al rischio inflazione, non preoccupato, ma attento. E dunque, se avremo l’inflazione al 2 al 2,5 anche al 3%, andrà bene, è inflazione buona. Se andremo sopra il 3% sarà inflazione cattiva".
Cosa dice della deglobalizzazione. La preoccupa?
"Si. Se fossi un essere umano che ha a cuore l’umanità globale, dovresti essere in favore della globalizzazione. Aiuta i popoli ad uscire dalla povertà. Rafforza l’esistenza economica nel mondo. Ci sono meno minacce. Se l’Europa vive l’immigrazione come una minaccia, quella è una minaccia che deriva dalla povertà. Occorre saperlo. E dunque sono un grande sostenitore di una politica per una globalizzazione equilibrata. Sono per la globalità con orgoglio. Credo nella nozione che se solleveremo sempre più gente dalla povertà avremo un mondo più sicuro".
Parliamo dell’Italia. Cosa dovrebbe fare Draghi per l’Italia?
"Spero che Mario possa riaccendere l’orgoglio italiano. Spero che possa riaccendere l’energia. In Italia avete un ottimo sistema universitario, persone di grande intelligenza, con ottimi curriculum scolastici. Come si può far sì che il sistema universitario getti le fondamenta per l’imprenditorialità? Alcune delle persone migliori a BlackRock sono italiane. Il capo del mio investimento sistematico in azioni è italiano, si chiama Raffaele Savi. So che adora Roma da dove viene e dove ha ancora casa. Ma ha stabilito la sua vita lavorativa a San Francisco e in città ha lascito un segno. Quel che Mario - o qualunque altro politico – deve poter dire è: “puoi avere le stesse opportunità in Italia”. Ma c’è un aspetto ancora più importante, come si potrà instillare negli europei un ottimismo di lungo periodo? Gli europei sono così pessimisti, risparmiano molto danaro senza metterlo a frutto. C’è una ragione se i rapporti tra prezzi e utili delle compagnie europee sono più bassi di quelle americane: Molto ha a che fare con l’ottimismo degli americani: investono in titoli in borsa molto più degli europei. Se lungo un periodo di 20 anni gli italiani avessero messo la loro liquidità al lavoro semplicemente investendo nell’indice Dax tedesco ad esempio, avrebbero fatto quattro volte quel che hanno avuto lasciando i soldi a dormire in un conto bancario. È stata davvero una opportunità perduta".
Restando in Italia cosa mi dice di Unicredit? Lei è un’azionista, è soddisfatto del cambio ai vertici?
"Conosco il nuovo Presidente Pier Carlo Padoan da molto tempo e Andrea Orcel da 25 o 30 anni! E auguro loro ogni successo. Avevo un buon rapporto con Jean Pierre Mustier. E la relazione è ottima anche con Banca Intesa. Sono due grandi banche italiane. Guardi devo dire che la nostra relazione è buona con l’intera comunità finanziaria, con Poste Italiane ad esempio. E siamo soddisfatti dell’andamento generale".
Lei dice di investire in titoli, ma parlando di borsa e mercati, non è preoccupato da certi rapporti stellari tra prezzi e utili delle aziende quotate?
"Certo. Ma molti erano preoccupati dal rapporto P/E di Amazon e non l’hanno comprata 20 anni fa. Ed è vero che alcune aziende salteranno. Quelle che avranno successo saranno quelle che continueranno a trasformarsi. Ma supponiamo che alcuni titoli siano sopravvalutati, io dico che anche adesso si dovrebbe essere investiti soprattutto in titoli in borsa. Occorre guardare al lungo termine, non agli alti e bassi del mercato".
Che rischio vede davanti a noi?
"Torno all’ambiente, all’emissione zero. Se i politici si concentrano solo sulle aziende quotate non arriveremo mai a un mondo “net zero”. Non vedo cronisti, funzionari pubblici, regolatori, concentrarsi sulle aziende non quotate in borsa. Se si esercita pressione solo sulle aziende quotate, ogni azienda tornerà privata e non arriveremo al net zero. Dobbiamo chiedere a tutti indistintamente di partecipare, il problema è per la nostra società e dunque lo sforzo deve essere a tutto campo anche al di fuori del mondo aziendale".
