✕

Ponte di Ferro, le rovine nel fiume di una capitale sfinita da se stessa

Ascolta l'audio

C’era una volta la Grande Bellezza: ora su quelle rive ci sono solo rottami
3 minuti di lettura

ROMA - A metà strada tra un epitaffio e un presagio, lo scheletro annerito del Ponte - "dell'Industria" per la toponomastica, di "ferro", con una o due "erre" che si voglia, per chi in questa città è nato e cresciuto - è l'ultimo "screen saver" di una città sfinita, offesa. La Grande Bellezza educata a forza alla sua nèmesi. Allo schifo e a un'infinita tristezza. E che sia stato il destino (un cortocircuito del fascio di condutture elettriche che lo percorre), o i dividendi dell'incuria tollerata come elemento del paesaggio (una miserabile cucina di fortuna di una baracca ai piedi della struttura, tra pantegane, rifiuti e vegetazione lacustre), quasi non fa più differenza in questa domenica mattina di sole malato. Nella litania rassegnata degli anziani che, in quella camera ardente aperta al passeggio che è oggi Riva Ostiense, si affacciano lì dove la vista del d…

ROMA - A metà strada tra un epitaffio e un presagio, lo scheletro annerito del Ponte - "dell'Industria" per la toponomastica, di "ferro", con una o due "erre" che si voglia, per chi in questa città è nato e cresciuto - è l'ultimo "screen saver" di una città sfinita, offesa. La Grande Bellezza educata a forza alla sua nèmesi. Allo schifo e a un'infinita tristezza. E che sia stato il destino (un cortocircuito del fascio di condutture elettriche che lo percorre), o i dividendi dell'incuria tollerata come elemento del paesaggio (una miserabile cucina di fortuna di una baracca ai piedi della struttura, tra pantegane, rifiuti e vegetazione lacustre), quasi non fa più differenza in questa domenica mattina di sole malato. Nella litania rassegnata degli anziani che, in quella camera ardente aperta al passeggio che è oggi Riva Ostiense, si affacciano lì dove la vista del danno è nitida e la passerella del ponte mangiata dal fuoco affonda il muso nella corrente marrone del Tevere: "Se se sbrigano, ce vorranno anni pe' riaprirlo". E nell'invettiva iconoclasta che un tempo aveva il copyright sarcastico di Carlo Verdone (il sogno di asfaltare il Tevere per poter finalmente far "scorrere" il traffico) e oggi il cinismo di un gruppo di ragazzotti che pure racconta il rancore figlio del brutto: "Chi sa che me credevo... E sti' cazzi, poi, der ponte. C'avrà ducento anni e in macchina ce diventi vecchio". Duecento no, ma quelli di Roma Capitale (1861 la proclamazione di Cavour), sì. E forse anche questo, nella cabala nera, vorrà pur dire qualcosa.

Ponte di Ferro, 160 anni tra industrializzazione, un eccidio nazista e il film con Totò

Il calvario dello sguardo annuncia quello dell'asfalto che comincerà oggi, lunedì, quando, lo scheletro del Ponte di Ferro diventerà il nostro invalicabile check-point Charlie. Il nuovo invalicabile muro tra Roma Suk-Est e Roma Suk-Ovest (come un meraviglioso e definitivo murales annuncia di fronte a san Paolo). Quando, spezzata a metà, la Roma di Monteverde, Marconi, Magliana, troverà in piazzale della Radio la sua tomba di lamiere e clacson. E raggiungere Ostiense, Garbatella, Colombo, Aventino, il centro Storico, la rive gauche della città, diventerà una doppia scommessa. Sulla libertà. E sulla cinica resilienza con cui Roma si difende dal 753 avanti Cristo da tutto e da tutti (imperatori, barbari, papi, re, sindaci, pandemie), a costo di odiarsi e farsi odiare. E che, anche oggi, a suo modo, racconta il passeggio di Riva Ostiense tra i camioncini e i chioschi di street food a rifocillare i curiosi. Con il fumo degli arrosticini che unge l'aria ancora carica del tanfo di gomma e ferro bruciato del ponte, regalando un odore difficile da decifrare ma, a suo modo, emotivamente e simbolicamente esatto. Tra sciagura ed esorcismo. Tra sguardi fissi al cetaceo di ferro inginocchiato per una sua parte nell'acqua e caciocavalli impiccati a mezz'asta tra corone di peperoncini, i panini di "Aò" (monosillabo dell'attenzione a queste latitudini) "Giulio Cesare, "Marco Aurelio", "Augusto", "Adriano", "Tiberio" e le carbonare e le cacio e pepe del "buttero dell'Agro pontino".

La sciagura del ponte, la forza materiale e simbolica di una nuova frattura che crepa il cuore della città, mancava nel rosario dell'inimmaginabile che in questi anni si è fatto quotidianità. Al punto da meritare - unica capitale al mondo - un sito web (Romafaschifo.com) che ne registra quotidianamente il degrado in una saga che non sembra conoscere fine. Marciapiedi ridotti a discariche dove rovistano cinghiali e gabbiani grandi come gatti. Parchi pubblici chiusi e trasformati in bivacchi, alberi che collassano, fogne che non drenano. E, se possibile, a renderla ancora più angosciosa è che, per forza di inerzia, costringe a guardare alla malattia del fiume che scorre intorno ai suoi piloni di ghisa, il Tevere. Quello che in questa ansa tra Ostiense e ponte Marconi la città non ha più neanche la forza di contemplare. Per misericordia, forse. O forse per indifferenza. Per rassegnazione. Perché se qui brucia il ponte di ferro, poco più a valle, a Ponte Marconi, Roma si annuncia con la più grande favela sugli argini del fiume che la storia della città abbia mai ospitato e tollerato. Una bomba ecologica che sversa quotidianamente i suoi liquami e che la notte si accende di fuochi tra le baracche.

Ora è possibile che qui, a neanche cinquecento metri in linea d'aria dal ponte mangiato dal fuoco, all'ombra del gazometro, la Roma possa decidere di riprovare a costruire lo stadio mai nato e per anni immaginato in un altro gomito del fiume, alla Magliana. E chi sa che anche questo non sia un esorcismo, o una maledizione. Provare a immaginare una città che non c'è, un luogo possibile che strappi alla certezza del peggio. A una palude di accidia di cui, per dire, è testimone - sempre qui, sempre a Ostiense - quell'occhio cavo di Polifemo che sono ormai da vent'anni le aree degli ex mercati generali, consegnate in concessione per canoni mai riscossi di progetti mai nati.

Magari è a quell'altrove che pensa la coppia di anziani che, guardando il ponte, si tiene abbracciata tra i chioschi di Riva Ostiense dividendosi un cartoccio di calamari fritti. "Che disastro, amore mio. Non la riconosco più 'sta città", sussurra lei. Difficile darle torto.

Rogo Ponte dell'Industria, il comandante dei Vigili del Fuoco: "Per ripristinarlo forse ci vorranno mesi"