Uomini che uccidono le donne
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“Le parole non bastano se non si trasformano in priorità politiche. Se non si accompagnano ad atti concreti e investimenti cospicui”. Riflettevo su queste parole che Linda Laura Sabbadini, direttora centrale dell’Istat, ha scritto su Repubblica due giorni fa per presentare il Festival della Politica al Museo M9 di Mestre che inizia oggi e che è dedicato al ‘Potere delle donne’. Ci pensavo collegandolo ai titoli che ho visto, abbiamo visto tutti, nelle ultime settimane. Titoli che sono nomi: otto, soltanto nell’ultimo mese. Più un nono, di una …
Cara abbonata, caro abbonato,
eccoci ancora assieme con un nuovo numero della newsletter sul gender gap che, se vorrai, troverai ogni giovedì nella tua mail. Una newsletter che fa parte dell'abbonamento digitale a Repubblica (per iscriversi qui il link).
Per suggerimenti, storie e riflessioni mi trovate su Twitter qui e potete scrivere a o.liso@repubblica.it.
“Le parole non bastano se non si trasformano in priorità politiche. Se non si accompagnano ad atti concreti e investimenti cospicui”. Riflettevo su queste parole che Linda Laura Sabbadini, direttora centrale dell’Istat, ha scritto su Repubblica due giorni fa per presentare il Festival della Politica al Museo M9 di Mestre che inizia oggi e che è dedicato al ‘Potere delle donne’. Ci pensavo collegandolo ai titoli che ho visto, abbiamo visto tutti, nelle ultime settimane. Titoli che sono nomi: otto, soltanto nell’ultimo mese. Più un nono, di una donna che è in ospedale, in condizioni gravissime.
- Marylin Pera, 39 anni, uccisa l’11 agosto nel Pavese, a Vigevano, dall’uomo con cui viveva da poco.
- Silvia Manetti, 46 anni, uccisa il 12 agosto a Monterotondo, nel Grossetano, dal compagno.
- Shegushe Paeshti, 54 anni, uccisa il 12 agosto a Cazzago san Martino, nel Bresciano, da suo marito.
- Catherine Panis, 41 anni, e sua figlia, Stefania Chiarisse Staltari di soli 15 anni. Uccise il 22 agosto a Carpiano, nel Milanese, dal marito della prima e padre della seconda, che si è poi suicidato.
- Vanessa Zappalà, 26 anni, di Aci Trezza, nel Catanese. Uccisa il 23 agosto dall’ex compagno che aveva denunciato per stalking, che poi si è suicidato.
- Chiara Ugolini, 27 anni, uccisa il 6 settembre a Calmasino di Bardolino, Verona, dal vicino di casa che avrebbe tentato di violentarla prima di ucciderla.
- Ada Rotini, 46 anni. Uccisa l’8 settembre a Bronte, nel Catanese, dal marito nel giorno dell’udienza per la separazione consensuale. Qui anche un dossier di Repubblica Palermo.
- Nel Sassarese, a Sennori, Piera Muresu è in ospedale, in gravissime condizioni: il suo compagno le ha esploso contro due colpi di pistola, poi si è suicidato.
(In questo elenco non ho compreso i nomi di altre due donne uccise dai mariti: Maria Rosa Elmi, 73enne di Castello di Serravalle, nel Bolognese. E Pierina Gagliardi, 83 anni, uccisa a Roma il 16 agosto dal marito che poi si è impiccato. Pierina aveva l’Alzheimer da anni, era su una sedia a rotelle e scivolata nel buio di quella malattia. Nel caso di Maria Rosa il marito le ha sparato e poi ha sparato a sé stesso, senza riuscire a uccidersi: hanno lasciato un biglietto in cui esprimevano la volontà di morire insieme. Sono femminicidi? Sì, per le statistiche. Ma per me fanno parte di una categoria di dolore differente).
L’Osservatorio femminicidi di Repubblica racconta da mesi storie così simili. In queste, come in quelle delle ultime settimane, la costante – tranne che nel caso di Chiara Ugolini - è quella di mariti, compagni, ex compagni che uccidono. E torniamo allora alle parole di Sabbadini. Che ieri, nel dibattito inaugurale del Festival della Politica, raccontava quanto sia stato e in parte ancora sia difficile fare statistica sulla violenza contro le donne. Raccontava, Sabbadini: “Molte donne non riconoscono la violenza, soprattutto se arriva dal proprio partner. Noi ci chiedevamo come fosse possibile che i centri antiviolenza erano pieni di casi di donne maltrattate, ma questi casi non arrivavano fino a noi. Allora, nel fare i questionari statistici, abbiamo cominciato non a chiedere “lei è vittima di violenza”, ma a descrivere la violenza, le azioni: abbiamo visto che i casi iniziavano a emergere”. Il passo successivo è stato fondamentale: “Nelle risposte, però, mariti, partner, erano ancora poco presenti. Così abbiamo capito che non dovevamo chiedere “chi le ha fatto violenza” ma “suo marito le ha dato uno schiaffo, un calcio?”. Introdurre queste domande è stato il cambiamento necessario: se stessimo alle denunce avremmo solo una goccia nel mare, perché il sommerso, il non denunciato è il 90 per cento delle violenze totali. Ora abbiamo quei numeri, e tutti hanno potuto aprire gli occhi davanti a un fenomeno”.
