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“Cara Palombelli, ho pubblicato le foto del mio volto insanguinato per dar voce alle vittime di femminicidio che ora non possono più parlare"

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L'intervista a una donna sopravvissuta a violenze e maltrattatamenti, in risposta alle parole della conduttrice: "Frasi del genere, peggio se dette in tv, scoraggiano dal denunciare e dal chiedere aiuto"
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CAGLIARI - Metà volto con i ricci che incorniciano un occhio pesto e lividi ovunque: sopra il labbro, sul naso. La foto è di Patrizia Cadau, 49 anni, consigliera comunale a Oristano. L'ha postata su Facebook in risposta alla frase shock sui femminicidi ("Bisogna chiedersi se questi uomini erano completamente fuori di testa oppure c'è stato un comportamento esasperante anche da parte delle donne") di Barbara Palombelli.

"Scrivo e parlo io - racconta Cadau - perché quelle donne, uccise, non possono replicare. Io sono vittima, ma sopravvisuta e non me la sono andata a cerca…

CAGLIARI - Metà volto con i ricci che incorniciano un occhio pesto e lividi ovunque: sopra il labbro, sul naso. La foto è di Patrizia Cadau, 49 anni, consigliera comunale a Oristano. L'ha postata su Facebook in risposta alla frase shock sui femminicidi ("Bisogna chiedersi se questi uomini erano completamente fuori di testa oppure c'è stato un comportamento esasperante anche da parte delle donne") di Barbara Palombelli.

"Scrivo e parlo io - racconta Cadau - perché quelle donne, uccise, non possono replicare. Io sono vittima, ma sopravvisuta e non me la sono andata a cercare...". Tra il 2012 e il 2017 Cadau ha subito maltrattamenti dall'ex marito, poi le denunce, e le accuse di strumentalizzare i figli in un processo ancora in corso. Sui social ha incalzato Palombelli: "Lei ha mai sentito la canna di un'arma premuta alla testa o in bocca? No, vero? Si ritenga fortunata".

Cosa ha scatenato quella insinuazione, Cadau?
"La primissima reazione è stata insofferenza, ancora. La stessa rivolta agli orrori linguistici e concettuali che continuiamo a sentire. Parlare di 'esasperazione' provocata dalla donna è una nuova vittimizzazione. Chi subisce riceve un ulteriore aggravio di responsabilità. Frasi del genere inducono al silenzio e inibiscono denunce e richieste di aiuto".

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Il tutto dopo otto femminicidi in appena dieci giorni.
"E queste donne non possono più parlare. Non possono mandare a quel paese Palombelli".


È una frase ancora più grave se pronunciata da una donna?
"È grave a prescindere. Ma è chiaro che se viene pronunciata da una professionista, un personaggio pubblico che comunica a livello nazionale, ha una portata diversa. Oltretutto in un programma diurno, con un target femminile e magari anziano. Finisce per rinsaldare pregiudizi su se stesse, su conoscenti o figlie, nipoti che subiscono violenza e cercano supporto. Una posizione che conferma il quadro di indifferenza verso le vittime. Perché non è solo violenza di genere, spesso è violenza familiare, di controllo e isolamento: 'Aspetta, stai zitta...'".


In poche parlano in prima persona?
"Le vittime non parlano perché - appunto - o sono morte, o sono intimorite, silenziate. Di loro, di noi, si parla in terza persona. Sono un magma, qualcosa di non identificabile. Relegate in programmi tv di nicchia, in orari non fastidiosi, dal titolo sbagliato come "Amore criminale". E chi non ha storia, parola, non esiste. Ma in questa battaglia il privato è pubblico. E chi riesce a parlare, a fotografarsi i lividi è esposto ad accuse di protagonismo e, ancora, insinuazioni. La prima domanda è: 'Chissà se sono veri'. Seguita da 'Chissà che ha fatto'".


Da lì il silenzio?
"La violenza è un sistema che si basa sull'omertà. Io mi ritengo fortunata, continuo a parlare di me e pure della vicenda giudiziaria, per quelle che non riescono o non possono più