Le gru non si sono mai fermate se non per i mesi terribili di marzo e aprile dell’Annus horribilis 2020. Milano senza i cantieri edili e senza gli operai che arrivano la mattina presto dalla bergamasca in pulmino, non è neppure pensabile, anche se ora, girando tra gli edifici in costruzione, si sente parlare in molte lingue, dal romeno all’arabo. Mediolanum, la città posta al centro della pianura irrigua, l’antico sito romano appartenente alla Regio XI Transpadana, nonché capitale dell’Impero romano d’Occidente nel 286 d.C., integra ancora così: con il lavoro. Questa religione laica, officiata attraverso personalissimi e differenti riti individuali, è ancora parte dell’anima meneghina che rispetta chi fa e bene; un luogo comune, ma che ha una sua verità, e che il post-Covid conferma. Intanto qui più che altrove sono arrivati per l’Expo i fondi di investimento stranieri importanti e, anche dopo l…
Le gru non si sono mai fermate se non per i mesi terribili di marzo e aprile dell’Annus horribilis 2020. Milano senza i cantieri edili e senza gli operai che arrivano la mattina presto dalla bergamasca in pulmino, non è neppure pensabile, anche se ora, girando tra gli edifici in costruzione, si sente parlare in molte lingue, dal romeno all’arabo. Mediolanum, la città posta al centro della pianura irrigua, l’antico sito romano appartenente alla Regio XI Transpadana, nonché capitale dell’Impero romano d’Occidente nel 286 d.C., integra ancora così: con il lavoro. Questa religione laica, officiata attraverso personalissimi e differenti riti individuali, è ancora parte dell’anima meneghina che rispetta chi fa e bene; un luogo comune, ma che ha una sua verità, e che il post-Covid conferma. Intanto qui più che altrove sono arrivati per l’Expo i fondi di investimento stranieri importanti e, anche dopo lo stop del confinamento, non se ne sono andati e pensano a come utilizzare il potenziale imprenditoriale e abitativo della città.
Milano, come ama ripetere Stefano Boeri, è una città piccola confrontata anche con le altre capitali più o meno morali dell’Europa, e adesso che la Brexit complica la vita degli stranieri nel Regno Unito, in parecchi benestanti si sono trasferiti qui e comprano appartamenti dentro la zona dei Navigli, che prima o poi verranno riaperti per dare forma alla città d’acqua che c’è sotto l’asfalto delle vie, una fitta rete di canali che l’attraversa a cui Leonardo aveva dato una mano con le sue chiuse. La sua stessa forma radiale, che nega l’impronta iniziale romana del cardo e del decumano, è un modello mentale che la rende diversa da tutte le altre città italiane grandi: i raggi sono direzioni e indicazioni di velocità e sollecitudine, che è l’anima meneghina che ogni immigrato prima o poi finisce per fare sua.
Non che il Covid non abbia lasciato i suoi segni. Nelle zone più decentrate e periferiche i negozietti a conduzione famigliare hanno chiuso, non quelli alimentari, le botteghe che vendevano abbigliamento, bigiotteria, cartolerie di quartiere, oggettistica. Chi era vicino alla pensione, e non aveva figli o nipoti che potevano portare avanti l’attività, hanno tirato giù la clerk, che ora sono come le palpebre abbassate, mentre restano ben spalancati i negozi degli immigrati orientali spuntati negli ultimi dieci anni, che offrono frutta e altri generi di conforto a tutte le ore. Il grande tormentone degli ultimi mesi è stato quello della movida, perché, appena si allentava la presa del Lockdown, le zone della città dove allignano i locali (mescite, bar, ristoranti, eccetera) si riempivano di folle vocianti, di giovani e meno giovani con gran timore delle autorità comunali e sanitarie. Ma come fare a disciplinare una città che ha inventato, o reinventato, l’apericena, temine registrato dai dizionari a partire dal 2010, aperitivo accompagnato da un ricco buffet, che consente di fare due cose in una, come si usa qui a Milano in molti campi e settori?
