Women 20, Pink chart: non vogliamo elemosine
di Oriana Liso , di Oriana LisoCara abbonata, caro abbonato,
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Punteggi più alti alle imprese guidate da donne o che dimostrino di adottare politiche di genere e di conciliazione adeguate, perché si calcola che se Milano ricevesse i 4,7 miliardi del Pnrr si potrebbe creare occupazione per circa 24 mila donne. È una delle proposte del progetto ‘Energie ri-generative’ che parte dall’università Statale di Milano e punta a coinvolgere gli altri sette atenei, i centri studi, le imprese, le associazioni e il Comune nello studio su come utilizzare i fondi del Recovery fund per fare di Milano la città modello per la ripartenz…
Cara abbonata, caro abbonato,
eccoci ancora assieme con un nuovo numero della newsletter sul gender gap che, se vorrai, troverai ogni giovedì nella tua mail. Una newsletter che fa parte dell'abbonamento digitale a Repubblica (per iscriversi qui il link). Per suggerimenti, storie e riflessioni mi trovate su Twitter qui e potete scrivere a o.liso@repubblica.it.
Punteggi più alti alle imprese guidate da donne o che dimostrino di adottare politiche di genere e di conciliazione adeguate, perché si calcola che se Milano ricevesse i 4,7 miliardi del Pnrr si potrebbe creare occupazione per circa 24 mila donne. È una delle proposte del progetto ‘Energie ri-generative’ che parte dall’università Statale di Milano e punta a coinvolgere gli altri sette atenei, i centri studi, le imprese, le associazioni e il Comune nello studio su come utilizzare i fondi del Recovery fund per fare di Milano la città modello per la ripartenza al femminile e puntare all’obiettivo del G20, ovvero raggiungere la parità di genere entro il 2030. Come racconta sulle pagine milanesi di Repubblica Alessia Gallione, il progetto mette assieme anche la riqualificazione per chi ha perso il lavoro, i fondi per favorire la scelta delle materie Stem per le ragazze e per creare nuovi asili nido di prossimità e centri per gli anziani nei quartieri e per un Osservatorio cittadino sulla sicurezza per le donne. E, legata al tema lavoro, l’idea di una Pink chart, una Carta delle donne, che Milano potrebbe introdurre con un elenco di principi e buone condotte per giudicare soprattutto dal punto di vista reputazionale imprese e contesti professionali che sappiano valorizzare le competenze femminili e promuovere, nei fatti, una vera parità.
Alla presentazione del progetto, pochi giorni fa a Milano, c’era anche la ministra alle Pari opportunità Elena Bonetti, di ritorno da un appuntamento a Roma che su donne, emporwerment e futuro è stato costruito: il Women20, il gruppo di lavoro sulla parità di genere del G20 presieduto dalla direttora dell’Istat Linda Laura Sabbadini, che ha consegnato all'ambasciatore Luigi Mattiolo, Sherpa italiano del G20 in programma a ottobre, il communiqué finale con le proposte elaborate nel corso del vertice. Documento che, ha sottolineato Sabbadini presentando il manifesto, le delegate chiedono venga inserito in allegato alla declaration dei leader del G20, e non solo dei ministri del lavoro, per varare entro tre anni un piano complessivo contro gli stereotipi di genere e per il cambiamento culturale, con una road map basata su alcuni punti: digital emporwement femminile, impulso alle imprese femminili, valorizzazione delle competenze delle donne e inserimento nei settori a prevalenza maschile, medicina di genere, lotta alla violenza contro le donne e contro le bambine e agli stereotipi di genere. Infrastrutture sociali, necessarie, indispensabili quanto quelle economiche.
“Non vogliamo più sentir parlare di inclusione quando si parla di strategia di genere. Le donne sono la metà del mondo, non sono una minoranza. Noi siamo già incluse. Quando parlate di parità di genere dovete far riferimento all’empowerment delle donne – le parole di Sabbadini - che è potere ma non solo, è essere messe in condizione di contare, di essere protagoniste, di governare. Le donne non vogliono elemosine, vogliono più accesso al credito, più formazione, più valore al merito, più lavoro e più di qualità, più infrastrutture sociali, meno carico di lavoro familiare, più rispetto, meno violenza. Chiediamo al G20 di garantire alle donne il 50% dei luoghi decisionali entro il 2030”.
Perché quello che era già un ritardo prima, si è aggravato con la pandemia: la denuncia di Save the children, durante il W20, riguarda gli 11 milioni di ragazze nel mondo che rischiano di non tornare mai più a scuola, con impatti potenzialmente devastanti sulla loro salute, sulla loro sicurezza e sul loro benessere. “La perdita dell’opportunità di ricevere un’istruzione espone bambine e adolescenti - spiega Save the Children – al rischio di sfruttamento del lavoro minorile, matrimoni e gravidanze precoci, con una situazione che nell'ultimo anno è peggiorata drammaticamente”. La percentuale di giorni di scuola persi per le bambine e ragazze rispetto ai coetanei maschi aumenta nei paesi poveri, ma non c’è da stare tranquilli neanche qui: alla fine del 2020 in Italia più di una ragazza su 4 tra i 15 e i 29 anni rientrava tra i Neet, cioè coloro che non studiano e non lavorano. Eurostat certifica sempre per il 2020 come l’Italia sia al primo posto per numero di 20-34enni che non studiano e non lavorano: ma se nel 2019 le donne erano il 33,2% e gli uomini il 22,5, lo scorso anno per le donne la percentuale è arrivata al 35%, per gli uomini è aumentata di poco, arrivando al 24%.
