Università italiana, i docenti più anziani e le aule più affollate d'Europa
di
Viola Giannoli
,
Corrado Zunino
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di Viola Giannoli, Corrado Zunino
La commissione Cultura della Camera pubblica l'Indagine su studenti e precarietà negli atenei. I professori over 50 sono più della metà e per ognuno ci sono 20 studenti. Nove assegnisti su dieci saranno espulsi dal sistema. In trent'anni le insegnanti donne sono aumentate, però, dal 26 al 38 per cento
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ROMA - Un sistema universitario vecchio con la maggioranza dei docenti over 50. Un sistema che invecchia di precariato, "strettamente legato all’eccessiva lunghezza del percorso accademico che conduce all’immissione in ruolo del personale docente". E che si regge in buona parte proprio sulle docenze a contratto, pagate tra i 25 e i 100 euro lordi l'ora. Un sistema su cui si investe ancora troppo poco e fragile, con differenze sensibili tra Nord e Sud, non così capace di attrarre giovani: "Troppo ampio è il divario tra le aspettative di chi è in possesso di un’istruzione terziaria e le dinamiche del mercato del lavoro".
È un ritratto a tinte fosche, con qualche voce in miglioramento, per esempio il capitolo del diritto allo studio, quello che viene fuori dall' "Indagne conoscitiva sulla condizione studentesca e il precariato nella ricerca universitaria". Un dossier corpo…
ROMA - Un sistema universitario vecchio con la maggioranza dei docenti over 50. Un sistema che invecchia di precariato, "strettamente legato all’eccessiva lunghezza del percorso accademico che conduce all’immissione in ruolo del personale docente". E che si regge in buona parte proprio sulle docenze a contratto, pagate tra i 25 e i 100 euro lordi l'ora. Un sistema su cui si investe ancora troppo poco e fragile, con differenze sensibili tra Nord e Sud, non così capace di attrarre giovani: "Troppo ampio è il divario tra le aspettative di chi è in possesso di un’istruzione terziaria e le dinamiche del mercato del lavoro".
È un ritratto a tinte fosche, con qualche voce in miglioramento, per esempio il capitolo del diritto allo studio, quello che viene fuori dall' "Indagne conoscitiva sulla condizione studentesca e il precariato nella ricerca universitaria". Un dossier corposo di quasi 200 pagine redatto dalla commissione Cultura del Senato, che oggi viene presentato dal relatore, il senatore Pd Francesco Verducci, alla presenza, tra gli altri, della ministra dell'Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa.
Metà dei docenti ha più di 50 anni
Nell'università italiana i prof con almeno 50 anni d'età sono più della metà: il 55,6 per cento del totale. La quota più elevata in assoluto tra i Paesi dell'Ocse, quelli industrializzati. Volendo restringere il paragone ai principali stati dell’Unione europea, in Germania questo rapporto è pari al 26,9 per cento, in Olanda al 32,7 per cento , nel Regno unito al 40,3 per cento, in Spagna al 44,2 per cento e in Portogallo al 44,5 per cento.
Percentuale docenti da 50 anni in su sul totale
Di contro, i docenti con meno di 30 anni sono lo 0,8 per cento del totale. Siamo penultimi, davanti solo alla Slovenia. In Spagna la percentuale è del 4 per cento, in Portogallo del 3,8. Guardiamo con il binocolo alla Germania (24,6 per cento), alla Norvegia (19,8 per cento), all’Olanda (17,9). Se saliamo un po', considerando i docenti tra i 30 e i 39 anni, la situazione, in termini comparati, non cambia. I trentenni sono il 13,5 per cento del totale, ma restiamo in coda alla classifica prima della Slovenia (11,8 per cento), di molto sotto alla Germania (30 per cento), all'Olanda (28,2 per cento), al Regno Unito (24 per cento), alla Spagna (19,8) e al Portogallo (19,2 per cento).
La buona notizia: aumentano le donne anche se la presenza femminile tra i docenti universitari risulta ancora minoritaria, con un divario di genere che aumenta con l'aumentare della carriera e diventa un gigante scalino nelle posizioni apicali. Dal 1988 al 2017, il numero delle docenti è passato da 26 a 38. In valori percentuali, dal 2008 al 2017, la presenza femminile è salita, tra i professori ordinari, dal 19 al 23 per cento; tra i professori associati, dal 34 al 37,5 per cento; tra i ricercatori a tempo indeterminato, dal 45 al 48 per cento.
Percentuale docenti con meno di 39 anni sul totale (rombi) e con meno di 30 anni sul totale (pallini)
La fuoriuscita dei professori
Ma quanti vanno in pensione? La stima del ministero parlava di 1.363 docenti per il 2021 e di 1.030 per il 2022. Il numero dei professori e dei ricercatori è in decremento costante: erano 53.901 nel 2011, 46.314 nel 2016, 43.988 nel 2019, ultimo dato disponibile.
A livello territoriale chi ha pagato di più sono state le Isole (-24,7 per cento) e il Centro (-18,5 per cento). Negli atenei del Nord-Ovest il decremento è stato meno accentuato (-9,3). E, vista l'età media di professori ordinari e associati, nei prossimi dieci anni la fuoriuscita di docenti sarà importante.