Abbiamo visto molto attivismo di piccoli investitori. Con GameStop ad esempio. È un fenomeno nuovo. È una concorrenza per voi? Vi adeguerete?
"Noi? No. Non è il nostro modello di business. Gestiamo quasi 9.000 miliardi di dollari. Di questi due terzi circa sono fondi per le pensioni. E torniamo al lungo termine. Non presto attenzione al GameStop. È irrilevante. Mi diverte seguire quel che succede. Mi affascina che così tanta gente sia interessata al mercato azionario. Ma spero che impareranno da quelle giravolte da capogiro che l’investimento di lungo termine è meglio. Dunque, mi piace vedere quel che capita con questi slanci collettivi, ma l’impatto su BlackRock è zero".
Ha annunciato ieri una nuova soglia di capitali in gestione a quota 9.000 miliardi di dollari. Quando arriverà a 10.000 miliardi?
"Chi lo sa, forse un’ora fa… Credo che quel numero non sia importante. Abbiamo un’enorme responsabilità. Gestiamo danaro per più gente di qualunque altro gestore al mondo. Piu’ pensioni di chiunque altro, pensioni di gente comune, di pompieri, addetti sanitari, operai, poliziotti, funzionari statali, insegnanti etc. E se facciamo un buon lavoro aiutiamo il loro futuro. Se facciamo un buono lavoro potranno affidarci altri fondi in gestione. E sappiamo che ci chiedono di svolgere un ruolo positivo nella società e di guardare al futuro e al lungo termine. Oggi non lo fanno in molti. Noi continueremo a guardare lontano".
Nel fienile/studio si intravede una parte della sua collezione di vecchie bandieruole prelevate da tetti di antiche case o di capannoni, dove mostravano anche da lontano la direzione del vento. Chiedo a Fink se le colleziona per scaramanzia. Mi dice di no. E a giudicare dai risultati che ha avuto, non ne avrebbe avuto bisogno. Il suo è un fiuto innato, mi dicono amici che lo conoscono bene da sempre. Fink nasce a Los Angeles nel 1952, cresce a Van Nuys, la madre insegna inglese, il padre ha un negozio di scarpe. Al liceo si fidanza con Lori, si sposeranno e in un mondo dove i tassi di divorzio sono altissimi, Lori è ancora oggi la compagna della sua vita. Si laurea alla UCLA dove prende anche un MBA e parte per New York dove trova lavoro a First Boston.
Giovanissimo, crea la divisione di "mortgage backed securities", inventandosi nel 1985 strumenti finanziari nuovi per la banca, garantiti da mutui immobiliari. Tony Dub, che lavorò con lui a First Boston, mi racconta come a 28 anni Fink fosse diventato il partner (e managing director) più giovane della banca: "Capiva davvero dove andava il vento e decise di lanciare un’altra divisione di generici 'asset backed securities' che mi affidò. Dopo molti anni, molti capi e molti lavori diversi, posso dire che è stato il boss migliore che abbia mai avuto. E dire che avevo qualche anno più di lui!".
Le sue qualità, mi spiega Dub, erano di lasciare spazio e responsabilità ai sottoposti, di incoraggiarli. E di esserci sempre. Capire la direzione del vento non fu sempre facile. Anche se in quegli anni aveva portato alla banca un miliardo di dollari di profitti cumulativi, nel 1988 perse 100 milioni di dollari per un pronostico errato sui tassi di interesse. Dovette lasciare First Boston e imparò una lezione chiave per il suo futuro: è importante far soldi, ma è più importante non perderli.
Il controllo del rischio divenne il suo mantra. Con altre sette persone decise di lanciare un nuovo business. Sei di loro lavoravano già con lui, il settimo, Ralph Schlosstein, un ex Lehman, si unì al gruppo. Schlosstein conosceva bene i fondatori di Blackstone, Pete Peterson e Steve Schwarzman anche loro ex Lehman. Si incontrarono, e nel 1988, in cambio di 5 milioni di dollari di linea di credito, Blackstone ottenne il 50% del nuovo veicolo di Fink. Fu Pete Peterson, leggendario co-fondatore di Blackstone a suggerire anni dopo il nome BlackRock. Fink accettò, ma chiese che la R fosse maiuscola. Gli affari decollarono.
