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Desaparecidos cileni, 'Pacita', la figlia di Omar Venturelli: "Primo passo verso la giustizia per mio padre"

La ministra della Giustizia Marta Cartabia (ansa)
Intervista a Maria Paz dopo che il ministro della Giustizia Marta Cartabia ha firmato la richiesta di arresto ed estradizione per uno dei responsabili della sparizione di suo papà, avvenuta il 25 settembre del 1973 in Cile
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Non poteva dimenticare, non poteva perdonare. Maria Paz Venturelli, per gli affetti Pacita, è arrivata come rifugiata a Roma nel 1974 insieme alla madre quando era solo una bambina, oggi vive e lavora a Bologna. Era in giro quando ha appreso la notizia che il ministro della Giustizia Marta Cartabia ha firmato la richiesta di arresto ed estradizione per uno dei responsabili della sparizione di suo papà Omar, avvenuta il 25 settembre del 1973 in Cile. Ha dovuto fermarsi e ripensare a tutti gli anni di lotta nei tribunali e nelle piazze insieme a sua madre, al lungo percorso che l'ha portata a questo risultato, che per la prima volta percepisce come un passo concreto verso la giustizia fattuale che ha sempre desiderato.

"Sono veramente emozionata e soddisfatta", dice al telefono. "Dopo tutti questi anni non dico che non ci credevo più, ma quasi, e ora se tutto questo va in porto potremo veramente toccare con mano la giustizia per la quale abbiamo …

Non poteva dimenticare, non poteva perdonare. Maria Paz Venturelli, per gli affetti Pacita, è arrivata come rifugiata a Roma nel 1974 insieme alla madre quando era solo una bambina, oggi vive e lavora a Bologna. Era in giro quando ha appreso la notizia che il ministro della Giustizia Marta Cartabia ha firmato la richiesta di arresto ed estradizione per uno dei responsabili della sparizione di suo papà Omar, avvenuta il 25 settembre del 1973 in Cile. Ha dovuto fermarsi e ripensare a tutti gli anni di lotta nei tribunali e nelle piazze insieme a sua madre, al lungo percorso che l'ha portata a questo risultato, che per la prima volta percepisce come un passo concreto verso la giustizia fattuale che ha sempre desiderato.

"Sono veramente emozionata e soddisfatta", dice al telefono. "Dopo tutti questi anni non dico che non ci credevo più, ma quasi, e ora se tutto questo va in porto potremo veramente toccare con mano la giustizia per la quale abbiamo lottato. Sono convinta che si può fare, perché il Cile sta cambiando".

Nel tempo in cui fu costretta a lasciarlo il Cile, Pacita rimase cinque mesi confinata nell'ambasciata italiana, perché la potestà genitoriale era in capo al padre e quindi per poter partire e salvarsi insieme alla madre non poteva esibire l'autorizzazione del papà, perché non risultava né vivo né morto. Era desaparecido.

La sua storia è stata ricostruita dall'Archivio Desaparecido, un progetto di inchiesta e memoria attiva del Centro di Giornalismo Permanente di Roma che uscirà in forma multimediale il prossimo 11 settembre.

Qual è la storia della sua famiglia, chi era Omar Venturelli?

"La storia di mio padre è quella di tanti emigrati, la mia famiglia viene dall'appenino modenese e sono emigrati nei primi del '900. Si sono spostati in una colonia italiana nel sud del Cile che si chiama Capitan Pastene e hanno cominciato a vivere portando con loro tutta la cultura contadina tipicamente italiana. Hanno vissuto insieme agli indigeni Mapuche, mio padre è andato via dalla campagna abbastanza presto per studiare. È entrato in seminario quando aveva 15 anni a Concepcion e ha finito gli studi di teologia a Santiago. Terminati gli studi gli hanno dato una piccola parrocchia nell'Araucanía e ha cominciato a lavorare costruendo gruppi di giovani, chiamati la gioventù cattolica, e ha lavorato organizzando gli indigeni nel recupero delle terre perché durante i primi anni '70 c'è stato un grosso movimento di recupero delle terre. A causa di tutto questo lavoro mio padre fu allontanato dalla parrocchia e fu sospeso. Quindi cominciò a lavorare come professore all'università cattolica di Temuco. Dopo si sposò con mia mamma e poi sono nata io. Insegnava filosofia e studiava pedagogia, ha collaborato con il programma di alfabetizzazione per adulti del governo Allende, perché allora buona parte degli adulti della classe più povera erano ancora analfabeti, e non gliel'hanno perdonato".