I pensionamenti del personale docente nel 2021
A lezione un insegnante su tre è a contratto
Uno degli effetti dell'imbuto accademico è il ricorso, sempre più frequente, a figure diverse dai docenti di ruolo per coprire le attività didattiche. La categoria più rappresentata, a quanto emerge dall'indagine, è costituita dagli assegnisti di ricerca (l'importo minimo annuo per loro è di meno di 20 mila euro): nel 2019 erano 13.930 con un incremento del 3 per cento rispetto al 2013. E, al contrario di quanto si possa pensare da profani della materia, gli assegnisti non sono così giovani: l'età media, nel 2017, era di 34,5 anni. Se nel 2013 quelli under 40 erano l'87 per cento del totale, nel 2017 sono diventati l'82 per cento.
Non ci sono solo loro. Nel dossier è riportato che negli atenei non statali i docenti a contratto (che guadagnano tra 25 e 100 euro l'ora di insegnamento) costituiscono il 68 per cento del totale del personale impiegato in attività didattiche, mentre negli atenei statali questo valore si attesta intorno al 28 per cento.
Il precariato della ricerca
Se l'assegno di ricerca è stato chiamato il "paradigma della precarietà" perché è uno strumento a oggi strutturalmente sprovvisto di meccanismi di continuità di carriera e di garanzie contrattuali minime e uniformi perché legate alle risorse disponibili, sono diverse le figure che alimentano il "precariato universitario" e che in buona parte dei casi finiscono per abbandonare il mondo accademico.
Sulla base dei dati del Mur, ad esempio, la media degli assegnisti che nell’arco temporale 2012-2020 hanno terminato l’assegno nel corso dell’anno e sono diventati ricercatori a tempo determinato risulta pari al 18,6 per cento. Meno di uno su cinque. L’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia (Adi) ha stimato che nei prossimi anni sarà espulso dal sistema universitario il 90,5 per cento degli assegnisti di ricerca. Dei 13.029 assegnisti presenti negli atenei statali, soltanto il 9,5 per cento avrà la possibilità di essere strutturato come professore associato. Il 56,2 per cento è destinato a uscire dopo aver fruito di uno o più assegni, il 29 per cento dopo un contratto di ricercatore a tempo determinato di tipo A e il 5,3 per cento dopo un contratto di ricercatore a tempo determinato di tipo B.
Quanto ai ricercatori, dal 2012 al 2019, la percentuale di quelli a tempo determinato di tipo A che sono diventati ricercatori a tempo determinato di tipo B è diminuita: dal 64,6 al 60,8 per cento. Se poi si considerano i dati relativi ai ricercatori a tempo determinato di tipo A che sono diventati professori nello stesso periodo, il ministero ha registrato un calo dal 58,5 all’11,4 per cento. Un fallimento della Legge Gelmini.
La serie storica del numero dei ricercatori a tempo indeterminato dal 2008 al 2017
La riforma del reclutamento
Dalle premesse dell'Indagine si muovono le proposte e in primis la necessità di valutare l’introduzione di meccanismi di tenure track per i precari in servizio, riformando il pre-ruolo.
All'esame c'è il disegno di legge sul reclutamento per accorciare la precarietà della carriera. L'impianto prevede, ad esempio, l'istituzione di una figura unica del ricercatore a tempo determinato per un massimo di sei anni, commissioni a sorteggio dal portale unico nazionale, il riordino dei dottorati che acquisirebbero un peso maggiore.
Gli studenti: troppi per i prof, pochi con la laurea
Sul fronte degli studenti, in Italia la percentuale di persone in possesso di una laurea è significativamente inferiore (pari al 28 per cento) rispetto a quello della media Ocse (45 per cento). Secondo gli estensori dell'Indagine questo "suggerisce una minore capacità del sistema universitario e post-universitario di attrarre giovani e di assicurare il completamento del percorso formativo". E mentre altrove la correlazione tra livello di istruzione e tasso di occupazione è accentuata, in Italia il rapporto è più allentato.
Se i laureati sono pochi, gli studenti universitari rispetto ai loro docenti sono molti: in Italia il rapporto è del 20,3, superiore a Germania (12), Spagna (12,3), Portogallo (14,3), Regno Unito (15,4) e Francia (16,8); inferiore al Belgio.
Aumentano le borse di studio, alloggi insufficienti
Nelle graduatorie del diritto allo studio gli idonei non beneficiari, ovvero gli studenti che avrebbero diritto a una borsa di studio ma non riescono a ottenerla per carenza di fondi o strutture, sono sempre meno: si è ridotto drasticamente, passando dal 6,29 per cento nell’anno 2015-2016 al 2,4 per cento nell’anno 2019-2020. La Regione che resta più carente è la Sicilia dove uno studente su quattro non percepisce la borsa. In generale l’incremento delle borse è stato pari a poco meno del 60 per cento.
Resta il problema degli alloggi rispetto ad altri Paesi Ue e per le differenze territoriali. Su questo tasto batte la Conferenza delle regioni: "Gli alloggi destinati ai borsisti fuorisede coprono una parte ancora esigua della domanda". Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede che per le residenze venga investito quasi un miliardo per triplicare i posti da 40 mila a 100 mila entro il 2026. La realizzazione o, auspicabilmente, la riqualificazione di grandi vuoti delle città, spetterebbe ai privati che vedrebbero anticipati dal ministero dell'Università e della Ricerca gli oneri dei primi tre anni di gestione.