Poi la rottura: Fink voleva distribuire partecipazioni ai nuovi assunti per coinvolgerli sia nel lavoro che nei profitti. Schwarzman era contrario. I due gruppi decisero di separarsi nel 1994, ma questo episodio spiega la forza dell’idea partecipativa di Fink. Il resto è storia. Oggi BlackRock è un colosso globale con 16.000 dipendenti, 30 uffici in 70 nazioni, clienti in 100 paesi diversi e capitalizza 120 miliardi di dollari contro i 50 miliardi di Blackstone. Schwarzman dice agli amici che lasciare BlackRock fu un suo grande errore. Ma si consola: la sua fortuna personale è di 35 miliardi di dollari, quella di Fink è “solamente” attorno al miliardo di dollari. Ha sempre pensato più alla crescita. E a condividere appunto gli utili con nuovi talenti, per dare forza alla sua istituzione.
Oggi Fink non è solo il più grande gestore di risparmio del mondo e un brillante imprenditore. È anche e soprattutto un “policy maker”, nel senso lato e migliore del termine, ovviamente, cioè totalmente al di fuori dalla politica. Fink è stato un precursore per l’introduzione di valori sociali nel mondo imprenditoriale e per una crescente trasparenza della “corporate governance”. Ma il suo punto di forza oggi è la richiesta di un adeguamento del mondo aziendale alle sfide ambientali. La sua lettera annuale agli amministratori delegati è la più attesa nelle comunità d’affari internazionali perché stabilisce criteri di investimento, indica obiettivi di performance ambientale e trasparenza per aziende quotate.
Con 9.000 miliardi da investire BlackRock finisce con l’avere pacchetti di azioni in quasi tutte le aziende quotate nel mondo, e, per via della dimensione, sempre con posizioni di numero due o tre nella compagine azionaria. Fink è stato criticato perché mentre auspica politiche ambientali illuminate, allo stesso tempo con BlackRock è il più grande detentore di pacchetti azionari di aziende che producono combustibili fossili. La militanza di sinistra lo critica perché il fondo investe molte delle sue disponibilità in aziende militari.
Ma queste critiche non mettono nel conto che BlackRock investe la stragrande maggioranza dei fondi in indici di borsa che inevitabilmente rappresentano aziende di ogni genere. L’approccio sociale piuttosto, è per una mobilitazione, per incoraggiare l’investimento sostenibile e la responsabilita’ sociale, per introdurre una politica a favore di tutti gli “stakeholder” (che includono lavoratori, impiegati, clienti, società civile) e non solo degli shareholder (gli azionisti). L’obiettivo è quello di emissioni zero per il 2050. Perché l’influenza? Perché le aziende lo seguono? Perché Fink ha costruito “engagement team”, squadre di esperti che tengono d’occhio il comportamento delle aziende partecipate - mediamente attorno al 5% del loro pacchetto azionario - nel loro percorso sociale. L’approccio è quello della gradualità per favorire il cambiamento.
E quando è necessario i rappresentanti delle squadre intervengono in assemblea degli azionisti, non sempre con successo ma sempre con un impatto: per dare un’idea delle dimensioni, l’anno scorso BlackRock ha chiesto la rimozione di 5.100 consiglieri di amministrazione; ha identificato una mancanza di indipendenza per 1.700 aziende e mancanza di diversità per 1.500; per 2.700 volte ha votato contro la politica di compensi al management.
Questi numeri ci danno l’idea della dimensione globale di questa missione di investimento da una parte, ma di forte responsabilizzazione dall’altra. Molte aziende hanno capito e giocano d’anticipo per evitare lo scontro in assemblea. L’anno scorso ad esempio, citando la lettera di Fink, il New York Times ci ha dato notizia che a ruota, grandi aziende hanno subito preso dei provvedimenti: la Microsoft ha annunciato di voler essere “Carbon-Negative” entro dieci anni, la Delta Airlines ha fatto un piano per investire un miliardo di dollari per essere a sua volta “carbon neutral” e la Salesforce si è impegnata a conservare 100 milioni di alberi nei prossimi dieci anni.
