Ostia e la ricerca del tempo perduto
di Paolo Di Paolo , di Paolo Di PaoloSpalle a una porta chiusa, siede insieme a due amici e a un cane - lui dice: "Siamo una comunità". Il suo banchetto di libri usati è su una strada che porta alla spiaggia. Offerta libera: la scelta è variegata, in esemplare disordine. Da Reflessologia del piede a Leggere la mano, da Messaggio per un'aquila che si crede un pollo a Oriana Fallaci. "C'ho la Fallaci! C'ho la Fallaci!", grida per richiamare i passanti. "Ma tanto qua chi legge? Sò tutti ignoranti". Lui invece legge, tiene aperto sul bracciolo della seggiola un romanzo di Tahar Ben Jelloun. Titolo: L'ultimo amore è sempre il primo? "Marocchino, di Fes", mi dice, sorprendendomi per la precisione del dato biografico.
Lui è tunisino, se capisco bene si chiama…
Spalle a una porta chiusa, siede insieme a due amici e a un cane - lui dice: "Siamo una comunità". Il suo banchetto di libri usati è su una strada che porta alla spiaggia. Offerta libera: la scelta è variegata, in esemplare disordine. Da Reflessologia del piede a Leggere la mano, da Messaggio per un'aquila che si crede un pollo a Oriana Fallaci. "C'ho la Fallaci! C'ho la Fallaci!", grida per richiamare i passanti. "Ma tanto qua chi legge? Sò tutti ignoranti". Lui invece legge, tiene aperto sul bracciolo della seggiola un romanzo di Tahar Ben Jelloun. Titolo: L'ultimo amore è sempre il primo? "Marocchino, di Fes", mi dice, sorprendendomi per la precisione del dato biografico.
Lui è tunisino, se capisco bene si chiama Irfan, è arrivato in Italia nel 2000. Se ne sta a torso nudo, con i capelli rasta e una bandiera giamaicana. All'improvviso la estrae da non so dove e si mette a sventolarla. Passerei, se potessi, l'intera giornata con lui. Scanzonato, ironico, tagliente: "Non ti preoccupare che ci pensano gli italiani a fare la rivoluzione. Sai quando la fanno? Nel sonno!". E ride. Ride anche Rosa, l'amica brasiliana, che commenta, con la sua bellissima cadenza, il titolo del libro di Ben Jelloun, e articola una sua teoria sugli amori ultimi. Che non è detto siano peggiori dei primi. Quando finalmente si avvicina al banchetto "un malato di libri", così lo chiama Irfan, assisto a uno scoppio di giubilo: "Ci vorrebbe una birra, bella fresca, a questo punto". Vado a comprarla. Poi osservo lui, l'amica, l'altro amico ("Quindi ci mettete sul giornale? La Repubblica? Viva la Repubblica, abbasso il re!"), l'aria magica, lo stato di grazia, almeno apparente, di chi vuole stare senza pensieri. Più che riesce, più che può. "Hakuna Matata", come si dice in swahili. Locuzione resa celebre dal Re Leone, dà il nome a un chiosco a pochi metri da qui - appena chiuso per risse. Serrande abbassate, sigillo della questura. Ce lo spiega, con aria tutto fuorché spensierata, il gestore. È albanese, non vuole essere fotografato, dice: "Parlate con Ivano". Ivano chi? "Il bagnino. Lui sa tutto". Troppe liti, gente su di giri che nel cuore della notte arriva regolarmente alle mani. Un covo di pregiudicati, insinuano le cronache locali.
È con questa fama scura che Ostia combatte giorno per giorno, faticando a togliersi di dosso l'immagine di periferia in mano alla criminalità. Le storiacce del clan Spada hanno ridotto a un ricordo l'ultima epoca d'oro di questo pezzo di litorale, gli anni Novanta, i Duemila. Qualcosa finalmente torna a muoversi? Sì, forse, e proprio perché ci si muove meno, perché si sceglie il mare vicino. Kevin mi racconta, ancora indignato, di una domanda che gli rivolse un giornalista tempo fa: "Mi chiese se venire a mangiare la sera a Ostia era sicuro... Ma ti rendi conto? In quale bolla vivono certe persone? Io direi una realtà parallela, da cui ogni tanto si degnano di mettere un piede fuori".
Al Kursaal, lo storico, maestoso stabilimento (si vedeva già nei Vitelloni di Fellini, in Mamma mia, che impressione!, con Sordi), dicono che si fatica, che la chiusura per il virus è stata "una mazzata", che molti fra i colleghi non si sono ripresi; e che rispettare tutte le regole è pressoché impossibile. Il personale si trova a fatica: "Ti capitano ragazzi che vogliono lavorare, però poi per prima cosa ti avvertono che in quella e quell'altra settimana hanno prenotato le vacanze. Vabbè". Intanto, sul celebre, altissimo trampolino, si lanciano tuffatori bambini, per una gara. Due ragazzini, poco oltre, si litigano un pallone: "Dovresti passarmelo, oh, è il compleanno mio!". L'altro, per niente intenerito, alza le spalle: "E a me che me frega?".
Pasolini, nel suo viaggio del '59 sulle spiagge italiane, arriva a Ostia passando da Fregene, dove è andato a salutare l'amico Moravia, "fresco come un ragazzo". Il primo appunto che fissa su carta è il seguente: "Il Grande Formicaio s'è mosso". Vero, Ostia formicola, Ostia accumula, stringe, si affolla, rifiuta il distanziamento. Lo scrittore la conosce bene, l'ha raccontata anche nei romanzi. In una pagina di Ragazzi di vita, il Riccetto propone agli amici: "Che, se n'annamo a Ostia?". "Annassene a Ostia", per i romani, è quello che un poeta, Valerio Magrelli, ha chiamato "il viaggetto". Quando la descrive, a metà degli anni Ottanta, Magrelli si ferma sullo spettacolo "sublime e lacerante" dell'Idroscalo. Le case basse, le pergole, la piazzetta in fondo a via dell'Idroscalo, assolata allora come ora. Lui vide materassi e barchette parcheggiati per strada; io una schiera di giocattoli di plastica, visione straniante e malinconica. Ragazzini in mutande saltellano sotto un sole spietato. Gli adulti sono diffidenti, non si fanno avvicinare, chiedono bruscamente ad Andrea, il fotografo che mi accompagna, di mettere via la macchinetta. C'è chi fa il bagno in un lembo di spiaggia sovrastata dagli hangar degli armatori.
Rimontiamo in macchina, passiamo dal piccolo parco intitolato a Pasolini, che fu assassinato qui nel novembre del '75. Su una delle lapidi, i suoi versi come un'auto-profezia di morte: "Comincerò pian piano a decompormi, nella luce straziante di quel mare, poeta e cittadino dimenticato". Alessandro, il responsabile del parco letterario e del centro habitat Lipu, mi parla del lavoro fatto in questi anni per riqualificare la zona dopo un lungo abbandono. Venti ettari, un'area in cui sono state censite oltre duecento specie di uccelli. Il verde riempie gli occhi - un'anima vegetale selvaggia, come i ciuffi sulle dune lungo la litoranea. Un uomo nudo, al confine dell'oasi naturista, gioca a racchettoni con uno, viceversa, tutto vestito. Una ragazza, al telefono, urla: "Amo', amo'". Sembra disperata: "Nun me attacca', te prego".