✕

Gli smartphone ci spiano davvero?

(afp)
Dopo la denuncia del garante della privacy, ecco quanti e quali sono i rischi reali
7 minuti di lettura

"Ieri, in ufficio, ho discusso di automobili con un collega, e oggi vedo sul mio smartphone la pubblicità dello stesso modello d'auto che avevo nominato nella conversazione: ma allora il telefonino mi spia?". È una domanda che in molti continuano a farsi, anche per via di recenti servizi tv sensazionalistici come quelli di Striscia la Notizia, tanto che il Garante della Privacy ha annunciato un'indagine sul tema. La questione, però, è piuttosto articolata. E, pur essendo noi tutti tracciati in mille altri modi dai colossi della pubblicità durante la nostra giornata, esistono anche spiegazioni alternative al Grande Orecchio, oltre a impedimenti sia tecnici che legislativi che rendono scettici gli esperti.

"Paure infondate" dicono gli esperti

"Tutti i moderni sistemi operativi per cellulari, come iOS e Android, per attivare il microfono richiedono il permesso all'utente (e la versione corrente di iOS visualizza un…

"Ieri, in ufficio, ho discusso di automobili con un collega, e oggi vedo sul mio smartphone la pubblicità dello stesso modello d'auto che avevo nominato nella conversazione: ma allora il telefonino mi spia?". È una domanda che in molti continuano a farsi, anche per via di recenti servizi tv sensazionalistici come quelli di Striscia la Notizia, tanto che il Garante della Privacy ha annunciato un'indagine sul tema. La questione, però, è piuttosto articolata. E, pur essendo noi tutti tracciati in mille altri modi dai colossi della pubblicità durante la nostra giornata, esistono anche spiegazioni alternative al Grande Orecchio, oltre a impedimenti sia tecnici che legislativi che rendono scettici gli esperti.

"Paure infondate" dicono gli esperti

"Tutti i moderni sistemi operativi per cellulari, come iOS e Android, per attivare il microfono richiedono il permesso all'utente (e la versione corrente di iOS visualizza un pallino arancione quando il microfono è attivo - ndR). Questa restrizione potrebbe non essere più attiva se al vostro telefono sono state tolte tutte le limitazioni del vendor attraverso procedure di rooting o di jailbreak" spiega, Chester Wisniewski,, principal research scientist dell'azienda di sicurezza informatica Sophos.

"L'altra situazione in cui un'applicazione può ascoltare tramite il microfono dello smartphone è attraverso lo sfruttamento di una cosiddetta "falla zero-day", ovvero una falla nella protezione di un software presente su un browser o un'applicazione, come si è visto nel caso che ha visto coinvolta la società di spionaggio israeliana NSS: ma tipicamente questa metodologia viene utilizzata solo da governi e agenzie di spionaggio, non dagli advertiser". Insomma non si tratterebbe, per fortuna, di comportamenti comuni collegabili alla pubblicità. "Ad oggi non sono note app che ascoltano le conversazioni per targettizzare la pubblicità. Se esistessero, sarebbe l'utente a dover concedere il permesso per l'accesso al microfono, magari anche per errore: ma oggi non ci sono casi documentati di app che svolgano questa specifica attività di ascolto" puntualizza Wisniewski. "Credo che si possa derubricare la questione come "bufala". Anche se è normale che nasca il sospetto: anche io, a volte, lo ho avuto, e come me anche molti amici e colleghi. Ma questa percezione nasce dall'enorme quantità di informazioni che vengono raccolte su di noi da moltissime realtà e aziende nella vita di ogni giorno. Combinando i dati di ogni utente su Internet si ottiene una mole enorme di dati su di noi, e ciò ci fa sentire come se effettivamente qualcuno stesse "ascoltando" anche le nostre conversazioni via voce". Detto questo, può essere interessante capire in che modo un operatore potrebbe carpire dati audio indiscriminatamente.

Un'azienda potrebbe origliare - attraverso lo smartphone - ciò che dico per mostrarmi pubblicità mirata?