BlackRock è a sua volta in prima fila per dare il buon esempio. Solo nelle ultime settimane ci sono stati una decina di annunci. Alcuni esempi: Fink ha introdotto prima di ogni altro a Wall Street un “indice per la diversità” per misurare in azienda l’impatto discriminatorio di prodotti, politiche o servizi nei confronti delle minoranze. Ha contratto un prestito da 4,4 miliardi di dollari con i tassi di interesse legati a progressi sia sulla diversità che sulla sostenibilità. Appena ieri ha lanciato un nuovo fondo da 600 milioni di dollari con Temasek la holding di Singapore, per finanziare venture capital in stadio avanzato che investono in attività ambientali.
Fink interviene se percepisce ingiustizie politiche o irregolarità: è stato fra i primi a criticare la nuova legge elettorale limitativa del voto in Georgia. Oggi a quella posizione hanno aderito oltre cento executive americani. È insomma uno dei leader di quel drappello di imprenditori e capitani d’industria che stanno cambiando il modello capitalistico americano come lo si conosceva solo 30 anni fa. Guardano al futuro del paese, questi capitani d’industria sentono il problema delle tensioni sociali, prendono atto del vuoto lasciato da una politica polarizzata e paralizzata e lo riempiono tenendo la barra dritta.
Con Bill Gates ad esempio Fink sta preparando un’iniziativa innovativa sul fronte energetico costruita attorno alla Breakthrough Energy Ventures, la proposta contenuta nel libro di Gates “How to Avoid a Climate Disaster”. Non conosco i dettagli, ma le indiscrezioni che ho avuto mi dicono che dovrebbero presentare il nuovo progetto insieme la settimana prossima e che avrà un impatto dirompente (Gates nel suo libro dice che ci vorranno 50.000 miliardi di dollari per raggiungere un livello d’emissione zero). Di certo, mi dice Fink in una lunga intervista, "Il mondo sta accelerando, tutto sta accelerando, anche per quell’evento storico che è stata la pandemia”. Gli chiedo se la pandemia non abbia messo a nudo le fragilità dell’Occidente e mi risponde col piglio che lo contraddistingue, quello dell’ottimista.
"Non c’è dubbio che abbiamo avuto molti segmenti della società a livello globale che hanno sofferto duramente per la pandemia. Eppure, altri hanno fatto bene. Per me quello che è straordinario è il ruolo che la scienza e la tecnologia hanno svolto durante la crisi. Provi a immaginare se avessimo avuto il contagio dieci o dodici anni fa. Non avremmo avuto la tecnologia che ha consentito al mondo di andare avanti, di lavorare agevolmente in remoto, di usare il commercio elettronico per la distribuzione. Il 70% dell’economia ha continuato a funzionare nonostante l’isolamento. Pensi alla bellezza degli esseri umani, come si adattano, come ci siamo adattati: abbiamo cambiato il modo di vivere, di lavorare, il modo in cui consumiamo l’informazione o i prodotti".
Sono cambiamenti che resteranno?
"Alcuni sì. La pandemia ha solo accelerato alcuni fenomeni. Non torneremo indietro, alcuni cambiamenti saranno permanenti, cosa che, guardando in avanti, ci darà una vita migliore. Non avrò più bisogno di andare a Singapore viaggiando per 30 ore per un incontro di un’ora. Organizzeremo la nostra vita in modo diverso. Resta l’importanza degli incontri di persona, ma allora si faranno viaggi più distesi, più strutturati".
Finirà la vita d’ufficio?
"No. E non solo per l’importanza di lavorare in contatto diretto. Siamo animali sociali, la comunicazione casuale, improvvisata è essenziale, creativa per il lavoro. Ma c’è anche un altro aspetto, lavorare insieme in ufficio distingue i perimetri della vita privata da quella professionale. Credo che l’impatto psicologico di questa distinzione sia importante. Detto questo stiamo evolvendo abbiamo capito che alcune cose si possono fare da casa, credo che l’umanità uscirà rafforzata da questa crisi".
