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Hina, Sana, Saman: questa è la mia vita

Saman Abbas (ansa)
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Aveva vent’anni Hina Saleem. Ne aveva 25 Sana Cheema. Ne ha 18, perché fino a prova contraria ne parliamo al presente, Saman Abbas. Hina è morta nel 2006 a Sarezzo, in provincia di Brescia, Sana – che viveva anche lei in provincia di Brescia – nel 2018 in Pakistan. La prima uccisa a coltellate, sgozzata e sepolta nell’orto di casa, la seconda strangolata – secondo le indagini di un processo molto complicato – e sepolta in tutta fretta nel Paese d’origine della sua famiglia, dove era stata portata tre mesi prima e dove le era stato comunicato che per lei …

Cara abbonata, caro abbonato, eccoci ancora assieme con un nuovo numero della newsletter sul gender gap che, se vorrai, troverai ogni giovedì nella tua mail. Una newsletter che fa parte dell'abbonamento digitale a Repubblica (per iscriversi qui il link). Per suggerimenti, storie e riflessioni mi trovate su Twitter qui e potete scrivere a o.liso@repubblica.it.


 

Aveva vent’anni Hina Saleem. Ne aveva 25 Sana Cheema. Ne ha 18, perché fino a prova contraria ne parliamo al presente, Saman Abbas. Hina è morta nel 2006 a Sarezzo, in provincia di Brescia, Sana – che viveva anche lei in provincia di Brescia – nel 2018 in Pakistan. La prima uccisa a coltellate, sgozzata e sepolta nell’orto di casa, la seconda strangolata – secondo le indagini di un processo molto complicato – e sepolta in tutta fretta nel Paese d’origine della sua famiglia, dove era stata portata tre mesi prima e dove le era stato comunicato che per lei era stato scelto un marito. Non il suo fidanzato, un ragazzo italiano conosciuto a Brescia. Anche Hina aveva un fidanzato che la famiglia non approvava, lavorava in una pizzeria e fu proprio il fidanzato, non avendo sue notizie, ad andarla a cercare a casa dei genitori scoprendo la fossa dove era stata appena sepolta. Dal padre e dai due mariti delle sue sorelle – secondo i giudici che hanno condannato tutti e tre a trent’anni per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai motivi abietti e per distruzione di cadavere, con uno zio condannato a due anni e otto mesi per aver preso parte alla sepoltura. I resti di Hina, contrariamente al volere della famiglia, sono stati sepolti a Brescia e nel 2018 un anonimo aveva fatto realizzare una lapide per la sua tomba. Il fratello maggiore di Hina Suleman, diventato il capofamiglia dopo l’arresto del padre, aveva tolto la foto sulla tomba: “Troppo scoperta con quella canottiera”. (Sul Giornale di Brescia qui un'intervista a suo fratello di tre anni fa).

 

Di Hina, come di Sana e come di Saman, sappiamo quello che vediamo nelle foto che giornali, tv e siti pubblicano. Foto sfocate, scatti rubati dai loro profili social, e chissà se avrebbero voluto essere ricordate per sempre con quella canotta rosa o con quella pettinatura. Di Saman Abbas abbiamo due fotografie, che raccontano due mondi: in una ha il velo islamico, sembra scattata qualche anno fa, nell’altra un piercing sul naso, gli orecchini, un po’ di trucco sugli occhi. Chi è Saman non possiamo saperlo guardando quelle foto, possiamo intuire qualcosa della sua vita da quello che si accumula nelle note dell’indagine. Era arrivata in Italia, a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, poco più di quattro anni fa, con un ricongiungimento familiare, visto che il padre da quindici anni aveva lasciato il Pakistan per lavorare in un'azienda agricola. Ha frequentato lì le scuole medie, ma non ha mai fatto le superiori. A ottobre 2020, quando non aveva ancora compiuto i 18 anni, era andata dagli assistenti sociali, spiegando che i genitori volevano portarla in Pakistan per farla sposare, e in poco tempo era stata tolta alla famiglia e si era traferita in una comunità protetta. Solo ad aprile scorso, ormai maggiorenne, era tornata nella casa di Novellara. Forse per recuperare i suoi documenti, ma questo nessuno lo sa per certo. Perché da allora la ragazza è scomparsa, i suoi genitori sono tornati improvvisamente in Pakistan, zii e cugini sono scomparsi (e uno è stato fermato in Francia) e i video che iniziano a formare il racconto di quei giorni, tra parenti con pale che si allontanano nei campi e genitori che escono con lei e tornano a casa senza di lei, non fanno pensare a niente di diverso dalla fine di Hina.

