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Lino Foroni, presidente del circolo Arci l'Arcobaleno di Fabbrico (Danilo Di Meo, Agf) (agf)

C'erano una volta i circoli Arci: "Adottateli o chiuderanno per sempre"

Il terzo settore è chiuso da mesi causa pandemia. Gli storici punti di aggregazione lanciano una campagna di raccolta fondi: adottauncircolo.it
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FABBRICO (Reggio Emilia) - Non fosse che sono le tre del pomeriggio, si potrebbe anche bere un Cynar, appoggiati a questo bancone fuori moda. Ma visto che non si può, nel frattempo si può fare un bonifico a questo circolo Arcobaleno che resiste alla serrata, sperando di tornare presto a bere quel Cynar - o un punch al mandarino - assieme al presidente Lino Foroni, che ha 76 anni ed è un tipo indomito. Il circolo è semi sbarrato, come in tutta l'Emilia, e anche in Italia. La pandemia ne ha chiusi 3mila alle Acli, 4mila all'Arci, e non si poteva fare diversamente. A Fabbrico ce ne sono cinque, tutti Arci, più circoli che chiese in un paese da 6500 abitanti, per lo più orfani di questi centri sociali/culturali, con bar e talvolta trattoria, dove si mangiava e beveva, si giocava alle carte, discuteva di politica, del mondo, del paese, tutto al passato.

Rispetto al resto del Paese e della regione, questi della provincia di Reggio Emilia ha…
FABBRICO (Reggio Emilia) - Non fosse che sono le tre del pomeriggio, si potrebbe anche bere un Cynar, appoggiati a questo bancone fuori moda. Ma visto che non si può, nel frattempo si può fare un bonifico a questo circolo Arcobaleno che resiste alla serrata, sperando di tornare presto a bere quel Cynar - o un punch al mandarino - assieme al presidente Lino Foroni, che ha 76 anni ed è un tipo indomito. Il circolo è semi sbarrato, come in tutta l'Emilia, e anche in Italia. La pandemia ne ha chiusi 3mila alle Acli, 4mila all'Arci, e non si poteva fare diversamente. A Fabbrico ce ne sono cinque, tutti Arci, più circoli che chiese in un paese da 6500 abitanti, per lo più orfani di questi centri sociali/culturali, con bar e talvolta trattoria, dove si mangiava e beveva, si giocava alle carte, discuteva di politica, del mondo, del paese, tutto al passato.

Rispetto al resto del Paese e della regione, questi della provincia di Reggio Emilia hanno una speranza in più: "Adottateci, pagate la tessera anche se non si può ancora venire, fateci vivere". Sennò dopo, quando sarà ora di riaprire, sarà troppo tardi. Le spese fisse ammazzano questi centri di vita in comune, non c'era che lanciare una sottoscrizione. Daniele Catellani, 40 anni, presidente di tutti i circoli provinciali: "Volevamo dare un segnale. Siamo vivi, però abbiamo bisogno di aiuto. È nato un movimento spontaneo, soprattutto online. Poi, c'è chi non è capace di andare su adottauncircolo.it, o di usare il Paypal, e allora arriva con i 12 euro della tessera in mano".

Dopo un anno, "chi aveva un patrimonio se lo sta rosicchiando. E pensare che durante il primo lockdown, avevamo fatto una raccolta fondi per la Usl di Reggio Emilia", tra i 140 della provincia, insieme facevano 45mila iscritti. Quanti ne resteranno? "Conosco dei settantenni che venderanno cara la pelle, pur di non chiudere per sempre", uno è Foroni. Come sa chi lavora sull'aggregazione sociale, sa che il virus è il male assoluto. Allontana, divide, reclude in casa, e per quanti sforzi si fanno, tornare come prima è difficile. "Io telefono a tutti, dico: facciamo ripartire la macchina, ché manca poco. E sa quale è la risposta? Siamo rimasti senza benzina". Foroni racconta di mancati incassi per 110mila euro, e di un contributo di 5mila dalla Regione. "In media, qui venivano 70/80 persone a sera. Per la tombola del lunedì, 50 donne almeno", e dai paesi vicini si organizzavano i pullman per venire a giocare. Non è che da queste parti siano tutti matti, anche se dal soffitto pendono alberi di Natale appesi al contrario, "perché noi siamo fatti alla rovescia, ci piacciono così". È che "eravamo abituati alla socialità, a vivere insieme". Tre biliardi, coperti dai teli, tre sono il minimo indispensabile per un posto così. Oltre all'Arcobaleno, Fabbrico ha un circolo per bambini, che fa doposcuola e campi estivi. Un altro fa yoga. Il quarto è di appassionati di fotografia, il quinto gestisce il parco.