Nel 1973 arrivò il golpe di Pinochet, cosa significò per voi?

"Pochi giorni dopo il golpe mio padre decise di separarsi da mia madre, perché entrambi sapevano quello che stava succedendo. Mio padre andò dai suoi genitori e mio nonno, che da bravo italiano era cattolico e conservatore, si era preoccupato di andare a parlare con il generale della provincia di Cautin per chiedergli cosa dovesse fare, dato che suo figlio era stato iscritto in una di queste liste che dicevano che ti dovevi presentare nella caserma più vicina e che nel caso non l'avessi fatto i militari potevano spararti a vista. Il generale, che si chiamava Ramirez Ramirez, gli disse che non c'era nessun problema, che era una formalità, che si presentasse tranquillamente. E lui gli credette".

Invece cosa successe?

"Lo ha accompagnato mio nonno alla caserma, lì l'ha lasciato e gli hanno detto di tornare a prenderlo la sera. Allora lui è tornato a casa e la sera, come gli avevano indicato, è tornato alla caserma. Quando si è avvicinato gli hanno sparato dalla finestra e gli hanno detto di andarsene, che non gli avrebbero restituito suo figlio e che non lo avrebbe visto mai più, e così andò".

Quale fu il destino toccato a suo padre?

"Per quello che sappiamo, fu trasferito dalla caserma di Angol al reggimento Tucapel. Qui è stato detenuto sicuramente alcuni giorni, prima di essere trasferito al carcere pubblico dove è stato interrogato e torturato. Fu visto da alcuni compagni che sono passati per il reggimento e anche dal vescovo di Temuco, che si chiamava Pinera. L'ha incontrato una di quelle mattine in cui andava a trovare il procuratore militare Alfonso Podlech. L'ha visto in un angolo mentre era guardato a vista da un militare con un mitra; allora mio padre l'ha chiamato e gli ha detto: "Monsignore...", perché era stato lui ad ordinarlo sacerdote. Pinera è andato per avvicinarsi e il militare gli ha detto: "Eminenza, stia lontano. Nessuno si può avvicinare a lui". E mio padre gli ha detto: "Eminenza mi aiuti". Verso la fine di settembre è stato spostato nel carcere pubblico insieme agli altri prigionieri politici, lo spazio in cui venivano detenuti era tipo una grande palestra e lui divideva il materasso con un altro detenuto che poi ci ha raccontato gli ultimi giorni della sua permanenza in carcere. Era un medico, uno psichiatra che si chiamava Barudi. L'ha accolto quando è arrivato, l'ha visitato e ha visto i segni delle torture. E ci ha raccontato che la notte del 3 ottobre l'hanno chiamato, gli hanno detto dopo che erano state spente le luci, dopo l'orario del coprifuoco. Hanno detto 'Omar Venturelli venga alla sbarra'. Quindi lui si è alzato, ha preso le sue cose ed è uscito. Da quella notte non è più stato visto".

A quel punto, per la moglie Fresia Cea e sua figlia piccola l'unica speranza di non essere raggiunti dallo stesso destino si chiamava Italia. Dapprima Fresia riuscì a superare le mura dell'ambasciata italiana a Santiago, qualche giorno dopo riuscirono a fare entrare anche la piccola Maria Paz. Partirono per l'Italia e una volta arrivate hanno scoperto di non poter più tornare indietro, perché, nonostante fosse solo una bambina, Pacita era inserita in una lista di cittadini pericolosi sgraditi al regime di Pinochet. Solo a dittatura finita, grazie all'intervento dell'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, Maria Paz Venturelli è stata eliminata dalla lista nera e all'età di 21 anni, cioè al compimento della maggiore età secondo la legge cilena, è potuta tornare in patria per conoscere finalmente i suoi familiari e tutti insieme intraprendere il percorso di lotta che ha portato al processo, alle condanne e oggi alla richiesta di estradizione per gli ex militari.

Se potesse parlare con questi uomini, cosa gli chiederebbe?

"Di dire finalmente la verità, che le forze militari ci dicano finalmente cosa successe a mio padre e agli altri, per permetterci almeno di recuperare memoria, e magari i resti dei loro corpi. Oggi sono contenta perché la giustizia sta finalmente facendo il suo corso e il Cile pare pronto a compiere passi per lasciarsi il peggio di quel passato alle spalle, ma più dell'ergastolo non possono dargli e sappiano che senza la verità da parte nostra non potrà mai esserci nessun perdono"