"Se un'app riceve dall'utente, che magari non ci bada quando la installa, il permesso di usare il microfono, l'app potrebbe dapprima usare un software di riconoscimento vocale, localmente sul telefonino, e poi potrebbe inviare delle trascrizioni testuali - o anche solo dei file audio grezzi - ai server dell'azienda" spiega Elleen Pan, ricercatrice informatica presso la Northeastern University. "Però io e dei colleghi, nel 2018, abbiamo condotto uno studio su oltre 17.000 app per Android disponibili su Google Play e non abbiamo trovato alcuna prova che ciò accadesse". Bisogna però tenere presente che il numero di app testate in quell'occasione è ristretto rispetto ai milioni di app disponibili, e che sono passati tre anni. "L'acquisizione di dati sulle conversazioni per offrire pubblicità mirate è teoricamente possibile. Molte app oggi ottengono da noi il permesso di usare il microfono dello smartphone - in molti casi anche quando la registrazione di audio non sarebbe necessaria all'app per funzionare - e molte app sono state sospettate di abusare di questo permesso per scopi dubbi. Ad esempio per tracciare le nostre abitudini televisive o sui nostri comportamenti di consumo raccogliendo segnali ultrasonici - e quindi inudibili all'uomo - che possono essere contenuti nella musica diffusa nei negozi o negli spot televisivi o radiofonici" spiega Jacob Leon Kröger, ricercatore sulla privacy al Weizenbaum Institute di Berlino. "Tornando alla registrazione delle conversazioni: c'è chi sostiene che un "attacco alla privacy" di quel tipo sarebbe troppo costoso e consumerebbe troppa energia per passare inosservato. Ma noi ricercatori abbiamo pubblicato un report recente dove mostriamo diversi modi per rendere molto più efficiente e furtiva questa attività. Ad esempio registrando in bassa qualità audio (così da avere meno dati da trasferire dal telefonino al server remoto). Oppure pre-processando i dati sul telefonino per estrarre quelli più significativi e poi inviare al server solo quelli. Oppure usando il semplice riconoscimento di keyword specifiche (e interessanti commercialmente) invece del riconoscimento vocale completo. O anche usando la registrazione selettiva: vale a dire registrando solo al verificarsi di certe condizioni, come l'ora del giorno, la locazione, l'attività dell'utente o altre variabili contestuali".

Attenti a quell'accelerometro (e alle librerie di terze parti)

La cosa più sorprendente è che le app, in teoria, potrebbero anche evitare di usare il microfono del nostro smartphone per ascoltare ciò che diciamo. "Ci sono studi che suggeriscono come sia possibile ricostruire le parole che pronunciamo attraverso i dati - sulle vibrazioni sonore - raccolti dall'accelerometro contenuto in ogni smartphone" spiega Kröger. "E questo è molto interessante, perché l'accelerometro è molto meno protetto del microfono, e questo uso sarebbe ancora più efficiente energeticamente - e quindi difficile da smascherare guardando il consumo delle app - rispetto all'attivazione del microfono. L'accelerometro è usato in genere per stabilizzare le foto, per la rotazione automatica dello schermo, e altre attività che - a differenza dell'uso di GPS o di fotocamera e microfono - non sono intrusive della privacy: per questo non esistono particolari difese da un uso spionistico dell'accelerometro. È certamente una possibilità suggestiva, ma bisogna anche dire che ciò che è stato pubblicato finora su queste tecniche di ricostruzione delle parole a partire dalle vibrazioni sonore è ancora inconcludente". Un sistema più efficace con cui un malintenzionato potrebbe registrare audio di nascosto è usare le librerie di terze parti: "Sono parti di codice specializzate in alcuni compiti, ad esempio la raccolta e l'analisi di dati sull'uso di un'app, che fanno parte dell'app ma sono state scritte da un'altra azienda. Queste librerie di terze parti, che sono molto usate dalle app, ereditano spesso tutti i permessi multimediali che l'utente concede all'app di cui fanno parte, come l'accesso al microfono, e hanno di norma accesso diretto a Internet. La cosa problematica è che a volte gli sviluppatori di app hanno una conoscenza limitata, o nessuna conoscenza, del codice contenuto nelle librerie di terze parti che includono nell'app. Senza contare che queste librerie possono anche essere modificate in corso d'opera senza avvisare lo sviluppatore dell'app" spiega Kröger. "A ciò si aggiunge il fatto che le ispezioni condotte periodicamente dalle aziende proprietarie del sistema operativo, come Apple per iOS, hanno dei limiti considerevoli: non bisognerebbe dare per scontato che un uso intrusivo dei sensori dello smartphone per spiare l'utente venga sempre rilevato dai controlli interni del sistema operativo. Riassumendo: le varie vulnerabilità nella sicurezza e la mancanza di trasparenza tra i vari livelli del funzionamento di un'app lasciano spazio perché attacchi alla privacy sofisticati possano avere successo all'insaputa dell'utente e perfino dei produttori dell'app e del sistema operativo".

Ma per le aziende il gioco vale la candela?