Il multitasking ha vari significati nella lingua lombarda pragmatica e diretta, a volte ruvida e sommaria. Sciamano dalla Brianza felix torme di giovanotti che lavorano nelle imprese diffuse nella città metropolitana verso i tanti centri di Milano. Ora non c’è più solo piazza Duomo, cuore simbolico della città, dove vengono officiati i riti politici e sociali, dal comizio all’incontro informale tra amici, ma altri centri che sono sorti e sorgeranno senza aspettare il promesso balzo del Pil. C’è piazza Gae Aulenti, con la sua fontana rasoterra, invenzione straniera rivisitata da architetti nazionali, che è diventata con la Torre Pelli dell’Unicredit l’altro centro attrattivo della città. Lì accanto sorge la Biblioteca degli alberi, parco pubblico senza cancellate e ingressi vincolati, e poco sopra svetta il Bosco verticale di Boeri, da molti amato e da alcuni contestato, ma che si è imposto come un nuovo simbolo visivo della città, e poco distante una guglia del Duomo trasformata in architettura possente eppure sottile da Herzog & De Meuron dove, insieme alla Feltrinelli, casa editrice e Fondazione, appare con le sue trasparenze di vetro Google, icona invidiata e temuta. Poi più in là cresce e si completa la nuova City Life con le sue torri-grattacielo che svettano con i loro soprannomi: il Dritto, lo Storto e il Curvo.
A Milano i grattacieli, orgoglio e fierezza, sono comunque Torri, perché la città ha anche un suo cuore medievale che alligna nelle istituzioni leghiste che, per quanto rimodellate in forma nazional-populista, contengono ancora la memoria del Carroccio e lo spadone d’Alberto da Giussano delle origini. La vera novità di questo ultimo decennio, che la pandemia ha pure incentivato, è lo Street food, che nessuno chiama più “cibo da strada”, perché l’inglese fa più figo e fa immaginare d’essere a Los Angeles, New York o Berlino. Il centro dello Street food è naturalmente via Sarpi, dove la comunità cinese, più meneghina dei meneghini, si è rapidamente riciclata dall’abbigliamento all’elettronica (cellulari e computer) e ora nella vendita di ravioli e altre proposte alimentari da consumare in piedi: l’esotico attira ancora. I cinesi sono rapidissimi ad aprire e chiudere negozi, quelli che le leggende metropolitane si vogliono comprati o rilevati con valigie di denaro contante. Attorno ai ragazzi e giovani adulti che pasteggiano con i loro cartocci di cibo c’è una comunità che fa affari e che sembra avere rinunciato per ora alle cantine e agli appartamenti clandestini con lavoranti che s’alternavano nel medesimo letto versione orientale di Rocco e i suoi fratelli.
La parola magica è “gentrificazione” formulata nel 1964 da una sociologa, Ruth Glass, a partire dalla parola “gentry”, ovvero i ricchi e i benestanti che acquistano case popolari, qui di ringhiera. Interi quartieri residenziali vengono presi d’assalto provocando l’aumento dei costi di case e negozi. Questo è capitato intorno a Sarpi, dove anche durante il confinamento i prezzi immobiliari hanno continuato a salire, perché chi aveva disponibilità economiche — a Milano i risparmi sono tanti e ben riposti nelle due o tre banche locali, ovviamente nazionali — ha continuato a comprare. Certo con il Covid il crollo dei viaggi e degli scambi ha depresso di colpo tutta la città che viveva attorno a Airbnb, e che sono tanti e che determinano il prezzo elevato di mono e bilocali. Ora l’immagine della città della ripresa è quella della distesa senza fine di tavolini all’aperto che ha invaso marciapiedi, piazzette, strade e angoli riparati. La socialità, vero punto d’orgoglio italiano e milanese in particolare — veder gente qui è il concreto intrecciare relazioni e affari — celebra ora il suo trionfo. Almeno per qualche mese, prima di prendere la strada verso seconde case al mare e in montagna, i milanesi nativi o immigrati da generazioni trasformeranno la città in una grande movida. La domanda ora è: chi è vaccinato tornerà volentieri in ufficio dopo lo smart working? Ancora non si sa.