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(ansa)

Missionaria uccisa in Perù. “Mia sorella massacrata perché dava fastidio"

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Nadia De Munari, missionaria laica, gestiva sei asili nel Paese: uccisa a colpi di martello
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VICENZA - «Nadia è un’italiana massacrata all’estero, come Giulio Regeni. Noi chiediamo che l’Italia indaghi. Mia sorella ha dedicato la vita agli altri, ora lo Stato si occupi un po’ di lei. Questa non è una rapina».

Vania De Munari guarda e riguarda le foto che aveva ricevuto solo pochi giorni fa. C’è la sorella Nadia circondata dai bambini o immortalata mentre consegna pasti alle famiglie bisognose. Era una missionaria laica la cinquantenne di Schio (Vicenza) uccisa in Perù nella propria camera da letto con un martello da cantiere o forse con un’ascia. Martedì notte qualcuno è entrato nella sua camera e le ha sfondato il cranio con una serie di colpi. Nadia ha provato a proteggersi, lo si intuisce dalla frattura al braccio destro. Chi l’ha uccisa si è preso due telefoni cellulari ed è scappato, senza nemmeno provare a frugare nei cassetti dove erano custoditi i soldi. &Egr…
VICENZA - «Nadia è un’italiana massacrata all’estero, come Giulio Regeni. Noi chiediamo che l’Italia indaghi. Mia sorella ha dedicato la vita agli altri, ora lo Stato si occupi un po’ di lei. Questa non è una rapina».

Vania De Munari guarda e riguarda le foto che aveva ricevuto solo pochi giorni fa. C’è la sorella Nadia circondata dai bambini o immortalata mentre consegna pasti alle famiglie bisognose. Era una missionaria laica la cinquantenne di Schio (Vicenza) uccisa in Perù nella propria camera da letto con un martello da cantiere o forse con un’ascia. Martedì notte qualcuno è entrato nella sua camera e le ha sfondato il cranio con una serie di colpi. Nadia ha provato a proteggersi, lo si intuisce dalla frattura al braccio destro. Chi l’ha uccisa si è preso due telefoni cellulari ed è scappato, senza nemmeno provare a frugare nei cassetti dove erano custoditi i soldi. È successo nel centro “Mamma mia” di Nuevo Chimbote, il quartier generale del massiccio dispositivo di volontariato che Operazione Mato Grosso gestisce in Perù.

La parrocchia dove lavorava Nadia conta 100 mila abitanti, persone scese dalle Ande per cercare fortuna e sistemate in case di bamboo di 6 metri per 6, una accanto all’altra, in una specie di baraccopoli nel deserto che i missionari chiamano “Invasione”. Nadia De Munari gestiva sei asili, quasi 600 bambini e altrettante storie di disagio e povertà.

Perché siete convinti che non sia una rapina?
«Le hanno rubato solo il telefonino. Perché infierire in quel modo su una persona che dorme, solo per un telefonino? I soldi sono rimasti in camera, qui c’è dell’altro».

Quali sospetti avete?
«Scuola significa istruzione, emancipazione. Non vorrei che questa attività di mia sorella avesse dato fastidio a chi gestisce quelle persone con violenza, sfruttamento e oppressione».

Nadia le ha mai parlato di situazioni che la impensierivano?
«No, non voleva gravare su di noi. Non condivideva mai le sue preoccupazioni. Però so che lei aiutava anche materialmente molte famiglie di quella baraccopoli. Non vorrei che si fosse ritrovata in qualche situazione scomoda».

Per esempio?
«So che c’erano sempre tante richieste per accedere agli asili, dove i bambini rimangono dalle 8 del mattino fino alle 16, con tanto di mensa. Per qualcuno riuscire ad avere accesso o meno all’asilo significa vivere o morire. Nadia ha dovuto dire dei no, per questioni di numeri. È solo un’altra ipotesi, ovviamente».

Proprio non crede alla rapina come movente.
«Questo è un delitto premeditato. Chi l’ha uccisa è salito al terzo piano dell’edificio, è entrato nella sua stanza. Cercava lei e nessun altro. Ma perché? Mia sorella è lì da 6 anni ma non ha mai parlato di minacce con nessuno, nemmeno con il suo responsabile, don Armando Zappa».

È stato lui a trovarla?
«Nadia era sempre la prima a svegliarsi alle 6.30. Andava nella cappella per la messa del mattino e aspettava gli altri. Mercoledì si sono accorti che non c’era e sono saliti nella sua camera, trovando quel massacro».

Era ancora viva?
«Era ridotta malissimo ma viva. Per un’ambulanza bisognava attendere un’ora e mezza, così don Armando l’ha caricata in macchina e portata all’ospedale di Chimbote. Quello di Lima dista 400 chilometri, 6 ore di viaggio. Ci avevano promesso un elicottero che non è mai arrivato. Se è morta è stato anche a causa di questi ritardi».

Quando l’aveva sentita l’ultima volta?
«Martedì, poche ore prima che morisse. Mi aveva mandato alcuni video delle sue attività con didattica a distanza. Lei si stava dando un sacco da fare per gestire comunque le lezioni anche con le norme anti Covid».

Perché ora chiede l’intervento della polizia italiana?
«Vogliamo essere sicuri che l’indagine sia condotta nel modo migliore. Penso che mia sorella lo meriti. Era una persona che si realizzava nell’aiutare gli altri, sempre poco preoccupata di se stessa, del suo corpo. Credeva nel rispetto di ogni forma di vita. E mi si spezza il cuore se penso che qualcuno non ha avuto alcun rispetto per la sua».