Walter Ricciardi: “Al lavoro solo con il Green Pass e per il personale della scuola ci vuole l’obbligo di vaccino"
di Michele Bocci , di Michele BocciWalter Ricciardi è meno presente nel dibattito sulla pandemia ma continua ad esercitare il ruolo di ascoltato consigliere del ministro alla Salute Roberto Speranza (oltre a ricoprire una lunga serie di altri incarichi). È tra le persone che hanno pensato il Green Pass all’italiana e chiede che l’uso del certificato sia il più possibile esteso. E chiede anche l’obbligo vaccinale per il personale della scuola.
“Il grande punto interrogativo è la riapertura scuole. Il caso della Scozia, un Paese che ha preso grandi precauzioni in questi mesi, è emblematico. Con la ripresa delle lezioni hanno v…
Walter Ricciardi è meno presente nel dibattito sulla pandemia ma continua ad esercitare il ruolo di ascoltato consigliere del ministro alla Salute Roberto Speranza (oltre a ricoprire una lunga serie di altri incarichi). È tra le persone che hanno pensato il Green Pass all’italiana e chiede che l’uso del certificato sia il più possibile esteso. E chiede anche l’obbligo vaccinale per il personale della scuola.
“Il grande punto interrogativo è la riapertura scuole. Il caso della Scozia, un Paese che ha preso grandi precauzioni in questi mesi, è emblematico. Con la ripresa delle lezioni hanno visto un importante aumento dei casi. La Delta ha cambiato completamente la dinamica di questa pandemia”.
In Italia potrebbero essere necessari nuovi provvedimenti di chiusura?
“No quelli no. Ormai la situazione è tale per cui l’impatto del virus è soprattutto individuale, non sociale. Significa che i problemi li hanno i singoli individui che non fanno il vaccino, rischiando guai seri. Siamo quasi al 60% di persone protette con due dosi, questo ci deve spronare ad accelerare la copertura”.
“No, perché come dicevo a meno che non arrivino nuove varianti il problema è personale. La Delta sui non vaccinati è particolarmente contagiosa e tra un po’ torneremo a stare negli ambienti chiusi. Per questo temo l’arrivo dell’autunno. I novax e in generale chi protesta non deve farci desistere da due obiettivi: l’aumento delle coperture vaccinali e l’applicazione di una misura importante come quella del Green Pass”.
“Ho letto le dichiarazioni dei commercianti che hanno detto come il Green Pass stia facendo migliorare gli affari. La gran parte delle persone, del resto, vuole pranzare, cenare o fare la spesa tranquillamente, in sicurezza. Per questo ritengo che vada introdotto in tutti gli ambienti di vita e di lavoro e anche sui trasporti. In questo modo garantiamo la libertà di movimento ai vaccinati e agli immuni, ma anche la ripresa dell’economia e quindi la tutela dei posti di lavoro”.
Quindi l’obbligo non serve?
“Alla fine, poiché l’immunità di popolazione con la variante Delta si raggiungerebbe solo con una copertura pressoché totale, al 95%, deve decidere la politica cosa fare. Sarebbe etico proteggere tutti, anche coloro che rischiano di morire perché non si vogliono vaccinare, come vediamo in questi giorni, ma si creerebbero grandi polemiche e non so se avrebbe senso alimentarle. Un “spinta gentile” come quella del Green Pass esteso il più possibile forse in questa fase è più efficace".
“E’ giusto l’obbligo per i professionisti della sanità ma andrebbe introdotto anche per chi lavora nella scuola. Va inteso come un modo per proteggere le persone fragili con le quali si entra in contatto”.
Uno dei cavalli di battaglia dei no vax è che anche i vaccinati possono infettarsi. Che ne pensa?
“Cretinate, senza vaccino avremmo un numero 10 volte superiore di morti e 100 volte superiore di malati. Basta guardare i dati degli inglesi”.
Perché c’è un’esplosione di casi negli Usa?
“Hanno vaccinato meno del 60% della popolazione. Significa decine di milioni di persone scoperte contro questa variante. Cercheranno di arrivare ai nostri livelli cercando di mettere l’obbligo non per tutti ma per pezzi di popolazione. Ad esempio dipendenti della pubblica amministrazione e di aziende private”.
Servirà fare la terza dose?
“Vanno fatte due valutazioni. Una è di carattere immunologico: la terza dose ha senso quando la protezione del vaccino si affievolisce a tal punto da rendere la malattia probabile. Di certo va somministrata ai più deboli per età o malattia. Poi c’è il punto interrogativo dei tempi. Devono dirci gli immunologi quando agire”.
C’è chi dice che prima di pensare alla terza dose tra noi si dovrebbe pensare alla vaccinazione del terzo mondo.
“Bisogna capire che non si può affrontare la pandemia se non si sospendono i brevetti e si fa il trasferimento tecnologico per produrre miliardi di vaccini. Ci dovevamo muovere prima. Avremmo dovuto imparare da quanto fatto per i farmaci anti Aids, quando Mandela e Kofi Annan lottarono per liberare la produzione. Se non interveniamo la pandemia andrà avanti ancora per anni: dobbiamo contemporaneamente vaccinare tante persone nei Paesi poveri e dare la terza dose nei paesi ricchi. Nel mondo sono state consegnate quasi 5 miliardi di dosi, e fatti 1,9 miliardi di cicli vaccinali completi ma tutti nei Paesi ricchi. Dovremmo avere almeno 10 miliardi di dosi”.
Avremo i vaccini anche per i bambini?
“Le scuole rappresentano un problema proprio perché non possiamo vaccinare sotto i 12 anni. Lì c’è una grande circolazione, e c’è il rischio che qualcuno porti a casa il virus e contagi un fragile non vaccinato. Se le agenzie regolatorie approveranno i vaccini per i bambini bisogna partire subito con la campagna”.
“Gli errori principali sono stati due. A ottobre 2020 e febbraio 2021 dovevamo anticipare il virus con misure restrittive più forti, visto che a quei tempi non avevamo ancora i vaccini o ne avevamo pochi. Basta vedere cosa stanno facendo adesso gli australiani e i neozelandesi che stanno chiudendo tutto. Quegli errori hanno causato 70 mila morti”.
Non pensa che comunque rispetto a molti altri Paesi l’Italia sia andata meglio?
“E’ vero. Noi abbiamo fatto benissimo nella prima ondata e bene dopo la terza, quando siamo stati tra i pochi al mondo a introdurre criteri certi per prendere misure restrittive basate su evidenze scientifiche. Quel sistema ha funzionato e l’epidemia ha rallentato fortemente. A questo punto dovremmo forse essere più decisi nel far rispettare le regole. Sennò si incoraggia chi non le segue”.
Lei era molto presente nel dibattito sanitario sulla pandemia, perché si è defilato negli ultimi mesi?
“Un po’ perché sto lavorando moltissimo per i vari incarichi che ho. Sono presidente della Federazione mondiale di sanità pubblica e del Mission board for cancer della Commissione europea. Poi sono molto assorbito dal lavoro all'Università Cattolica e con Human Technopole”.
Non è che hanno anche inciso le politiche nate dopo alcune sue dichiarazioni?
“No, ho anche pensato di non alimentare l’infodemia, per la quale tutti parlano di tutto. Noi tecnici non dobbiamo alimentare polemiche o informazioni contrastanti. Ci vuole maggiore ponderazione”.