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Covid, l'appello di Francesca, in ospedale con la figlia di due anni e isolata: "Permettete ai familiari di entrare: la presenza guarisce"

Lettera di una mamma che assiste la sua bimba nel reparto di pediatria, in cui non il marito non può entrare per via delle restrizioni dovute alla pandemia. In altre strutture invece gli ingressi dei parenti più prossimi sono ammessi
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"Vi scrivo dal reparto di pediatria di un ospedale di Milano. Sono ricoverata qui con mia figlia di quasi due anni, che ha un'infezione. Sono sola, con lei, da una settimana. Mio marito non può venire a trovarci, nessuno mi può dare un cambio: lo prevedono le norme di questa struttura". Lo racconta Francesca, che a casa ha altre due bimbe, la più grande di sei anni, che ogni mattina e ogni sera piangono cercando le coccole della mamma.

"Non ho potuto nemmeno salutarle e spiegare loro che magari sarei mancata qualche giorno, perché mentre loro erano in classe, una mattina di settimana scorsa abbiamo portato la sorellina al pronto soccorso per un febbrone che non scendeva mai, e da qui io non sono più uscita". Nella stanza di Francesca e di sua figlia entrano medici, infermieri, personale incaricato delle pulizie e dei pasti. Un signore che aggiusta le tapparelle. Volendo potrebbe entrare anche il prete. Ma suo marito no. Per l…

"Vi scrivo dal reparto di pediatria di un ospedale di Milano. Sono ricoverata qui con mia figlia di quasi due anni, che ha un'infezione. Sono sola, con lei, da una settimana. Mio marito non può venire a trovarci, nessuno mi può dare un cambio: lo prevedono le norme di questa struttura". Lo racconta Francesca, che a casa ha altre due bimbe, la più grande di sei anni, che ogni mattina e ogni sera piangono cercando le coccole della mamma.

"Non ho potuto nemmeno salutarle e spiegare loro che magari sarei mancata qualche giorno, perché mentre loro erano in classe, una mattina di settimana scorsa abbiamo portato la sorellina al pronto soccorso per un febbrone che non scendeva mai, e da qui io non sono più uscita". Nella stanza di Francesca e di sua figlia entrano medici, infermieri, personale incaricato delle pulizie e dei pasti. Un signore che aggiusta le tapparelle. Volendo potrebbe entrare anche il prete. Ma suo marito no. Per lui le porte sono chiuse. Quando porta il cambio, pennarelli e qualche bigliettino colorato dalle sorelline più grandi, le mette in un borsone che consegna agli infermieri del reparto.

"Più trascorro i giorni qui dentro, più mi monta una rabbia che non so spiegare. Forse non è nemmeno rabbia. E' un dolore che mi si incastra dentro, divampa e mangia spazi di lucidità e razionalità", spiega Francesca. "Possibile che mentre l'Italia intera sta riaprendo ogni attività, siamo ancora qui a vietare gli ingressi in ospedale ai famigliari per via della pandemia?".

Nella stanza vicino alla loro è ricoverato un bimbo di 4 anni. Con lui c'è il papà. La mamma, incinta del fratellino, non può fargli visita: può stare solo un genitore. "Lo sento che è un papà presente, amorevole, non un prestigiatore della sua presenza. Quella distanza imposta è tremenda. Il dolore di quella famiglia si attacca alla mia pelle e mi entra nelle viscere".

Eppure in altri ospedali italiani non è così. In alcuni, rispettando le norme igieniche e indossando correttamente i dispositivi di protezione, i famigliari possono entrare persino nelle terapie intensive dove sono ricoverati i pazienti Covid. Accade, per esempio, all'ospedale Cisanello di Pisa, all'Humanitas di Milano, al San Giovanni Bosco di Torino.

"Ho provato a cercare il significato di queste limitazioni. Non sono Pollyanna, so che il virus è ancora il giro. Ma non riesco a tollerare che ci si fermi davanti ad ostacoli organizzativi", prosegue la mamma. "Non riesco a capire perché non fanno un tampone rapido a mio marito, così da permettergli di dare a me e alla sua bimba un dolce abbraccio. Ci farebbe molto bene ricevere una sua carezza. E sarebbe un sollievo anche per me poter tornare a casa e stringere le nostre altre figlie".

Francesca lancia un appello: "Questo isolamento non può essere il destino ineluttabile che attende chiunque si ammali. Occorre si inizi a fare molto rumore affinché la sofferenza di chi si muove con pudore nelle corsie di un ospedale non resti invisibile a sguardi assuefatti".