Al forum di Roma ha partecipato la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, è lei che ha detto: “È triste sapere che al G20 io potrei essere l’unica donna”, ma è sempre lei che ha aggiunto: “Troppe di noi si sono sentite dire di scegliere tra l’essere mamma e il lavoro, e io come mamma di sette figli e presidente della Commissione conosco gli ostacoli che le donne affrontano: dobbiamo cercare un accesso equo al mercato del lavoro e dobbiamo poter crescere i nostri bambini. Porterò questo impegno al tavolo dei leader al G20 di ottobre”, la promessa.
Il lavoro agile che aiuta le donne
Smart working? Sì, ma vero, se deve servire a favorire l’equità e la trasparenza retributiva di genere. Con una indagine su oltre 50 mila lavoratori e manager del pubblico e del privato presentato in audizione alla commissione Lavoro in merito al recepimento della direttiva europea per l'attuazione del principio di parità retributiva di genere, la società di consulenza e innovazione organizzativa Variazioni ha elaborato proposte concrete a partire dai dati raccolti: un lavoratore agile su due è donna, ma ancora troppo spesso per necessità ed emergenza e non per scelta, per welfare e non per organizzazione.
Eppure con il lavoro agile la permanenza delle donne nel mercato del lavoro e le loro possibilità di carriera aumenterebbero, riducendosi le difficoltà di conciliazione tra vita privata e lavorativa (i dati dell’Ispettorato del lavoro dicono che nel 2019 oltre il 73% delle dimissioni sono state di lavoratrici, di queste oltre 37.600 erano neomamme). La proposta di Arianna Visentini e Stefania Cazzarolli, fondatrici di Variazioni? “Considerati i benefici del lavoro agile nello sviluppo di un mercato del lavoro più equo e la correlazione positiva che la riduzione del gap retributivo di genere ha sull’aumento del PIL, riteniamo che l’introduzione di incentivi anche di tipo fiscale, insieme alla semplificazione burocratica all’introduzione del lavoro agile nelle piccole medie aziende, possa rappresentare l’approccio corretto per innescare una trasformazione culturale e una progressiva trasparenza delle retribuzioni”.
L’aborto, San Marino e il Molise
Il primo passo è fatto, evviva: a San Marino il 26 settembre i residenti e le residenti nella piccola Repubblica incastonata nell’Italia potranno esprimersi sul diritto all’aborto, che oggi è negato alle donne sammarinesi anche in caso di pericolo di vita per la donna e per il feto e in caso di stupro, come avevamo raccontato su questa newsletter qui. Grazie all’impegno di una decina di attiviste dell’Unione donne sammarinesi sono state raccolte entro giugno circa 3 mila firme, tre volte quelle necessarie, per chiedere il referendum su questo quesito: “Volete voi che sia consentito alle donne di interrompere volontariamente la gravidanza entro la 12esima settimana di gestazione, e anche successivamente se vi sia pericolo per la vita della donna o se vi siano anomalie e malformazioni del feto che comportino grave rischio per la salute fisica o psicologica della donna?”.
Le firme, consegnate alla Reggenza, sono state convalidate e la data adesso è ufficiale: quindici giorni prima della data del referendum si aprirà ufficialmente la campagna elettorale dei due comitati e quindi si potrà esprimere pubblicamente il proprio orientamento di voto (vale anche per i partiti, nessuno può farlo prima di allora). Elena D’Amelio, una delle attiviste del comitato esecutivo dell’Uds, spiega: “Per adesso abbiamo lanciato la campagna social, chiedendo a tutti di postare una foto e il motivo per cui, secondo loro, l’aborto dovrebbe essere legale. Ma abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti e che tutti vadano a votare, visto che il fronte del No, sostenuto dai movimenti Pro-vita, è molto agguerrito”. Le donne sammarinesi guardano con speranza a Gibilterra, dove il mese scorso si è svolto il referendum gemello (qui la legge prevede addirittura l’ergastolo per chi abortisce, anche se non viene applicata): ha vinto, pur con diverse restrizioni, il Sì.