 

Matrimoni combinati. O meglio, forzati. Non ci sono numeri ufficiali, il fenomeno riguarda tutti i Paesi allo stesso modo, con le giovani donne figlie di immigrati che vengono ancora assoggettate a questa pratica. In Italia dal 2019 il matrimonio forzato è entrato tra i reati grazie al Codice Rosso: la costrizione o induzione al matrimonio viene punita con la reclusione da uno a cinque anni anche se il fatto avviene fuori dal territorio italiano nei confronti di un italiano o di un cittadino non italiano residente in Italia da parte di un italiano o di un cittadino non italiano residente in Italia, con aggravanti se la vittima ha meno di 14 e di 18 anni.

 

E’ un doppio gap, e per questo oggi ce ne occupiamo: le donne straniere o di origine straniera che vivono in Italia non devono soltanto fare i conti con la difficoltà dell’integrazione, ma proprio perché donne corrono il rischio che un giorno la loro famiglia decida per loro un matrimonio con uno sconosciuto. E che, anche prima di quel momento, decida che deve coprirsi la testa e il corpo con il velo e che non possa più uscire da sola. La destra usa strumentalmente questo argomento per poter gridare dagli all’immigrato, la sinistra vive sul filo dell’imbarazzo – generalizzo, certo – perché appunto rischia di finire nell’attacco indiscriminato agli immigrati. E invece, come racconta qui sotto la presidente di un'associazione che già da dieci anni ha preso in mano la questione delle donne straniere costrette a matrimoni non voluti, qui non parliamo di culture diverse. Parliamo di violenza.


 

La tomba di Hina Saleem a Sarezzo (Fotogramma) 

Alessandra Davide: “Cosa facciamo noi per loro?”

Alessandra Davide, presidente di Trama di Terre e responsabile del centro antiviolenza: come nasce il progetto di aiuto alle ragazze vittime di matrimoni forzati e di limitazioni della libertà personale?

“La nostra associazione nasce a Imola nel 1997 come associazione interculturale di donne e negli anni si è strutturata con case per ospitare donne migranti in difficoltà, con un centro antiviolenza, con progetti di assistenza a donne rifugiate e richiedenti asilo. Ma nel 2009 siamo entrate in contatto per la prima volta con questo tema, grazie alla richiesta di aiuto di una ragazza di origini straniere che i genitori volevano far sposare contro la sua volontà con un connazionale. Da lì abbiamo iniziato a indagare il tema dei matrimoni forzati e nel 2011, con Action Aid e il sostegno di Vodafone, abbiamo aperto la prima casa per ospitare ragazze e giovani donne vittime di matrimoni forzati e di violenze legate all’onore”.

 

Lei parla di un primo caso: che storia era?

“La storia di una ragazza destinata dalla famiglia a un matrimonio che non voleva. Il grande passo culturale è stato quello di iniziare a considerare queste situazioni una forma di violenza e di violazione dei diritti umani e di genere. Fino a quel momento – il caso di Hina Saleem a Brescia è del 2006 – pensavamo quasi che in Italia non fosse possibile, che fossero situazioni legate ai Paesi d’origine di queste famiglie, qualcosa che aveva a che fare con la cultura, la religione, con la cesura classica tra genitori e figli adolescenti. E non con quella che era e che è: violenza”.

 

C’è una stima sui matrimoni forzati in Italia?

“In dieci anni la nostra associazione, che opera in Emilia Romagna, ha seguito direttamente un centinaio di casi, ma molto spesso agiamo da supporto ad altre associazioni che lavorano in altre regioni. Il nostro lavoro è anche quello di portare all’interno delle reti di servizi pubblici un approccio laico che non lasci queste situazioni nella categoria delle questioni culturali: qui parliamo di diritti di genere delle ragazze di seconda generazione”.

 

Chi sono le ragazze che si rivolgono a voi?

“Adolescenti o appena maggiorenni che vogliono scegliere come costruire il loro futuro ma si scontrano con una realtà familiare e di contesto che ha invece piani già stabiliti per loro. Non condivido i titoli dei giornali quando dicono “è stata picchiata, o uccisa, perché voleva vivere come le ragazze occidentali”. Queste ragazze vogliono vivere e basta, senza abbracciare dei valori rinnegandone altri”.

