Governo, svolta del premier sulle riaperture: colpito dal disagio sociale. E ora è pronto alla sfida sul Pil
di Tommaso Ciriaco e Roberto Mania , di Tommaso Ciriaco e Roberto ManiaMinistri divisi durante la riunione della cabina di regia. Giorgetti voleva riaprire dal 19, Speranza puntava sul 3 maggio, ma riesce a salvare solo il coprifuoco
ROMA - Ore 11, cabina di regia. Si urla parecchio, attorno al tavolone governativo. Mario Draghi fa sfogare i suoi ministri. Una, due, quasi tre ore. Poi decide. E apre il Paese una settimana prima del previsto. È una svolta. Non tanto per la sostanza delle nuove misure, che comunque presentano paletti severi. Pesa il messaggio, decisamente aperturista. C'è dietro una riflessione lunga dieci giorni, figlia di due passaggi chiave che pare abbiano convinto definitivamente il premier a sbilanciarsi: le manifestazioni di piazza e un alert riservato sul rischio di nuove tensioni.
Il prologo del nuovo corso, dunque. Giorni fa, il premier osserva attraverso la finestra di Palazzo Chigi i cortei di protesta. Non quelle violente, che sono e restano inaccettabili e controproducenti. Ma quelle pacifiche, che raccolgono "il disagio, quasi la disperazione - confida ai ministri più fidati - di persone perbene che hanno bisogno di un messaggio di speranza". …
Il prologo del nuovo corso, dunque. Giorni fa, il premier osserva attraverso la finestra di Palazzo Chigi i cortei di protesta. Non quelle violente, che sono e restano inaccettabili e controproducenti. Ma quelle pacifiche, che raccolgono "il disagio, quasi la disperazione - confida ai ministri più fidati - di persone perbene che hanno bisogno di un messaggio di speranza". …
ROMA - Ore 11, cabina di regia. Si urla parecchio, attorno al tavolone governativo. Mario Draghi fa sfogare i suoi ministri. Una, due, quasi tre ore. Poi decide. E apre il Paese una settimana prima del previsto. È una svolta. Non tanto per la sostanza delle nuove misure, che comunque presentano paletti severi. Pesa il messaggio, decisamente aperturista. C'è dietro una riflessione lunga dieci giorni, figlia di due passaggi chiave che pare abbiano convinto definitivamente il premier a sbilanciarsi: le manifestazioni di piazza e un alert riservato sul rischio di nuove tensioni.
Il prologo del nuovo corso, dunque. Giorni fa, il premier osserva attraverso la finestra di Palazzo Chigi i cortei di protesta. Non quelle violente, che sono e restano inaccettabili e controproducenti. Ma quelle pacifiche, che raccolgono "il disagio, quasi la disperazione - confida ai ministri più fidati - di persone perbene che hanno bisogno di un messaggio di speranza". Ne resta "colpito". E non è tutto. Un secondo momento chiave è datato 14 aprile. Franco Gabrielli, che ha la delega ai Servizi, illustra al Copasir una relazione. La sintesi è che tra gli effetti della chiusure prolungate - e in assenza di ristori adeguati o di aperture (ovviamente in sicurezza) - si rischia una tensione sociale crescente, che potrebbe sfociare in gesti di rivolta.
E siamo a ieri. Gli schieramenti sono noti da tempo: da una parte Roberto Speranza, il Pd e il Movimento, dall'altra il centrodestra e la renziana Elena Bonetti. Draghi si spende subito per riaprire i ristoranti all'aperto anche a cena. Giancarlo Giorgetti chiede che si parta subito, dal 19 aprile, "che senso ha perdere tempo?". Il ministro della Salute resiste per un'ora, spera ancora nel 3 maggio, "sarebbero giorni in più preziosi per le vaccinazioni". Dario Franceschini prova a sostenerlo, ma il centrodestra gli rinfaccia la posizione su cinema e teatri: "Come, quelli li facciamo ripartire e i ristoranti no?". Il premier, alla fine, sceglie di mandare comunque un segnale: "Si parte dal 26 aprile".