Augurando quindi la vittoria alle donne sammarinesi, ricordiamo però che avere un diritto sancito dalla legge non vuol dire sempre poterlo applicare, come sappiamo bene anche in Italia: e l’ultimo caso in ordine di tempo è quello del Molise. Il prossimo dicembre, dopo ben due proroghe, andrà in pensione a 69 anni Michele Mariano, l’unico ginecologo non obiettore di coscienza di tutta la regione, l’unico quindi a permettere alle donne molisane di vedere rispettato un loro diritto (nel 2017 Maria Novella De Luca lo aveva intervistato per Repubblica). Ad aprile l’azienda sanitaria regionale ha pubblicato un avviso per l’assunzione a tempo determinato di un ginecologo non obiettore, ma nessuno si è presentato. Nelle scorse settimane è stato aperto un nuovo bando, questa volta a tempo indeterminato: entro dicembre ce la faremo?
Cosa è successo questa settimana
Le azzurrine di volley under 20 campionesse ai Mondiali di Rotterdam che conquistano il titolo dopo dieci anni battendo la Serbia 3 a 0, le azzurrine under 16 medaglia d’argento agli Europei in Ungheria. E Paola Egonu, stella del volley italiano, scelta come una dei portabandiera – c’è anche la tiratrice Jessica Rossi - per la cerimonia di apertura della Olimpiadi di Tokyo, venerdì prossimo, lei che con la battaglia contro il razzismo nello sport sembra aver scelto di combattere anche quella per i diritti - come scrive la nostra inviata Alessandra Retico - raccontando tre anni fa della sua fidanzata, la collega polacca Katarzyna Skorupa, ma senza volere caselle (al Corriere, qualche tempo fa, aveva detto: “Ho ammesso di amare una donna e tutti a dire: ecco, la Egonu è lesbica. No, non funziona così. Mi ero innamorata di una collega, ma non significa che non potrei innamorami di un ragazzo, o di un’altra donna”). Dopo l’overdose di sport maschile, dagli azzurri di Mancini al tennis di Berrettini, sarà arrivato il momento di dare importanza pari anche allo sport femminile? Il pugilato italiano, per esempio, sarà rappresentato solo da donne: la squadra maschile non si è qualificata, il quartetto femminile, racconta Luigi Panella, punta al podio.
Il Cio sembra volersi appuntare almeno nelle foto di rito la medaglia per la parità di genere: durante la cerimonia del giuramento olimpico è stato infatti raddoppiato da tre a sei - due atleti, due allenatori e due giudici - il numero di coloro che pronunceranno il giuramento a nome di tutti i partecipanti ai Giochi, in modo che uomini e donne siano rappresentati in egual misura. Ma in un’altra competizione, gli Europei di beach handball, la pallamano su sabbia, che si sono giocati in Ungheria, la squadra femminile norvegese ha accettato di pagare una multa pur di giocare senza rispettare un punto del regolamento: scendere in campo con reggiseno sportivo e slip ridotti. Le atlete norvegesi hanno giocato (e perso, ma solo nella gara) con calzoncini ritenuti più comodi di una sgambatissima mutanda: perché lo sport, hanno spiegato, deve essere inclusivo, e un abbigliamento più succinto per le donne non lo è.
Nella squadra delle Olimpiadi di Repubblica c’è Emanuela Audisio, che nei giorni scorsi ci ha già raccontato delle atlete diventate madri da pochissimo che hanno contestato il regolamento stabilito dal Comitato organizzatore, che vietava la presenza dei figli al seguito delle atlete. Anche se con una formula che non è piaciuta a molti (“se necessario”) le atlete che hanno alzato la voce hanno vinto, e potranno portare nel Villaggio olimpico i bambini da allattare.
Me lo segno
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Parliamo ancora, in qualche modo, di Women20: la scorsa settimana la Rai ha voluto celebrare il summit conclusivo rimandando su RaiPlay il documentario del 1960 ‘Donne in cammino’, firmato da Ugo Gregoretti e Luciana Giambuzzi per raccontare il percorso di emancipazione della donna dalle battaglie delle suffragette inglesi alle prime sindache italiane. Anche 61 anni fa, quando il programma era andato in onda per la prima volta, si era da poco concluso un appuntamento importante per le donne, con la sessione della Commissione Onu sullo status delle donne. Ventitrè minuti che vi consiglio.
- Era, forse, l’ultimo soffitto da picconare nelle Forze armate americane: quello di una donna che ha completato il programma di addestramento per diventare un membro dell'equipaggio di navi da combattimento speciali della Marina, una squadra che conduce operazioni militari segrete e assiste i Navy Seals nelle missioni ad alto rischio. L’addestramento è talmente duro che soltanto il 35% dei marinai che fanno domanda riesce a completare il corso, e soltanto cinque anni fa le donne avevano avuto la possibilità di candidarsi anche per ruoli di combattimento di questo genere. Delle 18 donne che in questi anni ci hanno provato, 14 non hanno finito l’addestramento speciale e 3 stanno ancora frequentando i corsi. Sul New York Times il racconto di quanto la presenza femminile nell’esercito Usa sia cresciuta negli anni e le ultime nomine di vertice.Per questa settimana è tutto, grazie per la vostra attenzione.
Per questa settimana è tutto, grazie per la vostra attenzione. Per suggerimenti, storie e riflessioni scrivete a o.liso@repubblica.it e a @Orialiso