 

La loro provenienza?

“Pakistan, Bangladesh, India, Albania, Montenegro, Marocco, Algeria: parliamo molto spesso di ragazze che sono nate o comunque cresciute in Italia e che nei Paesi dei loro genitori non ci sono quasi mai andate. Ci sono situazioni diverse da Nigeria e Africa: in questi casi le ragazze arrivano in Italia dopo che già hanno dovuto subire un matrimonio forzato nel Paese d’origine e sono costrette a raggiungere i mariti”.

 

Qual è il processo che le porta ad allontanarsi dalle famiglie e a chiedervi aiuto?

“Precisiamo che non sempre – anzi, nella maggior parte dei casi – non sono storie di maltrattamenti fisici e di botte, ma di controllo costante da parte delle loro famiglie. Ragazze che vogliono andare a scuola, lavorare per essere autonome, magari anche sposarsi e avere dei figli con la persona che amano o che comunque pensano di incontrare naturalmente si ritrovano a un certo punto in una situazione di controllo costante per garantire l’onore della famiglia e, in alcuni casi, per stringere o rafforzare legami familiari ed economici con altri connazionali”.

 

Come le aiutate?

“Noi cerchiamo di aiutarle nel loro desiderio di autonomia, di continuare a studiare o a lavorare. Sono ragazze spesso molto giovani, e per loro la prima cosa è il sostegno emotivo, perché quando tagliano i ponti con le famiglie perdono anche quello che spesso è il loro unico punto di riferimento qui. E hanno grandi sensi di colpa: pensiamo solo all’impatto che la scelta di una ragazza di allontanarsi dalla sua casa ha sul processo di regolarizzazione dell’intera famiglia”.

 

Che ruolo hanno le madri in queste storie? Penso a Hina Saleem, e a sua madre che ha sempre difeso il marito e gli altri uomini della famiglia che hanno ammazzato sua figlia.

“Se utilizziamo questo metro, dando una responsabilità simile alle madri, dimentichiamo che anche loro fanno parte di un sistema patriarcale difficile da sradicare. Spesso sono donne che hanno subito probabilmente lo stesso trattamento: è complicato pensare che siano solo loro il nodo del cambiamento, no? La rivoluzione culturale avverrà, spero, con le nuove generazioni, con quello che le ragazze che oggi si trovano ad affrontare questa situazione faranno della loro vita e delle famiglie che loro formeranno. Ma mi lasci dire che molto dipende anche da noi”.

 

In che modo?

“Se si continua a rifiutare una intercultura di genere queste donne vivranno sempre una doppia discriminazione: in quanto donne e per la loro origine. Chiediamoci cosa diamo alle ragazze che cercano di spezzare queste violenze, a fronte del coraggio che loro hanno nel rompere il legame con la famiglia e con la comunità di appartenenza: non le riconosciamo, per molti e per molta parte della politica resteranno sempre delle immigrate, con meno diritti”.


 

Cosa è successo questa settimana

Samantha Cristoforetti (Ansa) (ansa)

 

Biografie nel verso giusto

 

Samantha Cristoforetti. Ecco la sua biografia sul sito dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea. “Nata a Milano il 26 aprile 1977, è un’avida lettrice appassionata di scienza e tecnologia, ma egualmente interessata alle discipline umanistiche. Le piace imparare lingue straniere e la sua attuale sfida è il cinese. Talvolta trova il tempo per escursioni, immersioni subacquee o per praticare yoga”. Segue il capitolo formazione, dalla maturità scientifica con un anno di scuola negli Stati Uniti alla laurea magistrale in ingegneria meccanica a Monaco di Baviera, specializzazione in propulsione aerospaziale e strutture leggere, dall'esperienza alla ‘Ecole Nationale Supérieure de l’Aéronautique et de l’Espace’ di Tolosa al soggiorno per la tesi sui propellenti solidi per razzi all’Università di Mosca. Poi la laurea in scienze aeronautiche a Napoli e l’ingresso nell’Aeronautica Militare (che ha lasciato lo scorso anno), il corso di addestramento negli Usa per il brevetto di pilota militare e nel 2009 la selezione come astronauta Esa e la certificazione come ingegnera di bordo del veicolo spaziale russo Soyuz, fino alla partenza nel 2014 per lo spazio e il ritorno sulla Terra dopo 200 giorni. Un periodo con ruoli tecnico-manageriali e, nel 2019, l’incarico di comandante della missione della Nasa nell'unica stazione di ricerca sottomarina al mondo, Aquarius. Seguono ancora, nella biografia, le onorificenze e associazioni di cui è ambasciatrice.