I ministri si dividono su tutto. Sui ristoranti al chiuso, che la Lega vorrebbe operativi da lunedì prossimo. Perde su questo punto, ma vince sulle aperture serali, anche se solo all'aperto. Resiste invece l'argine eretto dal ministro della Salute, da Franceschini e dal grillino Stefano Patuanelli sul coprifuoco alle 22. Per il limite delle 22 si spende anche Maria Stella Gelmini. La ministra spinge per le ripartenze, ma sulla linea di Draghi: "Se liberiamo la movida notturna, tra quindici giorni dobbiamo richiudere".
Stavolta il Cts incide poco. Pesano invece i pareri di due uomini molto vicini a Draghi: il sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli e il segretario generale Roberto Chieppa. Certo, l'ex banchiere mette in guardia dal "liberi tutti", tanto che alla delegazione di Forza Italia ricevuta a sera spiega che bisogna monitorare i dati, perché morti e terapie intensive presentano numeri simili all'aprile 2020. "Avrei fatto anche di più - giura il presidente del Consiglio - ma occorre comunque una certa cautela".
Resta il segnale, forte. Deciso senza aver avuto bisogno di ascoltare le pressioni degli industriali e le indicazioni allarmate di Bankitalia, che pure non mancano. La verità è che Draghi scommette sul rimbalzo dell'economia. A partire da giugno quando si cominceranno a sentire gli effetti delle riaperture e della ripresa delle attività economiche più danneggiate dalla pandemia. Il tutto in un quadro di regole, non ancora scritte ma condivise, radicalmente diverse dal passato. Un dettaglio, in particolare, segnala la svolta in atto: lo spread.
Giovedì scorso, dopo l'annuncio dal parte del governo di un nuovo maxi scostamento di bilancio (cioè deficit senza copertura) di 40 miliardi di euro, il differenziale è sceso dell'1,92 per cento a 101,9 punti. In altri tempi sarebbe stata una catastrofe, ma questo è ormai diventato il sentimento degli investitori e su questo l'ex banchiere centrale ha concentrato la sua attenzione. "La pandemia - ripete - ha reso legittima la creazione di tanto debito". Tutti lo fanno, a partire dagli Stati Uniti di Joe Biden. Dunque l'esecutivo farà altro debito (122 miliardi dei 191,5 del Next Generation Eu, per esempio, sono prestiti, per quanto a tassi straordinariamente bassi), ma senza tentare di restituirlo con le vecchie manovre correttive lacrime e sangue.
La carta da usare è quella della crescita economica, spinta dalla massa di risorse che l'Europa ha messo a disposizione per gli investimenti orientati soprattutto verso la transizione digitale e quella dello sviluppo sostenibile. Ed è anche la strategia che servirà per facilitare la ristrutturazione di aziende comunque in grado di stare sul mercato, una volta finita l'emergenza.
Dopo il crollo del Pil dell'8,9 per cento lo scorso anno, la crescita - stima il Def - dovrebbe essere del 4,5 per cento quest'anno, del 4,8 nel 2022 e del 2,6 per cento nel 2023. Vicini al fatidico 3 per cento del rapporto deficit/Pil ci si dovrebbe arrivare intorno al 2025, grazie all'aumento del denominatore e non più dei tagli, spesso lineari, alla spesa pubblica. In parallelo, dovranno formalmente cambiare le regole del gioco, quelle del Patto di stabilità ormai superate dai fatti. La partita si aprirà nel 2022, in un'Europa alla ricerca di una nuova leadership dopo quella di Angela Merkel. E questa è l'altra sfida che ha in mente Draghi.
Il prologo del nuovo corso, dunque. Giorni fa, il premier osserva attraverso la finestra di Palazzo Chigi i cortei di protesta. Non quelle violente, che sono e restano inaccettabili e controproducenti. Ma quelle pacifiche, che raccolgono "il disagio, quasi la disperazione - confida ai ministri più fidati - di persone perbene che hanno bisogno di un messaggio di speranza". Ne resta "colpito". E non è tutto. Un secondo momento chiave è datato 14 aprile. Franco Gabrielli, che ha la delega ai Servizi, illustra al Copasir una relazione. La sintesi è che tra gli effetti della chiusure prolungate - e in assenza di ristori adeguati o di aperture (ovviamente in sicurezza) - si rischia una tensione sociale crescente, che potrebbe sfociare in gesti di rivolta.
