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Una famiglia afghana appena arrivata da Kabula a Melsbroek, in Belgio (Foto REUTERS/Johanna Geron) 

Donne afghane, il respiro e la paura

Questo è il numero di giovedì 2 settembre 2021 della newsletter Scusi, Lei. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep:. Per attivare l'iscrizione e scoprire tutte le nostre newsletter vai su newsletter.repubblica.it o clicca qui. di Oriana Liso
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Era gennaio, e le agenzie di stampa internazionali rilanciavano una notizia: due donne magistrate dell'ufficio studi della Corte Suprema di Kabul erano state uccise per strada da un commando terroristico. Isis, la voce ufficiosa, mentre i leader talebani che stavano già preparando il ritorno negavano ogni coinvolgimento. Zakia Herawi e Qadria Yasini: si chiamavano così le due magistrate, rimaste senza nome per molte ore. Nomi che dovremmo ricordare, adesso che da giorni e ogni giorno ne conosciamo altri. Nomi di donne di età diverse, di estrazione sociale e culturale diversa,…

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Era gennaio, e le agenzie di stampa internazionali rilanciavano una notizia: due donne magistrate dell'ufficio studi della Corte Suprema di Kabul erano state uccise per strada da un commando terroristico. Isis, la voce ufficiosa, mentre i leader talebani che stavano già preparando il ritorno negavano ogni coinvolgimento. Zakia Herawi e Qadria Yasini: si chiamavano così le due magistrate, rimaste senza nome per molte ore. Nomi che dovremmo ricordare, adesso che da giorni e ogni giorno ne conosciamo altri. Nomi di donne di età diverse, di estrazione sociale e culturale diversa, che raccontano cosa l'Afghanistan sta diventando, cosa sta tornando a essere per le donne, come racconta sull'Espresso Francesca Mannocchi, che in queste settimane ha visto e testimoniato il martirio delle donne, che negli ultimi venti anni avevano respirato qualcosa di simile alla libertà. Che fosse una libertà comunque diversa da quella che conosciamo noi donne occidentali non toglie nulla. Il nuovo governo appena insediato in Afghanistan non ha alcuna donna tra i suoi membri, e non credo che nessuno se ne possa meravigliare. Per le donne - anche per le donne magistrato, e su questo si sta muovendo la nostra ministra Cartabia - la paura diventa concreta.

 

La sicurezza - la sicurezza fisica prima di tutto: dalla firma degli accordi di Doha nel 2020 sono state uccise 220 donne, e il bilancio di queste ultime settimane non c'è ancora - delle donne afghane è a rischio. La loro possibilità di continuare a studiare - fino a poche settimane fa le ragazze rappresentavano il 40% degli studenti - è un filo debolissimo, il ritorno alla situazione degli anni Novanta, quando le bambine potevano frequentare la scuola solo fino agli 8 anni, è molto più di un rischio. Sull'Independent la studiosa Vrinda Narain racconta che a inizio luglio nelle province di Badakhshan e Takhar i talebani avevano già imposto ai leader religiosi locali la compilazione di un elenco con i nomi delle donne dai 15 anni in su e delle vedove con meno di 45 anni per costringerle a sposare i combattenti talebani, dopo essere state sequestrate in una regione montuosa del Pachistan e "rieducate".

 

Qui vogliamo ricordare i nomi di alcune donne che in queste settimane sono diventate senza volerlo protagoniste della resistenza e dell'attacco ai diritti conquistati con fatica anche dalle madri di queste donne, venti anni fa. 


Crystal Bayat (Foto Reuters) 

Crystal Bayat ha 24 anni ed è diventata "la ragazza con la bandiera". Mentre i talebani prendevano la città ha avuto il coraggio con sole altre sei donne e alcune decine di uomini il 19 agosto di scendere per strada a Kabul per festeggiare la Giornata dell'indipendenza afghana. Giovane attivista, impegnata in battaglie per i diritti politici e sociali, laureata in Scienze politiche, ha spiegato che avrebbe potuto fuggire in India, in Turchia, negli Emirati Arabi. Ma, ha detto: "Voglio resistere a questa violenza. Voglio mostrare che noi donne non lasceremo che ci sottraggano così facilmente i diritti per cui abbiamo tanto combattuto". Nel suo ultimo tweet chiede alla comunità internazionale di non tradire il popolo afghano come gli Usa: "Vogliamo la stessa uguaglianza e la stessa libertà che hanno le altre donne nei Paesi islamici".


