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Molestie sulle donne, "basta sensi di colpa per le vittime": parte la campagna social

Con l'hastag #tuttacolpamia il collettivo "Abbatto i muri" raccoglie testimonianze di chi ha subito violenze: "Uno spazio di confronto contro la cultura che le vuole colpevoli"    
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C'è un unico comune denominatore in calce alle tante storie di chi ha sentito mani non desiderate muoversi sul proprio corpo e sono le notti che passano una dopo l'altra, per anni, senza che si spenga la sensazione di responsabilità. È il senso di colpa per aver subito quella violenza, quella molestia, quell'invasione: un senso di colpa che la vittima assorbe e interiorizza dalle parole dei suoi interlocutori che le insegnano che si, è colpa sua.

Non avresti dovuto vestirti in quel modo, trovarti lì, fidarti, bere, ballare, baciarlo, provocarlo. Il mostro, insomma, è chi la violenza la subisce e che da quel momento in poi dovrà fare i conti con una vita di relazioni non sane, anche con se stessa. La community di Abbatto i muri ha ideato e diffuso la campagna social #tuttacolpamia che procede incessante dai primi di settembre e che è costruita solo, si fa per dire, sull'immensa mole di contributi che donne, e qual…

C'è un unico comune denominatore in calce alle tante storie di chi ha sentito mani non desiderate muoversi sul proprio corpo e sono le notti che passano una dopo l'altra, per anni, senza che si spenga la sensazione di responsabilità. È il senso di colpa per aver subito quella violenza, quella molestia, quell'invasione: un senso di colpa che la vittima assorbe e interiorizza dalle parole dei suoi interlocutori che le insegnano che si, è colpa sua.

Non avresti dovuto vestirti in quel modo, trovarti lì, fidarti, bere, ballare, baciarlo, provocarlo. Il mostro, insomma, è chi la violenza la subisce e che da quel momento in poi dovrà fare i conti con una vita di relazioni non sane, anche con se stessa. La community di Abbatto i muri ha ideato e diffuso la campagna social #tuttacolpamia che procede incessante dai primi di settembre e che è costruita solo, si fa per dire, sull'immensa mole di contributi che donne, e qualche uomo, stanno scrivendo da ogni parte d'Italia raccontando come quel senso di colpa sia diventato parte di loro dal momento stesso della molestia.

Gli obiettivi della campagna sono un recupero collettivo di coscienza per decostruire il mindset che incolpa le vittime, solo una delle tante espressioni della cultura dello stupro, e la creazione di uno spazio di condivisione e confronto. Ed è in questo spazio che tra scenari diversi si definiscono contorni identici: la famiglia, la migliore amica, le forze dell'ordine, i media e intere comunità, come quelle dei piccoli centri, fanno e hanno fatto in modo che le vittime si sentano imputabili. “La cosa peggiore è che una parte di me dà loro ragione” scrive una ragazza che a quindici anni è stata molestata dal gestore di un locale, “mi hanno detto che se avessi pensato solo a studiare non sarebbe successo”.

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“Una cara amica dice che mi fido troppo delle persone – confessa un'altra – È stata colpa mia averlo lasciato fare mentre mi afferrava per la gola, ero convinta mi avrebbe ammazzata”. Alcune testimoni, le donne sono in netta maggioranza, hanno realizzato di non essere state responsabili di quelle violenze proprio leggendo le esperienze delle altre in una “condivisone di elaborazioni personali che rompe il silenzio che quasi tutte tengono da tantissimo tempo – spiega Eretica, attivista di Abbatto i muri – è liberatorio uscire dalla cornice della responsabilità ed è fondamentale imparare a escludere che le vittime siano colpevoli”. Colpevoli e collaborative, come quando racconti del capo che ci prova e ti chiedono "sì, ma ti è piaciuto?".

La domanda è stata posta anche a una ragazza, dopo che ha raccontato di quando da bambina lo zio le faceva uno strano solletico. Il senso di colpa ci viene insegnato dalla società con i suoi silenzi e le sue ipocrisie: una donna è stata palpeggiata da una persona con disabilità e per giorni “sono stata convinta che fosse stata colpa mia, del mio abilismo interiorizzato che ha infantilizzato quel ragazzo, impedendomi di avvertire il pericolo anche mentre mi toccava”. Le storie sono tutte diverse eppure sono tutte uguali: dalla violenza all'incredulità, dalla vergogna alla colpa. Un giorno un prete si è abbassato i pantaloni e ha chiesto a una bimba di otto anni se volesse fare l'amore. “Scappai, raccontai tutto a mia madre e lo denunciammo, venne alla luce dell'altro e fu allontanato. Ma il disprezzo della gente era per me, la colpa era mia”.

Tantissime le bambine, oggi adulte, che hanno sperimentato il desiderio di pedofili di ogni età calati nei ruoli di preti, parenti, vicini di casa e professori e che oggi stanno esorcizzando quelle esperienze scrollandosi di dosso il peso della responsabilità innestato da chi sminuiva e ignorava le loro richieste di aiuto spiegando che i baci si danno quando c'è tanto affetto. Le attiviste dietro l'iniziativa ricevono mail su mail con centinaia testimonianze al giorno. “Stanotte ho fatto le tre, dopo decine di storie all'ennesima ho pianto – continua Eretica – alcune sono ricordi di persone disperate che convivono con l'oppressione della responsabilità, altre sono commoventi: ci ringraziano e chiedono come possono aiutare altre vittime a deresponsabilizzarsi”.

Ma non finisce tutto online: è previsto che il progetto si traduca in un'azione mirata ad abbattere le strutture culturali che colpevolizzano le vittime di molestie sessuali, molestie che possono essere anche sottili, subdole e verbali. “Qualcosa di immediato e realmente accessibile – continua Eretica – che possa arrivare a tutte affinché non venga in mente più a nessuno che chi subisce sia corresponsabile e affinché il senso di colpa non venga più alimentato. Anche perché – conclude – è il sentimento da cui parte la decisione di non denunciare”. Mentre la partita contro questo deficit del sistema è chiaramente ancora in corso, le storie sono così tante che sulla pagina Facebook della community ne esce una nuova ogni ora.