E siamo a ieri. Gli schieramenti sono noti da tempo: da una parte Roberto Speranza, il Pd e il Movimento, dall'altra il centrodestra e la renziana Elena Bonetti. Draghi si spende subito per riaprire i ristoranti all'aperto anche a cena. Giancarlo Giorgetti chiede che si parta subito, dal 19 aprile, "che senso ha perdere tempo?". Il ministro della Salute resiste per un'ora, spera ancora nel 3 maggio, "sarebbero giorni in più preziosi per le vaccinazioni". Dario Franceschini prova a sostenerlo, ma il centrodestra gli rinfaccia la posizione su cinema e teatri: "Come, quelli li facciamo ripartire e i ristoranti no?". Il premier, alla fine, sceglie di mandare comunque un segnale: "Si parte dal 26 aprile".
I ministri si dividono su tutto. Sui ristoranti al chiuso, che la Lega vorrebbe operativi da lunedì prossimo. Perde su questo punto, ma vince sulle aperture serali, anche se solo all'aperto. Resiste invece l'argine eretto dal ministro della Salute, da Franceschini e dal grillino Stefano Patuanelli sul coprifuoco alle 22. Per il limite delle 22 si spende anche Maria Stella Gelmini. La ministra spinge per le ripartenze, ma sulla linea di Draghi: "Se liberiamo la movida notturna, tra quindici giorni dobbiamo richiudere".
Stavolta il Cts incide poco. Pesano invece i pareri di due uomini molto vicini a Draghi: il sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli e il segretario generale Roberto Chieppa. Certo, l'ex banchiere mette in guardia dal "liberi tutti", tanto che alla delegazione di Forza Italia ricevuta a sera spiega che bisogna monitorare i dati, perché morti e terapie intensive presentano numeri simili all'aprile 2020. "Avrei fatto anche di più - giura il presidente del Consiglio - ma occorre comunque una certa cautela".
Resta il segnale, forte. Deciso senza aver avuto bisogno di ascoltare le pressioni degli industriali e le indicazioni allarmate di Bankitalia, che pure non mancano. La verità è che Draghi scommette sul rimbalzo dell'economia. A partire da giugno quando si cominceranno a sentire gli effetti delle riaperture e della ripresa delle attività economiche più danneggiate dalla pandemia. Il tutto in un quadro di regole, non ancora scritte ma condivise, radicalmente diverse dal passato. Un dettaglio, in particolare, segnala la svolta in atto: lo spread.
Giovedì scorso, dopo l'annuncio dal parte del governo di un nuovo maxi scostamento di bilancio (cioè deficit senza copertura) di 40 miliardi di euro, il differenziale è sceso dell'1,92 per cento a 101,9 punti. In altri tempi sarebbe stata una catastrofe, ma questo è ormai diventato il sentimento degli investitori e su questo l'ex banchiere centrale ha concentrato la sua attenzione. "La pandemia - ripete - ha reso legittima la creazione di tanto debito". Tutti lo fanno, a partire dagli Stati Uniti di Joe Biden. Dunque l'esecutivo farà altro debito (122 miliardi dei 191,5 del Next Generation Eu, per esempio, sono prestiti, per quanto a tassi straordinariamente bassi), ma senza tentare di restituirlo con le vecchie manovre correttive lacrime e sangue.
La carta da usare è quella della crescita economica, spinta dalla massa di risorse che l'Europa ha messo a disposizione per gli investimenti orientati soprattutto verso la transizione digitale e quella dello sviluppo sostenibile. Ed è anche la strategia che servirà per facilitare la ristrutturazione di aziende comunque in grado di stare sul mercato, una volta finita l'emergenza.
Dopo il crollo del Pil dell'8,9 per cento lo scorso anno, la crescita - stima il Def - dovrebbe essere del 4,5 per cento quest'anno, del 4,8 nel 2022 e del 2,6 per cento nel 2023. Vicini al fatidico 3 per cento del rapporto deficit/Pil ci si dovrebbe arrivare intorno al 2025, grazie all'aumento del denominatore e non più dei tagli, spesso lineari, alla spesa pubblica. In parallelo, dovranno formalmente cambiare le regole del gioco, quelle del Patto di stabilità ormai superate dai fatti. La partita si aprirà nel 2022, in un'Europa alla ricerca di una nuova leadership dopo quella di Angela Merkel. E questa è l'altra sfida che ha in mente Draghi.