Stavate spostando i vostri uffici a Hudson Yard. Fermerete i lavori?
"No, e non ridurremo gli spazi. Siamo stati fortunati perché’ eravamo nel mezzo della costruzione e stiamo modificando alcune cose per adattare l’ufficio alle nuove esigenze degli incontri remoti con più zone conferenze, più spazi comuni, stimiamo che per un 30% si continuerà a lavorare in remoto".
Quali sono i settori di cui ci si deve occupare di più
"Turismo, alberghi, ristoranti. Un 30% della nostra economia ha sofferto molto dall’impossibilità di potersi aggregare. Dobbiamo rimettere in sicurezza quei settori e l’amministrazione Biden l’ha capito".
Biden ha lanciato due piani di aiuti e investimenti infrastrutturali che potrebbe valere complessivamente (inclusi anche quelli varati l’anno scorso) il 50% del Pil. È anche una scelta strategica per aumentare lo statalismo e tenere il passo con la Cina che avanza?
"Guardi, c’è una cosa di cui noi americani ed europei dobbiamo essere orgogliosi: è stato il capitalismo a creare i vaccini, non la Cina. I vaccini cinesi sono efficaci solo al 50%. Una volta ci volevano fra i quattro e i dieci anni per creare un vaccino. Ora l’abbiamo fatto in meno di un anno. Abbiamo nuove tecnologie che ci hanno consentito di decifrare i codici del virus e abbiamo usato il RNA messaggero per creare i nuovi vaccini. Questa da sola è una rivoluzione che riguarderà tutti i virus e i vaccini futuri. E questa è la meraviglia del capitalismo occidentale. Non è apprezzato abbastanza".
Ma le rivoluzioni tecnologiche partono soprattutto in America. Perché l’Europa è indietro? Forse perché non vara un progetto di stimoli grande come quello americano?
"L’America è pervasa da ottimismo e guarda in avanti. L’Europa tende a guardare indietro, è più prudente. Per questo avete tassi di risparmio più elevati. Sono anche un vantaggio ovviamente. Non sono così convinto come lei dice che l’Europa sia indietro. Ha alcune delle aziende leader globali. La questione secondo me non è solo economica ma culturale. L’Europa, culturalmente, non sostiene quell’energia imprenditoriale che vediamo in America. L’Europa deve abbracciare lo spirito imprenditoriale. Deve abbracciare l’idea di compensi elevati per chi produce. Deve abbracciare il concetto dell’individualismo. Se viaggio in America o in Asia, in Cina, vedo che l’imprenditorialità è incoraggiata, è abbracciata dai giovani, dà loro un’identità. Culturalmente non ho mai sentito che questa fosse una priorità per l’Europa e questa è una delle differenze fondamentali. Guardi, il Ceo di Moderna ha studiato in Francia. Scienziati di qualità vengono in America. Abbiamo visto di recente la storia di due giovani europei che hanno fatto fortuna in America. La domanda è: come riesci a tenerli? Perché non c’è questo senso di opportunità in Europa? Torno a dire è una questione culturale".
E cosa si dovrebbe fare?
"Come americano non sta a me dire all’Europa che cosa fare per cambiare. C’è anche il fatto che la vita in Europa resta molto gradevole. Il tenore di vita della classe media europea è forse meglio di quello della classe media americana. Ci sono più programmi sociali. Ma la domanda sul che fare resta e l’Europa la deve porre a sé stessa. Il sistema di cui parlavo oggi funziona benissimo per chi ha 40-50-60 anni. Ma funzionerà in vent’anni? E quali sono le opportunità per i ventenni di oggi?"
Mario Draghi è il nuovo presidente del Consiglio italiano, con una grande vocazione europea e una grande credibilità. Lei pensa che possa contribuire ad accelerare da una parte i tempi dell’integrazione bancaria e fiscale e dall’altra aiutare sul piano culturale?