C’è quindi l’incarico attuale, una seconda missione sulla Stazione Spaziale Internazionale nel 2022. Di questa missione – è notizia degli ultimi giorni – Cristoforetti sarà la comandante, prima donna europea con questo ruolo. Bisogna arrivare alle ultime due righe della sua biografia per leggere questo: “Quando non è in viaggio per lavoro, Samantha vive con il suo compagno Lionel e con i loro due figli Kelsi Amel e Dorian Lev vicino al Centro Astronauti dell'ESA a Colonia, Germania”.

 

Wow, allora si può. Si può mettere in fondo al curriculum di una astronauta che ha un compagno e due figli. Il secondo – entrambi portano anche il cognome della madre – è nato lo scorso anno, ma si è saputo soltanto quando l’Esa ha aggiornato questa biografia a marzo. Due giorni fa, in una diretta streaming dell’Esa, non si è potuta sottrarre alla domanda di rito su ‘tu madre che lasci i tuoi figli a casa’: “Quando sono partita per la mia prima missione non avevo ancora figli ed era tutto più facile, ora ho due bambini e questo è un fatto che devo considerare e di cui mi devo preoccupare. Come tutti gli astronauti, posso dire che riusciamo a fare questo lavoro incredibile perché abbiamo il pieno supporto delle nostre incredibili famiglie. Anche io posso farlo perché so che i miei bambini sono ben accuditi e sono in buone mani. Questo significa che il mio partner e i miei familiari fanno dei sacrifici per permettermi di realizzare il mio sogno e per questo sono incredibilmente grata”. Si può fare, sono commossa.

 


Me lo segno

 

Foto dal sito Bresciaoggi 

  • Ieri si celebrava la Festa della Repubblica, l’anniversario del referendum che, nel 1946, portò gli italiani a scegliere tra monarchia e, appunto, repubblica. Sulle pagine del nostro giornale Simonetta Fiori racconta l’incontro con Teresa Vergalli, 93 anni, la partigiana combattente, non solo staffetta, ‘Annuska’. Le donne quel 2 giugno votarono in tutta Italia per la prima volta (alcuni mesi prima una parte di loro aveva già votato per le elezioni amministrative) e Teresa, troppo giovane per votare, istruì le altre donne su cosa dovevano fare. “Aspettavo quella giornata da anni. Da quando avevo cominciato a fare le riunioni tra partigiane sul lavoro femminile. Noi dovevamo difenderci dalle bombe e dalla fame, ma anche pensare al futuro in democrazia. E nella nostra concezione di democrazia erano inclusi i diritti delle donne, allora calpestati sia in campagna che in fabbrica. Nei contratti di mezzadria le donne non venivano calcolate come forza lavoro: eppure erano quelle che si svegliavano all'alba per mungere le vacche, e poi badavano ai figli e alla casa. "Noi chine sulle bisce e sul fango - protestavano le mondine - e i maschi in piedi a comandare”. L’articolo completo, che racconta tanto delle battaglie delle donne quando tutto era un lusso, lo trovate qui.
  • Abbiamo parlato nella nostra apertura di ragazze, di sogni, di vita da costruire. E chiudiamo con una ragazza che si sta facendo largo in un mondo in cui alla sua età spesso si è ancora se non stagisti, collaboratori da poco e con molta strada da fare. Virginia Stagni, bolognese, a 27 anni è Business Development Manager del Financial Times, la più giovane manager nella storia ultracentenaria del giornale inglese. Dirige l’hub FT Talent Challenge, che attrae centinaia di giovani talenti da tutto il mondo per costruire il futuro del business editoriale in modo nuovo e creativo. Il suo percorso? Liceo classico a Bologna, laurea in economia alla Bocconi, borsa di studio per un Master in Media and Communications alla London School of Economics. Ha da poco ricevuto il premio "International Media and News Association (Inma) 30 under 30" per la categoria Business Intelligence e martedì sera è stata una delle protagoniste di Next Gen IT, la festa della Repubblica dei giovani.