Abrignani: “Terza dose per tutti, se poi arriveremo al 90 per cento questo Natale sarà tranquillo”
di Elena Dusi , di Elena DusiRiparte una nuova ondata? «E chi può dirlo, con questo virus che cerca di aggirarci in tutti i modi. Qualunque cosa accada quest’inverno, però, è più rassicurante affrontarla con l’85% di vaccinati» dice Sergio Abrignani, immunologo dell’università di Milano, membro del Comitato tecnico scientifico, medico rasserenante e ottimista per natura.
Abbiamo record di contagi in mezza Europa, la risalita dei numeri in Italia e una frenata clamorosa delle prime dosi. Qual è il bicchiere mezzo pieno che vede?
«Un grafico che proietterei su tutti gli schermi, poi voglio vedere chi dice di no al vaccino. A gennaio la Gran Bretagna aveva pochi immunizzati, 50mila contagi al giorno e una media di 1.500 morti. Oggi, con tre quarti di cittadini vaccinati, ha sempre 50mila casi, ma una media di 150 morti. Sono sempre troppi. Ma questo dimostra che i vaccini salvano 1.350 vite umane al giorno solo in Gran Bretagna. È…
Riparte una nuova ondata? «E chi può dirlo, con questo virus che cerca di aggirarci in tutti i modi. Qualunque cosa accada quest’inverno, però, è più rassicurante affrontarla con l’85% di vaccinati» dice Sergio Abrignani, immunologo dell’università di Milano, membro del Comitato tecnico scientifico, medico rasserenante e ottimista per natura.
Abbiamo record di contagi in mezza Europa, la risalita dei numeri in Italia e una frenata clamorosa delle prime dosi. Qual è il bicchiere mezzo pieno che vede?
«Un grafico che proietterei su tutti gli schermi, poi voglio vedere chi dice di no al vaccino. A gennaio la Gran Bretagna aveva pochi immunizzati, 50mila contagi al giorno e una media di 1.500 morti. Oggi, con tre quarti di cittadini vaccinati, ha sempre 50mila casi, ma una media di 150 morti. Sono sempre troppi. Ma questo dimostra che i vaccini salvano 1.350 vite umane al giorno solo in Gran Bretagna. È come evitare un 11 settembre ogni due giorni. Per l’Italia l’Ispi ha calcolato 30mila vite salvate dai vaccini nei primi 4-5 mesi di campagna. Immaginiamo una piccola cittadina. La sua vita o la sua morte sono determinati da una scelta: vaccinarsi oppure no».
Più la seconda scelta, ormai, se si giudica il numero di prime dosi.
«Stiamo rallentando, ma stiamo arrivando a 47 milioni di italiani. L’85% di vaccinati senza obbligo sono un dato straordinario. Se, come spero, arriveremo al 90% entro l’anno, sarebbe un risultato stellare ed è possibile che presto arrivi l’autorizzazione anche per i bambini. Gli Usa hanno iniziato a rallentare già al 50%. Dei 6-7 milioni di persone che mancano da noi, la maggior parte può essere convinta. Gli irriducibili con certezze paranoidi sono attorno a un milione, e con chi si nutre di false certezze non si può discutere».
Lei come imposterebbe la campagna di comunicazione?
«Sul fatto che un 60enne ha ancora 25 anni di aspettativa di vita. Se non si immunizza ha un rischio di morire per il virus non trascurabile, del 3-4%. Oppure di uccidere qualcuno, se è asintomatico e incontra un fragile».
La Gran Bretagna insegna che i vaccini da soli non bastano però a frenare i contagi.
«Loro probabilmente pagano un completo abbandono da almeno tre mesi di tutte le misure di contenimento, hanno una percentuale un po’ più bassa di vaccinati e hanno usato per metà AstraZeneca, che si è rivelato leggermente meno efficace. Rispetto a noi sono partiti un paio di mesi prima, e stanno già osservando un calo di efficacia dei vaccini. C’è probabilmente bisogno delle terze dosi, e non c’è nulla di strano. La maggior parte dei vaccini che conosciamo prevedono tre dosi. Adesso è giusto dare la precedenza a chi ha più bisogno, poi l’ulteriore richiamo potrà essere esteso a tutti».
I contagi fra i sanitari in Italia sono un segnale d’allarme?
«Potrebbe esserlo, anche se l’Istituto superiore di sanità registra ancora valori molto alti di efficacia dei vaccini. Oltre a Johnson&Johnson, che prevede una sola dose, anche AstraZeneca dà una protezione leggermente più bassa rispetto ai due vaccini a Rna. Dagli USA ci mostrano che tra loro, la protezione indotta da Moderna dura leggermente più a lungo di Pfizer perché ha più principio attivo. È anche il motivo per cui dà un po’ più di febbre e dolori dopo la somministrazione».
Cos’è che potrebbe funzionare meglio in Italia?
«Siamo ancora indietro con il sequenziamento delle varianti e non brilliamo per metodi di diagnosi, la Gran Bretagna arriva a 1,3 milioni di test al giorno. I tamponi salivari da noi sono stati approvati, ne abbiamo usati alcuni per le scuole, ma non sono riusciti a decollare. C’è chi lamenta una sensibilità non ottimale, ma non ho una risposta precisa per questa domanda. Abbiamo degli aspetti ancora da migliorare, ma stiamo salvando vite. E per fortuna la pandemia ci ha colpito nel 2020. Se il virus della prima Sars, nel 2002, fosse stato più furbo nel contagiare, non saremmo riusciti a creare un vaccino in 8 mesi. Allora ci avremmo impiegato almeno 3 anni».