Nonostante tutto, una considerazione che potrebbe rasserenarci è che la legge tende a proteggere i dati audio con una cura particolare: "Le leggi sulle intercettazioni, negli Stati Uniti ma anche in molti altri Paesi, fanno sì che registrare audio senza il consenso di un utente sia una delle poche tecniche di "spionaggio" da parte delle aziende che sono considerate illegali" spiega Bennet Cyphers, staff technologist della Electronic Frontier Foundation, associazione statunitense per la difesa della privacy digitale. "In molte giurisdizioni nazionali, Google, Facebook e i vari data broker sono liberi di raccogliere informazioni sui nostri click e sulle nostre ricerche, ma possono incorrere in punizioni molto severe per la raccolta di dati audio a nostra insaputa: quindi sarebbe estremamente rischioso per Big Tech ascoltarci di soppiatto. Oltre che superfluo, visto che le aziende hanno tanti altri modi per tracciarci ed estrarre informazioni utili a profilarci da un punto di vista pubblicitario". Un punto dirimente è la volontà dell'utente: perché in certi casi siamo lieti - e assai consapevoli -di permettere a un'app di ascoltare ciò che diciamo. "Prodotti come Alexa, Siri e Google Home registrano la voce per poterci offrire i loro servizi, e non potrebbe essere altrimenti: questi software in teoria dovrebbero attivarsi solo quando un utente pronuncia le parole stabilite, ma possono anche commettere errori, e a volte la nostra voce può essere registrata senza che ce ne accorgiamo" spiega Cyphers. "Da quanto si sa, queste aziende non usano la nostra voce per targettizzare direttamente l'advertising da mostrarci: però possono usare dati dalle ricerche che lanciamo con un comando vocale".

Ma se le app non spiano le nostre conversazioni, come si spiega che a volte vediamo pubblicità di prodotti che abbiamo nominato il giorno prima?

"Esistono diverse spiegazioni alternative. Magari un nostro familiare, o coinquilino ha fatto una ricerca su Google per quel prodotto, usando lo stesso indirizzo IP della connessione Wi-Fi che stiamo usando noi: ed è quello il criterio che è stato usato per targettizzare la pubblicità" spiega David Choffnes, direttore del Cybersecurity and Privacy Institute della Northeastern University. "Oppure, anche se non abbiamo mai fatto ricerche online per un certo prodotto, né abbiamo mai messo dei "like" a quel particolare prodotto sui social media, i dati che sono stati raccolti online sui di noi, attraverso altre nostre preferenze, hanno fatto sì che fossimo profilati come persone potenzialmente interessate a quel tipo di prodotto. Per dire: magari ieri ho parlato con un amico citando il brand di un'auto elettrica e oggi vedo la pubblicità di quell'auto, sorprendendomi perché non l'ho mai cercata su Google. Ma magari la verità è che nei giorni precedenti ho fatto ricerche sulla durata delle batterie elettriche, o sui temi ecologici, e quindi sono stato profilato come potenziale acquirente di auto elettriche, senza bisogno di orecchiare le mie conversazioni". Un'ultima spiegazione potrebbe essere psicologica: "Se ieri abbiamo parlato di un certo prodotto, molto probabilmente l'abbiamo ancora in mente. E se oggi, per pura coincidenza, compare una pubblicità correlata, il fatto di essere già sensibili a quell'oggetto ce lo fa spiccare rispetto a tutte le altre pubblicità a cui non prestiamo attenzione" spiega Choffnes.

Però attenzione: anche quando l'app non registra di nascosto, sono possibili abusi

"Una cosa importante da capire è che anche quando una registrazione audio avviene con il permesso esplicito dell'utente, quel dato potrebbe essere usato in modi che violano la privacy. Perché anche se l'utente è conscio di essere registrato, in genere non sa esattamente come verranno usati quei dati" spiega Kröger. "Ad esempio dalla voce registrata si potrebbero dedurre informazioni personali come i tratti fisici, l'età, il genere, l'origine geografica, gli stati emotivi, le condizioni di salute (non solo riguardo alle malattie che colpiscono il linguaggio, ma anche le malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer ndr), il livello di sonnolenza o di intossicazione da stupefacenti". Tutti dati che potrebbero essere poi venduti a caro prezzo, sottobanco, ad aziende per cui hanno valore, come le compagnie assicuratrici. "Bisogna però chiarire che fino ad oggi non c'è alcuna prova convincente che questo ascolto nascosto delle conversazioni avvenga su larga scala" puntualizza Kröger. "Se lei mi chiede "Da dove potrebbe venire un attacco alla privacy di questo tipo?" Io risponderei che se mai questo tipo specifico di invasione della privacy, ovvero l'ascolto nascosto di conversazioni via microfono, dovesse accadere, i responsabili più probabili non sarebbero le aziende di Big Tech, ma aziende di cui non si conosce il nome (e che quindi non hanno una reputazione da perdere), che potrebbero agire in sordina - ossia con app senza nome, e con librerie di terze parti, per poi vendere attraverso canali di dubbia legalità i dati raccolti in modo proditorio".