"Per prima cosa devo dire che Mario Draghi è un amico. Credo che abbia fatto un lavoro fantastico come governatore della Banca Centrale Europea. Credo che sia un leader forte, determinato. È un uomo di grande integrità e credo che sul piano umano sia compassionevole. Qualità importanti per un politico. È un uomo che ha lavorato nel settore privato e ha dato la sua vita al settore pubblico. È rispettato in Europa. È rispettato nel mondo, dunque ha le carte in regola per affermarsi come leader politico. E al di là della sua missione in Italia, può giocare un ruolo forte per accelerare i processi di integrazione in Europa? Assolutamente sì, perché è una forza della natura. Ma non credo che Mario Draghi e l’Italia possano svolgere quel ruolo da soli. Dovrà lavorare con la Francia, con il Presidente Macroni e poi in autunno, con chi sarà il nuovo leader della Germania. L’Europa la si deve fare insieme".
Non mi ha risposto sul piano infrastrutturale di Biden.
"Biden ha fatto benissimo a vararlo. Abbiamo un serio problema infrastrutturale in America, che sia un ponte o un aeroporto le cattive condizioni rispetto a quel che si vede in Europa e in Asia sono evidenti. Non abbiamo una rete elettrica nazionale. E le divisioni sociali, le tensioni, crescono con la grande separazione fra chi ha accesso alla banda larga e chi non ce l’ha. Fra chi, in tempo di Covid, ha potuto studiare e chi non ha potuto. Anche l’Europa non ha una rete elettrica continentale. Ed è troppo dipendente dal gas naturale russo e potrei continuare. Alcuni problemi sono comuni. Possibile che il piano di Biden da 3.000 miliardi di dollari sia troppo caro? Non lo so. Come lo finanziamo? Non mi sembra che aumentare le aliquote fiscali per le aziende dal 21 al 28% cambi il panorama competitivo. Ma certamente abbiamo bisogno di un programma molto vasto, sia pubblico che privato che possa trasformare l’America, se ne parla da 15 anni e non si è mai concluso nulla. Bill Gates dice che ci vorrebbero 50.000 miliardi da investire in nuove tecnologie per avere davvero un mondo a emissione zero. E le raccomando il suo nuovo libro".
C’è un rischio inflazione?
"Ci sono elementi concreti per preoccuparsi dell’inflazione, le macro-tendenze in corso - ad esempio una de-globalizzazione o la possibile riduzione di produzione off shore più a buon mercato - sono foriere di inflazione. Allo stesso tempo il progresso tecnologico continua a ridurre i prezzi. Sono due fenomeni contrapposti. A questo aggiungiamo i progetti di stimolo infrastrutturali, creeranno posti di lavoro ed eserciteranno pressioni sui salari. E dunque sì, sono sempre più attento al rischio inflazione, non preoccupato, ma attento. E dunque, se avremo l’inflazione al 2 al 2,5 anche al 3%, andrà bene, è inflazione buona. Se andremo sopra il 3% sarà inflazione cattiva".
Cosa dice della deglobalizzazione. La preoccupa?
"Si. Se fossi un essere umano che ha a cuore l’umanità globale, dovresti essere in favore della globalizzazione. Aiuta i popoli ad uscire dalla povertà. Rafforza l’esistenza economica nel mondo. Ci sono meno minacce. Se l’Europa vive l’immigrazione come una minaccia, quella è una minaccia che deriva dalla povertà. Occorre saperlo. E dunque sono un grande sostenitore di una politica per una globalizzazione equilibrata. Sono per la globalità con orgoglio. Credo nella nozione che se solleveremo sempre più gente dalla povertà avremo un mondo più sicuro".
Parliamo dell’Italia. Cosa dovrebbe fare Draghi per l’Italia?