I dati dell’osservatorio Violenza sulle donne dell’Istat arrivano, in forma completa, fino al 2019: in quell’anno le donne vittime di omicidio volontario in Italia sono state 111, l’anno prima 133. Nel 2020, fino a luglio, erano state 59, in aumento rispetto all’anno precedente. Sempre leggendo i dati Istat, delle 111 donne uccise nel 2019, l’88,3% è stato ucciso da una persona conosciuta. Nel dettaglio: il 49,5% dei casi dal partner attuale, l’11,7%, dal partner precedente, nel 22,5% dei casi da un familiare (figli, genitori, fratelli) e nel 4,5% dei casi da un’altra persona che conosceva (amici, colleghi). Più della metà, quindi, da un partner, attuale o ex.
Quando si parla di mariti, compagni, padri e figli si deve parlare anche di Codice Rosso, la legge del 2019 che ha introdotto nuove norme proprio sulla violenza contro le donne. L’articolo 387 bis del Codice penale ha introdotto il reato di “violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”, che risulta il reato più commesso tra quelli introdotti con il Codice Rosso. Questo reato viene punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni ma, come nota la relazione del Ministero dell’Interno sui dati istat, “la fattispecie in esame risulta di particolare rilievo per il numero elevato di trasgressioni alla medesima, a volte sfociate in condotte violente nei confronti delle vittime”. Vanessa Zappalà è un nome di queste statistiche: per Tony Sciuto, il suo assassino, era stato emesso un divieto di avvicinamento, dopo minacce esplicite alla ragazza e ai suoi familiari.
Su Repubblica Palermo si legge il racconto di Vanessa Zappalà ai carabinieri, racconto che aveva portato alla denuncia di Sciuto. “Ci siamo fidanzati nel maggio dell'anno scorso. Sono stati mesi terribili. Una volta mi prese a calci e pugni in varie parti del corpo e ha distrutto casa. Ho avuto tanta paura. Ma all'epoca non ho avuto il coraggio di denunciare. Poi però l'ho lasciato, il 27 febbraio scorso. Lui continuava a seguirmi, una sera si intrufolò a casa, mi diceva: ‘Vattinni a fare la buttana con i tuoi cugini, tanto sempre appresso ti sto’. Oppure: ‘Divertiti con Tik Tok, che poi mi diverto io’”. Vanessa aveva terminato la sua denuncia con parole che più chiare non potevano essere: “Chiedo un provvedimento urgente in quanto temo per la mia incolumità e per quella dei miei familiari. Ritengo Sciuto persona molto violenta e pericolosa”.
Quel divieto di avvicinamento non è servito, e su questo riflette con Maria Novella De Luca Valeria Valente, presidente della commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato. Nello stesso report si conclude dicendo che “troppo spesso si è verificato che lo stalker o il maltrattante, già colpito da provvedimenti interdittivi, anziché cessare dalla condotta lesiva, perseveri in comportamenti delittuosi, anche maggiormente pervasivi. Tale evidenza impone una riflessione sulla possibilità di intervenire sul piano del recupero del soggetto maltrattante, anche con riguardo alle cause di ordine soggettivo, che possono trovare origine in aspetti psicologici, sociologici e culturali. […] Sarebbe auspicabile, al riguardo, l’ampliamento della previsione di percorsi di recupero, anche di tipo psicologico, con la specificazione dei requisiti che tali percorsi devono garantire, come, ad esempio, l’esame del profilo del reo e delle cause che determinano la sua aggressività, al fine di attuare un programma coerente con le esigenze del caso specifico. Più specificatamente, la Legge 69/2019 ha inserito all’art. 165 del codice penale, c. 5, la sospensione condizionale della pena subordinandola alla “partecipazione a specifici percorsi di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati”.
Fonte Ministero dell'Interno
La spallata
E torniamo al punto di partenza. In quell’editoriale su Repubblica Sabbadini parlava così del potere delle donne: “La politica dei piccoli passi è fallita per le donne. Serve una vera spallata. Bisogna cambiare strategia. Bisogna investire seriamente nelle politiche sociali, le prime che si tagliano, le ultime su cui si investe. Perché tanto ci sono le donne per la cura di tutti gratuitamente. Ma le donne hanno pagato un caro prezzo per questo. Bisogna cambiare radicalmente strada su servizi educativi per l’infanzia e assistenza di anziani e disabili. La cura della comunità deve diventare priorità dell’azione pubblica”.
Cosa c’entra questo con la violenza contro le donne? Tanto. Serve una spallata, ha ragione Sabbadini, una spallata collettiva. Perché dove ci sono politiche attive per le donne ci sono donne con maggiore coscienza dei propri diritti, delle proprie possibilità. Dove ci sono servizi educativi che dall’infanzia costruiscono modelli positivi di famiglia e di società ci sono – ci saranno – sempre meno uomini convinti che il ‘per sempre’ voglia dire a costo di ucciderti per averti solo per me. Dove ci sono comunità che curano e che si curano ci sarà più protezione collettiva, più risposta oggi, senza aspettare di vedere come va a finire. Per Vanessa, Catherine, Ada, per tutte noi. E per Stefania, che aveva solo 15 anni ed è morta accanto a sua madre perché un uomo pensava che non avrebbe potuto vivere senza di lui.
Per questa settimana è tutto, grazie per la vostra attenzione.
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