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Da killer di mafia a dottore, ergastolano si laurea in sociologia della sopravvivenza. "L'ho fatto per non perdere le mie figlie"

La commissione di laurea  
Salvatore Curatolo non è mai uscito dal carcere. Aveva solo la quinta elementare. Ma ha deciso di ritrovare la libertà nei libri
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I libri sono il viaggio della mente, l'unico possibile per chi ha come unico orizzonte della vita lo spicchio di cielo oltre le sbarre. I libri sono il filo che ti lega alle tue figlie che una vita diversa dalla tua per fortuna se la sono costruita, andando via da quel fazzoletto di terra siciliana in cui respiravano solo mafia. E "il tempo utilizzato leggendo libri, studiando, è il tempo più degno della mia vita. Oggi, senza speranza di sopravvivere al carcere, mi salverò grazie ai libri, il mio viaggio".

Il 23 maggio del '92, quando nelle celle di tutta Italia si brinda alla morte di Giovanni Falcone, Salvatore Curatolo è in carcere da appena tre mesi. Ha la quinta elementare ma è sostanzialmente analfabeta. L'unico insegnamento che porta con sé è quello che gli aveva dato suo padre, un semplice operaio: "Devi pensare che hai un coltello puntato alla gola: se abbassi la testa per dire sì, i…

I libri sono il viaggio della mente, l'unico possibile per chi ha come unico orizzonte della vita lo spicchio di cielo oltre le sbarre. I libri sono il filo che ti lega alle tue figlie che una vita diversa dalla tua per fortuna se la sono costruita, andando via da quel fazzoletto di terra siciliana in cui respiravano solo mafia. E "il tempo utilizzato leggendo libri, studiando, è il tempo più degno della mia vita. Oggi, senza speranza di sopravvivere al carcere, mi salverò grazie ai libri, il mio viaggio".

Il 23 maggio del '92, quando nelle celle di tutta Italia si brinda alla morte di Giovanni Falcone, Salvatore Curatolo è in carcere da appena tre mesi. Ha la quinta elementare ma è sostanzialmente analfabeta. L'unico insegnamento che porta con sé è quello che gli aveva dato suo padre, un semplice operaio: "Devi pensare che hai un coltello puntato alla gola: se abbassi la testa per dire sì, il coltello ti infilzerà la gola. In altre parole, se dici di sì, il che equivale a dire 'sono stato io', queste parole si ritorceranno contro di te: bisogna negare sempre e comunque".

Una vita senza futuro

E' così che Salvatore Curatolo, nato a Caltanissetta, si ritrova a fare il mafioso e finisce in carcere con una sfilza di condanne per associazione mafiosa, estorsione, omicidi. A collaborare con la giustizia non ci ha mai neanche pensato. Ventinove anni dopo, l'ergastolo ostativo sulle spalle, fine pena mai e mai un solo giorno di permesso, Salvatore, a 65 anni, è diventato dottore in sociologia. Per l'esattezza, sociologia della sopravvivenza, quella che gli ha fatto trovare lo strumento, lo studio, per resistere a dodici anni di carcere duro e soprattutto alla prospettiva di non avere più un futuro. Dalla sua cella del carcere di Catanzaro non lo hanno fatto uscire neanche per partecipare alla piccola cerimonia della sua laurea, traguardo impensabile per uno come lui, raggiunto grazie all'incontro con Charlie Barnao, professore associato di sociologia generale all'Università di Catanzaro.

L'arte di sopravvivere

Salvatore Curatolo fa della sua vita e di quelle dei suoi compagni di carcere uno strumento di ricerca. "Prima del carcere, come tutti, avevo un'altra vita. I codici scritti, quelli che normano la vita sociale, mi erano sconosciuti, quelli non scritti erano gli unici che riconoscevo... ma tutto sommato ero carcerato prima di entrare in carcere". Peccato che sia finita come è finita. Una vita persa ma che, alla fine, rinasce in uno straordinario messaggio di speranza diffuso dal suo piccolo mondo dietro le sbarre ai tanti come lui che invece sopravvivono cercando rifugio nella 'libertà della follia' o nel 'carrello della felicità', quello con gli psicofarmaci che ogni sera i secondini del carcere passano ai detenuti per annientare i loro pensieri. "È all'interno delle sezioni carcerarie speciali che i detenuti sviluppano le loro strategie per adattarsi alle continue trasformazioni e ai conflitti che la vita detentiva impone".

Follia o psicofarmaci?

Carcere di Caltanissetta, padiglione A, cella numero 2, 23 maggio 1992. Quando alla Tv passa la striscia che annuncia la strage di Capaci e qualcuno tira fuori i bicchieri per il brindisi, "capimmo che da lì in poi sarebbe stata dura. La repressione fu totale, sembravamo in guerra". E' così che anche Salvatore conosce la 'discoteca' di Pianosa: "Una cella isolata, potevi gridare quanto volevi, nessuno ti vedeva né ti sentiva, anche perché mettevano un giradischi ad alto volume e ti picchiavano per giorni".

"E' quando la prospettiva di vita ti si riduce a questo che qualsiasi essere umano cerca l'evasione nella follia: c'è chi pulisce ossessivamente lo stesso metro quadro di cella, chi avverte tutti di non mangiare patate, chi va all'aria solo in tre e mai in quattro, chi ogni notte si alza per mangiare qualcosa di dolce". E alla fine trovi rifugio nel "carrello della felicità: passa fra le celle tutte le sere, distribuendo compresse colorate, gocce, flaconi e pillole. Farmaci che calmano l'ansia e procurano benessere chimico".

Da analfabeta a laureato, per non perdere tutto

E poi ci sono gli amori della sua vita: Maria, "mia moglie, ci siamo amati da sempre e non mi ha mai lasciato solo", Valentina, la figlia maggiore, una laurea in giurisprudenza e un master in economia, oggi apprezzata consulente aziendale, e Serena, "una lettrice seriale", insegnante di italiano. I colloqui dietro il vetro con le ragazze si fanno difficili, non si va oltre un "tutto bene, tutto a posto". Un giorno Salvatore confessa alla moglie: "Ho l'impressione che sto perdendo le mie figlie" e Maria risponde aprendogli quello che sarà il suo nuovo universo: "Le tue figlie sono cresciute dal punto di vista culturale e se tu parli di televisione non sanno cosa risponderti, loro leggono e studiano e non guardano la tv. Se le sentissi discutere rimarresti a bocca aperta". "Fu così che iniziai a leggere libri e saggi, dopo aver letto tutto quello che trovavo. Il primo di cui discussi con loro fu 'Guerra e pace' di Tolstoj. Alla fine del mese mi arrivò il pacco della sopravvivenza, pieno di libri. E da quel momento in poi non ho fatto altro che studiare da autodidatta finché sono stato al 41 bis. Poi ho preso la quinta elementare, la terza media e il diploma all'istituto tecnico per geometri. E poi mi sono iscritto all'Università".