Roya Heydari è una filmaker e fotogiornalista, sul suo profilo Twitter sventola orgogliosa la bandiera afghana. Sulla Stampa ha raccontato la sua 'generazione perduta'. Uno scatto all'aeroporto di Kabul, prima di salire su un aereo per Parigi, è accompagnato dalla frase: "Ho lasciato tutto per continuare ad avere voce. Con il cuore pesante ti dico addio Patria, fino al nostro prossimo incontro".

Shukria Barakzai è stata candidata alla presidenza dell'Afghanistan nel 2014. Ha 51 anni, è una giornalista e attivista femminista. Su Repubblica ha raccontato a Barbara Schiavulli i tentativi di fuga, l'aggressione dei talebani, la vita nascosta di queste settimane. Con un appello finale: "Pagheremo con le nostre vite il desiderio di essere libere, c'è qualcuno che sente il nostro grido? Voi che ci guardate attraverso le immagini di un televisore, non potete capire cosa significhi essere una donna afghana sotto il controllo dei talebani, ma potete immaginarlo e quindi vi prego, sosteneteci, parlate per tutte quelle a cui stanno togliendo la voce, impedite a un gruppo terroristico di decidere per le nostre vite". Il 28 agosto è riuscita a salire su un volo per l'Inghilterra con suo marito. Attraverso la Bbc ha detto: "Da un lato, ho speranza. Posso respirare. Dall'altro mi viene da pensare, che è successo? Che sta accadendo a me, al mio Paese, alla mia gente?".

 

Shukria Barakzai (al centro) in una foto postata a maggio sul suo profilo Twitter 

Neha si chiama, i suoi salti sulla pista dell'aeroporto militare di Bruxelles sono rimbalzati ovunque, simbolo di una felicità forse inconsapevole del dolore che per molti, quel viaggio, ha significato. La sua famiglia vive in Belgio da sette anni, a luglio per la prima volta suo padre e sua madre avevano deciso di portare i quattro figli a conoscere i parenti in Patria. Quando hanno capito che la situazione stava precipitando hanno provato a rientrare ma più volte sono stati respinti, fino a quando un contatto con il Belgio non ha sbloccato la situazione. Qui l'intervista sul sito Nws.

 


Cosa è successo questa settimana

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha detto no grazie alla maggioranza democratica alla richiesta di bloccare il Senate Bill 8 del Texas che vieta l'aborto oltre le sei settimane - per la precisione: dal momento in cui è percepibile il battito del cuore dell'embrione, anche se a sei settimane la maggior parte delle donne non si accorge ancora della gravidanza iniziata. La legge è valida persino in caso di stupro o di incesto, il che la rende super restrittiva. Entra ufficialmente in vigore due giorni fa. L'unica eccezione permessa è quella del pericolo per la salute della donna.

 

Il presidente Biden ha fortemente contestato la legge texana, inutilmente, al momento. E a breve la Corte Suprema affronterà la richiesta del Mississipi di vietare l'aborto dopo la 15esima settimana: gli Stati conservatori si stanno organizzando, insomma, per mettere un freno a un diritto costituzionale che in America ha quasi 50 anni.


Me lo segno

 

  • Il 5 settembre alla Mostra del cinema di Venezia si parla di tumore al seno. Al Lido arriva Progetto Zero, ideato dalla giornalista Cinzia Sasso con Europa donna Italia, dove zero sta per obiettivo zero mortalità per la forma di carcinoma più comune tra le donne. Perché se diagnosticato in tempo, grazie alla prevenzione, il tumore al seno si cura. Dal tumore al seno si guarisce. Da alcuni anni Europa donna porta l'informazione sul tumore al seno nei luoghi di lavoro, nelle aziende che aderiscono al progetto si organizzano incontri di un'ora durante i quali si parla di prevenzione, si parla di malattia, si parla di guarigione, soprattutto. Per questo Europa donna vuole fare un salto in avanti: l'obiettivo è quello di coinvolgere la Commissione Europea, che ha lanciato e finanziato il piano Beca (Europe's Beating cancer plan) per fare in modo che questi incontri diventino prassi per le aziende di tutta Europa. All'Hotel Excelsior ne parleranno - all'interno del format organizzato dall'eurodeputata Alessandra Moretti - Susanna Zucchelli, direttore Acqua e Diversity Manager Gruppo Hera, Rosanna D'Antona, Presidente Europa Donna Italia e Cinzia Sasso, giornalista e ideatrice del progetto "Zero". Si potrà seguire l'evento anche in streaming sulla pagina facebook di Alessandra Moretti @alessandramorettiPD e della Fondazione Ente dello Spettacolo @entespettacolo.