Attentato alla sinagoga di Roma del 1982: quello che ancora non sappiamo
di Andrea Galliano , di Andrea GallianoSappiamo davvero tutto sull'attentato alla sinagoga di Roma? Se lo chiede Shalom, la rivista della comunità ebraica romana, che rivela quanto accadde 19 giorni prima dell'attacco del 9 ottobre del 1982, dove fu ucciso un bambino di due anni, Stefano Gaj Taché, e rimasero ferite quaranta persone. Gianni Zarfati, responsabile dei volontari, con altri colleghi il 20 settembre di quell'anno vide alcuni uomini dai tratti mediorientali aggirarsi per diverse ore tra via Catalana e Monte Savello, nei dintorni del tempio. Insospettiti, pensando di trovarsi davanti a un sopralluogo, i volontari fermarono una pattuglia della polizia penitenziaria per raccontare l'accaduto. E poco dopo arrivarono i carabinieri che riuscirono a interrogare gli unici due sospettati che non si erano dileguati. Diedero versioni contrastanti sul perché fossero lì e quanti fossero, ma poi furono rilasciati.
Sappiamo davvero tutto sull'attentato alla sinagoga di Roma? Se lo chiede Shalom, la rivista della comunità ebraica romana, che rivela quanto accadde 19 giorni prima dell'attacco del 9 ottobre del 1982, dove fu ucciso un bambino di due anni, Stefano Gaj Taché, e rimasero ferite quaranta persone. Gianni Zarfati, responsabile dei volontari, con altri colleghi il 20 settembre di quell'anno vide alcuni uomini dai tratti mediorientali aggirarsi per diverse ore tra via Catalana e Monte Savello, nei dintorni del tempio. Insospettiti, pensando di trovarsi davanti a un sopralluogo, i volontari fermarono una pattuglia della polizia penitenziaria per raccontare l'accaduto. E poco dopo arrivarono i carabinieri che riuscirono a interrogare gli unici due sospettati che non si erano dileguati. Diedero versioni contrastanti sul perché fossero lì e quanti fossero, ma poi furono rilasciati.
Questo episodio è emerso perché nel 2019 la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, ha incaricato due avvocati, Cesare Del Monte e Joseph Di Porto, di entrare in possesso (con la collaborazione del collega Marco Veneziani) di tutti gli atti del processo e studiare le 15mila pagine del fascicolo. Con lo scopo di provare a rispondere all'esigenza di giustizia e conoscenza che da decenni resta insoddisfatta. Osama Abdel Al Zomar è l'unico condannato, in contumacia, ed è ancora a piede libero. I legali incaricati dalla comunità hanno verificato che è stato emesso ed è ancora valido l'ordine di cattura europeo ed internazionale e hanno deciso di analizzare i quattordici faldoni per verificare se ci fossero episodi da approfondire. Anche per cercare di identificare gli altri attentatori ed eventuali complici dell'attentato. Quel sabato mancavano cinque minuti a mezzogiorno quando cinque terroristi facenti parte del consiglio rivoluzionario di al-Fatah, guidato da Abu Nidal, spararono raffiche di mitra e lanciarono granate. All'interno del Tempio c'erano 300 persone, tra cui 50 minorenni, poiché si celebravano lo shabbat, il bar mitzvah di decine di adolescenti della comunità ebraica romana e lo Shemini Atzeret, a chiusura della festa di Sukkot.
La sinagoga non era sorvegliata. E, dato il contesto, non si capisce il perché. Il conflitto in Libano aveva creato tensioni in tutta Europa. Il 3 giugno c'era stato un attentato a Londra contro l'ambasciata israeliana e a Bruxelles furono feriti quattro ebrei. In Italia "già dall'estate del 1982 erano stati predisposti servizi di vigilanza e sicurezza a tutela degli obiettivi ebraici", raccontano i legali, citando una nota della questura di Roma dell'anno successivo. Ma la sorveglianza del tempio e del quartiere ebraico avveniva dalle 19 alle 7 del giorno dopo, quindi non al momento della sparatoria. Però il 22 settembre del 1982 alla questura arrivò una segnalazione in merito a possibili attentati dinamitardi contro obiettivi ebraici. Eventualità che poi si è verificata a Milano, in via Eupili 8, tra il 29 e il 30 settembre con l'esplosione di un ordigno davanti alla sede del centro di documentazione ebraica contemporanea. Questo episodio non fece aumentare la vigilanza e sicurezza, così come non fu valorizzato quello del 20 settembre raccontato da Zarfati. Risultato: la sinagoga rimase indifesa e i terroristi poterono agire indisturbati.
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Osama Abdel Al Zomar fu arrestato in Grecia undici giorni dopo l'attentato, mentre provava ad attraversare il confine con la Turchia portando con sé un carico di esplosivo. Nella penisola ellenica scontò una condanna per traffico d'armi, poi fu lasciato libero e andò in Libia. Nonostante le richieste di estradizione da parte dell'Italia, dove nel 1991 fu condannato dalla corte d'appello di Roma. Secondo i legali, davanti al diniego del governo greco alla consegna di Al Zomar, l'Italia "non usò gli strumenti diplomatici e giudiziari adeguati" e la speranza è che "si impegnino le stesse risorse e le stesse energie che sono state profuse nella ricerca e nella cattura di altri personaggi, estradati in Italia anche di recente". Dopo quasi 40 anni, la morte di un bambino di due anni e il ferimento di 40 persone chiedono ancora giustizia.