"Spero che Mario possa riaccendere l’orgoglio italiano. Spero che possa riaccendere l’energia. In Italia avete un ottimo sistema universitario, persone di grande intelligenza, con ottimi curriculum scolastici. Come si può far sì che il sistema universitario getti le fondamenta per l’imprenditorialità? Alcune delle persone migliori a BlackRock sono italiane. Il capo del mio investimento sistematico in azioni è italiano, si chiama Raffaele Savi. So che adora Roma da dove viene e dove ha ancora casa. Ma ha stabilito la sua vita lavorativa a San Francisco e in città ha lascito un segno. Quel che Mario - o qualunque altro politico – deve poter dire è: “puoi avere le stesse opportunità in Italia”. Ma c’è un aspetto ancora più importante, come si potrà instillare negli europei un ottimismo di lungo periodo? Gli europei sono così pessimisti, risparmiano molto danaro senza metterlo a frutto. C’è una ragione se i rapporti tra prezzi e utili delle compagnie europee sono più bassi di quelle americane: Molto ha a che fare con l’ottimismo degli americani: investono in titoli in borsa molto più degli europei. Se lungo un periodo di 20 anni gli italiani avessero messo la loro liquidità al lavoro semplicemente investendo nell’indice Dax tedesco ad esempio, avrebbero fatto quattro volte quel che hanno avuto lasciando i soldi a dormire in un conto bancario. È stata davvero una opportunità perduta".
Restando in Italia cosa mi dice di Unicredit? Lei è un’azionista, è soddisfatto del cambio ai vertici?
"Conosco il nuovo Presidente Pier Carlo Padoan da molto tempo e Andrea Orcel da 25 o 30 anni! E auguro loro ogni successo. Avevo un buon rapporto con Jean Pierre Mustier. E la relazione è ottima anche con Banca Intesa. Sono due grandi banche italiane. Guardi devo dire che la nostra relazione è buona con l’intera comunità finanziaria, con Poste Italiane ad esempio. E siamo soddisfatti dell’andamento generale".
Lei dice di investire in titoli, ma parlando di borsa e mercati, non è preoccupato da certi rapporti stellari tra prezzi e utili delle aziende quotate?
"Certo. Ma molti erano preoccupati dal rapporto P/E di Amazon e non l’hanno comprata 20 anni fa. Ed è vero che alcune aziende salteranno. Quelle che avranno successo saranno quelle che continueranno a trasformarsi. Ma supponiamo che alcuni titoli siano sopravvalutati, io dico che anche adesso si dovrebbe essere investiti soprattutto in titoli in borsa. Occorre guardare al lungo termine, non agli alti e bassi del mercato".
Che rischio vede davanti a noi?
"Torno all’ambiente, all’emissione zero. Se i politici si concentrano solo sulle aziende quotate non arriveremo mai a un mondo “net zero”. Non vedo cronisti, funzionari pubblici, regolatori, concentrarsi sulle aziende non quotate in borsa. Se si esercita pressione solo sulle aziende quotate, ogni azienda tornerà privata e non arriveremo al net zero. Dobbiamo chiedere a tutti indistintamente di partecipare, il problema è per la nostra società e dunque lo sforzo deve essere a tutto campo anche al di fuori del mondo aziendale".
Abbiamo visto molto attivismo di piccoli investitori. Con GameStop ad esempio. È un fenomeno nuovo. È una concorrenza per voi? Vi adeguerete?
"Noi? No. Non è il nostro modello di business. Gestiamo quasi 9.000 miliardi di dollari. Di questi due terzi circa sono fondi per le pensioni. E torniamo al lungo termine. Non presto attenzione al GameStop. È irrilevante. Mi diverte seguire quel che succede. Mi affascina che così tanta gente sia interessata al mercato azionario. Ma spero che impareranno da quelle giravolte da capogiro che l’investimento di lungo termine è meglio. Dunque, mi piace vedere quel che capita con questi slanci collettivi, ma l’impatto su BlackRock è zero".
Ha annunciato ieri una nuova soglia di capitali in gestione a quota 9.000 miliardi di dollari. Quando arriverà a 10.000 miliardi?
"Chi lo sa, forse un’ora fa… Credo che quel numero non sia importante. Abbiamo un’enorme responsabilità. Gestiamo danaro per più gente di qualunque altro gestore al mondo. Piu’ pensioni di chiunque altro, pensioni di gente comune, di pompieri, addetti sanitari, operai, poliziotti, funzionari statali, insegnanti etc. E se facciamo un buon lavoro aiutiamo il loro futuro. Se facciamo un buono lavoro potranno affidarci altri fondi in gestione. E sappiamo che ci chiedono di svolgere un ruolo positivo nella società e di guardare al futuro e al lungo termine. Oggi non lo fanno in molti. Noi continueremo a guardare lontano".