"Noi resistiamo online, ma non vediamo l'ora di incontrarci dal vivo", dice Simona Silvestri. Il suo è il circolo "Iniziativa laica", 130 soci, specializzato nei diritti civili "di cui quest'anno si parla poco". Sede, l'ex abitazione del direttore delle Officine Meccaniche Reggiane, vicina al Tecnopolo e al Parco Innovazione, nella ex cittadella operaia che fabbricava i treni. Chi sono gli iscritti? "Una base di sessantenni, molti i giovani". Online si possono fare molte cose, come un corso seguito da 2mila studenti, però "bisogna tornare a vederci in faccia. Dall'11 al 13 giugno faremo le nostre Giornate della laicità", all'aperto, e speriamo che non piova.

E dietro allo stadio c'è il circolo Pigal, che si chiama così perché fusione tra gli storici Pistelli e Galileo, già etichettato da qualcuno come luogo di perdizione, ovvero discoteca. In realtà, ha una grande sala da ballo, dove si ballava country, boogie, latino, e "liscio tutte le settimane", racconta il presidente Ivano Ballarini. Qui c'è un bar, sala riunioni, salone delle feste da 400 posti, insomma circolo tradizionale moderno, con 60 volontari che mandano avanti anche il campo da calcetto, il pattinaggio, e organizzano tante cose tra cui la tortellata per 200 persone, e il pranzo del cappelletto, o del lavoratore, che si fa ogni primo maggio.

Ma non è solo questione di mangiare e bere. Cinzia Ferioli, vicepresidente: "C'è l'aspetto ricreazione, e quello culturale. Avevamo organizzato un grande evento sui burattini, è saltato. Lo rifaremo. Ospitiamo il Centro permanente attività musicali, che ha 1700 allievi e 14 sedi nella provincia", ora è tutto semi fermo "ma le spese corrono lo stesso: nel 2019 40mila euro, nel 2020 - da chiusi - 20mila, e non entrano le quote associative, i corsi, le cene", dice Ballarini. Nessuno si piange addosso, i volontari sono abituati a soffrire.

E neanche a Cavriago, dove una palla a specchi pende impolverata sul salone del Kessel, un posto anche mitico. Sotto questa palla si sono esibiti "Dardust, Willie Peyote, Dimartino, Davide Sciortino, per citare solo gli ultimi passati a Sanremo". Eppure, siamo in un paese della provincia, ma il circolo del genere "giovanile" aveva mille iscritti, ne sono rimasti una quarantina di storici, che passano il tempo sospirando e restaurando cucina e bancone. "Questo è uno dei 10 posti di riferimento per la musica indie della regione, molti ora famosi hanno cominciato qui, davanti a 50 persone", spiega il presidente Nicolò Fantini, che ha 29 anni, "ma la musica dal vivo è ancora vietata, e anche per la riapertura, pensiamo a spettacoli da seduti, per meno gente". O all'aperto, nel piazzale dove campeggia la grande scritta metallica "Cremeria", perché questo era un grande stabilimento che produceva il burro. Purtroppo, "non si vive solo d'aria, d'amore e di birra...", spiace sentire uno di neanche trent'anni parlare così, ma la crisi pesa su tutti i giovani "che non conoscono il dove e il quando. Parlo anche dei professionisti, tecnici e altri che rendono possibile uno spettacolo". Quindi, per evitare quell'"effetto divano", così lo definisce Catellani, "che ci ha seduti tutti, e fatichiamo a rialzarci", si potrebbe anche aprire il portafogli, e qualcuno già lo fa: "La tessera, e un contributo volontario di 18 euro, che fa cifra tonda", dice Foroni, e si capisce che non è solo questione di salvare la briscola.