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Trieste, un lampo nel mondo di ieri

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Sul litorale della città l’ultima tappa del viaggio nato sulle orme di un celebre reportage di Pasolini. Dall’Ausonia si vede la spiaggia divisa per sessi. Chi viene qui da anni racconta le estati senza paura
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TRIESTE - Le persone sono strane, sono cambiate", dice Marina, che gestisce lo storico Bagno Ausonia. Ci pensa su, pesca un aggettivo dal gergo giovanile: "sclerate". Scattano per niente, sono insofferenti, troppo suscettibili, dice. Quest'estate, comunque, le cose vanno un po' meglio che l'anno scorso. All'Ausonia i più anziani - anche novantenni, dice Marina, e non sta esagerando - arrivano la mattina alle otto e mezza, vanno via prima di pranzo. Le famiglie con i bambini arrivano nel primo pomeriggio. È una clientela fatta in larga parte di habitué, frequentatori assidui e sempre entusiasti: come Annamaria, triestina, moglie di un campione italiano di tuffi. Passa l'estate all'Ausonia, "il bagno più bello del mondo", da settantacinque anni; e si mette in posa - sorridente, luminosa - per il fotografo che mi accompagna in questo viaggio, Andrea. Accanto a lei, la figlia, la nipote, un'altra nipote acqui…

TRIESTE - Le persone sono strane, sono cambiate", dice Marina, che gestisce lo storico Bagno Ausonia. Ci pensa su, pesca un aggettivo dal gergo giovanile: "sclerate". Scattano per niente, sono insofferenti, troppo suscettibili, dice. Quest'estate, comunque, le cose vanno un po' meglio che l'anno scorso. All'Ausonia i più anziani - anche novantenni, dice Marina, e non sta esagerando - arrivano la mattina alle otto e mezza, vanno via prima di pranzo. Le famiglie con i bambini arrivano nel primo pomeriggio. È una clientela fatta in larga parte di habitué, frequentatori assidui e sempre entusiasti: come Annamaria, triestina, moglie di un campione italiano di tuffi. Passa l'estate all'Ausonia, "il bagno più bello del mondo", da settantacinque anni; e si mette in posa - sorridente, luminosa - per il fotografo che mi accompagna in questo viaggio, Andrea. Accanto a lei, la figlia, la nipote, un'altra nipote acquisita. "Qui siamo come una grande famiglia, ci conosciamo tutti". Me lo conferma Rossana, nata a Roma ma triestina di adozione da mezzo secolo: da ragazza lavorava con le sorelle Fontana, poi ha seguito il marito ed è piombata qui, in questa strana bellissima città, "che ha ingentilito il romanesco". Ma quando tira fuori qualche espressione nel dialetto di origine, fa ridere il bagnino. E un po' lo incanta, se si mette a raccontare i balli di ferragosti lontani, "quando si viveva senza paure". E ci si lamentava meno, aggiunge l'altra cliente storica: "Io resto ottimista, sempre ottimista. Ma mi pare che la tendenza a lagnarsi abbia un po' preso la mano, c'è sempre qualcuno che ha qualcosa di negativo da dire...". In una giornata di afa come questa, le rimostranze che colgo riguardano soprattutto le temperature: Trieste in estate è come il rovescio della città d'inverno, le "anime intabarrate" - come le ho sentite definire da Claudio Magris, chiacchierando con lui in un'osteria lungo Riva Grumula - corrono a spogliarsi ai primi segni della primavera.

"La verità è che i triestini sono pazzi, se possono vanno al mare anche a gennaio. Una mezzora da rubare alla giornata per un "toc", un tuffo, si trova sempre. A Barcola si sdraiano praticamente sul bordo della strada; la spiaggia d'altra parte non c'è", dice Lara, maestra nella scuola d'infanzia, al momento disoccupata. La stagione che le suscita nostalgia? Gli anni Ottanta, i primi Novanta: "Il top!". Sorrido quando, uscendo, mi arrivano all'orecchio le note di "Maracaibo", colonna sonora dei villaggi vacanze in quel decennio. La sorpresa è il ventenne che, accennando una specie di gesto coreografico con il gomito, fa "Za za" al momento giusto.

A bordo di una Panda, per l'ultima tappa di un suo viaggio lungo le spiagge italiane, Michele Serra arrivava a Trieste proprio nel cuore degli anni che Lara rimpiange. Agosto 1985: Serra scriveva di una "immane mortadella servita a tocchi e in punta di coltellaccio agli avventori di un oste baffuto e vinoso". E di una città "che non conosce la gialla e scrostata decrepitezza mediterranea". Era l'ultima tappa, nell'estate del 1959, anche per Pasolini. Che però un filo di decrepitezza vuole andarsela a cercare, come sempre: e si spinge verso gli ultimi cantieri del porto, gli ultimi palazzoni, "contro la cortina bianca del cielo". Sembra disinteressato al bagliore dell'antica gloria asburgica.

Provo a inoltrarmi anche io laddove Trieste sfuma, finisce. Però prima lancio un'occhiata, dall'Ausonia, al famoso Pedocin, l'ultima spiaggia in Europa divisa per sessi. Chiedo lumi sulla curiosa persistenza di questa abitudine: Lara dice che in fondo è divertente, proprio perché eccentrica. "I mariti non stanno male sapendo di poter incontrare le mogli solo in acqua". Jessica, trentenne, dice che una della sua generazione no, non è granché ispirata da una situazione del genere, però dall'Ausonia le è capitato di intravedere donne velate. "Una volta anche una suora, si è fatta il bagno vestita. L'ho fotografata. Se vuoi ti faccio vedere".

Pasolini definì lunga la sua strada di sabbia. Lo era, e non solo in quanto a chilometri, ma pure - come spiegò il fotografo mio omonimo che era con lui - perché l'Italia del dopoguerra aveva faticato parecchio per vedere il mare da sotto un ombrellone. Sei decenni dopo la strada è corta, è più breve. Forse, anche più nervosa e incerta. Le "chiappe covidizzate", come sento chiamarle da una signora, che poi ne ride per due minuti buoni, sembrano stare scomode anche sulle sdraio. Per questo non mi stupisce, sfogliando il "Piccolo", trovare la rubrica delle lettere fitta di piccole memorie, di sguardi alle spalle. Adriana racconta i suoi anni "bellissimi, lievi", quando scopriva la città, e la civiltà, dei caffè. In quello in cui entro per prendere un po' di respiro, due giovani fidanzati si orientano con una mappa di carta - un altro lampo inatteso dal mondo di ieri. Nell'estate delle canzoni di Morandi e di Orietta Berti, l'estate del 2021, l'Italia è questa macchina del tempo un po' scassata, dove un tatuatissimo bagnante di mezza età fa l'elogio del tempo "in cui si poteva fare tutto", poi evoca la bisnonna. Più o meno come Adriana sul glorioso giornale cittadino, che omaggia gli avi per averle trasmesso "quell'educazione austroungarica fondata sulla rettitudine, l'onestà, il rispetto degli altri".

Chissà se c'è qualcuno che vede il futuro. Che ci pensa, che lo desidera. O che se lo sta inventando. Forse quella ragazza con il costume giallo - la madre glielo aggiusta, lei sorride, si volta e si allontana. A passi svelti: con un'allegria che forse, mi dico, non è solo sua.

L’ultima tappa e le puntate precedenti
Si chiude col racconto di Trieste il viaggio di Paolo Di Paolo. Clicca qui per leggere gli articoli su Salerno (17 luglio), Ostia (24 luglio) e Ancona (31 luglio).