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Caso Eitan, il tribunale di Tel Aviv respinge il ricorso del nonno materno: il bimbo torni in Italia

Shmuel Peleg si è opposto alla la sentenza di primo grado favorevole ad Aya Biran, zia paterna del piccolo sopravvissuto alla tragedia del Mottarone. Gli avvocati dei Peleg potrebbero ricorrere alla Corte Suprema
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TEL AVIV - Sentenza lampo della Corte distrettuale di Tel Aviv: dopo un'unica udienza durata meno di tre ore e terminata nel primo pomeriggio, i giudici hanno respinto in serata il ricorso di Shmuel Peleg, nonno materno di Eitan Biran, confermando quindi la decisione di primo grado del 25 ottobre: Eitan deve tornare in Italia, secondo i termini della Convenzione dell'Aja sulla sottrazione dei minori.

"Con tutta la comprensione per il dolore del ricorrente, non c'è alternativa al rigetto del suo ricorso", si legge nella sentenza emessa dall collegio dei tre giudici presieduto dal giudice Shaul Shohat - vicepresidente della Corte - che ha stabilito che il piccolo superstite della tragedia del Mottarone dovrà fare rientro al suo "luogo residenza abituale" - ossia la casa in provincia di Pavia della zia paterna e tutrice Aya Biran - entro 15 giorni. Tuttavia, come avvenuto nel primo grado, la sentenza è sospesa per una settim…

TEL AVIV - Sentenza lampo della Corte distrettuale di Tel Aviv: dopo un'unica udienza durata meno di tre ore e terminata nel primo pomeriggio, i giudici hanno respinto in serata il ricorso di Shmuel Peleg, nonno materno di Eitan Biran, confermando quindi la decisione di primo grado del 25 ottobre: Eitan deve tornare in Italia, secondo i termini della Convenzione dell'Aja sulla sottrazione dei minori.

"Con tutta la comprensione per il dolore del ricorrente, non c'è alternativa al rigetto del suo ricorso", si legge nella sentenza emessa dall collegio dei tre giudici presieduto dal giudice Shaul Shohat - vicepresidente della Corte - che ha stabilito che il piccolo superstite della tragedia del Mottarone dovrà fare rientro al suo "luogo residenza abituale" - ossia la casa in provincia di Pavia della zia paterna e tutrice Aya Biran - entro 15 giorni. Tuttavia, come avvenuto nel primo grado, la sentenza è sospesa per una settimana, il tempo che viene garantito ai legali della famiglia Peleg per presentare ricorso alla Corte Suprema israeliana, l'ultimo grado di giudizio.

La corte richiede a Peleg anche il pagamento delle spese legali, 50.000 nis (15.000 euro) che si aggiungono ai 70.000 nis (20.000 euro) del primo grado.

"Accogliamo con favore la sentenza della corte distrettuale e speriamo che questo sia l'ultimo passo in vista del ritorno di Eitan dalla sua famiglia e a casa sua in Italia", hanno dichiarato Shmuel Moran e Avi Chimi, i legali di Aya Biran. "Ci rammarichiamo della sentenza che rimanda i membri della famiglia Peleg a lottare in Italia perché si possa stabilire qual è il luogo più opportuno per il futuro di Eitan", è la reazione della famiglia materna che giunge tramite il portavoce Gadi Solomon. "Eitan è un bambino israeliano ed ebreo i cui genitori defunti avrebbero voluto che crescesse in Israele. Sfortunatamente, la voce e la volontà di Eitan sono di nuovo state escluse dalle mura del tribunale".

I legali dei Peleg fanno presente che intendono studiare le carte per "considerare di impugnare la sentenza alla Corte Suprema perché possa esprimersi su una questione straordinaria, unica e tragica".


Questa mattina si erano presentati nell'aula di Tel Aviv Aya Biran, la zia paterna e tutrice del bambino che da quasi due mesi si è trasferita da Pavia in Israele per seguire il processo, e Shmuel Peleg, contro il quale ieri è stato spiccato un mandato di cattura internazionale dalla procura di Pavia per rapimento del minore.

Nonna e console in aula

Per la prima volta, il collegio dei tre giudici ha concesso alla nonna materna Esther Cohen, nonché al console italiano a Tel Aviv, Emanuele Oldani, di presenziare, in qualità di uditori, al procedimento che si svolge rigorosamente a porte chiuse. Come stabilito dal giudice italiano, il signor Peleg ha commesso un grave reato. Siamo fiduciosi che anche la corte israeliana confermerà che ha rapito il bambino e che Eitan possa tornare al più presto a casa sua e alla sua routine in Italia", aveva commentato in mattinata con Repubblica l'avv. Avi Himi, legale della famiglia Biran, il mandato di cattura emesso ieri. Un'ordinanza che "non è pervenuta né a noi né tantomeno ai legali italiani e comunque non è oggetto del dibattimento in corso che riguarda unicamente gli aspetti civili secondo la Convenzione dell’Aja", aveva dichiarato invece fuori dall'aula l'avv. Ronen Dalyahu a nome di Shmuel Peleg.


Eitan continuerà a stare con la zia

I giudici oggi non hanno voluto riaprire la questione della custodia congiunta del bambino durante le procedure giudiziarie in Israele: Eitan quindi, lo conferma la sentenza, continuerà a stare con Aya Biran e ai Peleg è concesso vederlo solo sotto la supervisione dei servizi sociali. Una decisione stabilita dopo il primo grado di giudizio che aveva annullato il precedente accordo per cui il bambino trascorreva tre giorni ad alternanza con ogni ramo della famiglia.

La strategia dei nonni

Nell'udienza odierna i legali della famiglia Peleg hanno puntato nuovamente sulla strategia per cui Israele vada considerato "un centro della vita del bambino", il suo "luogo di residenza abituale" - prerequisito della Convenzione dell'Aja per stabilire in quale Paese si debba svolgere la procedura sul suo affidamento definitivo. Questo sulla base della loro ricostruzione secondo cui i genitori di Eitan, deceduti nel tragico incidente del 23 maggio, "si trovavano in Italia solo per un periodo limitato di studi e intendevano tornare a vivere in Israele" - argomentazioni respinte dai giudici, che hanno stabilito che è l'Italia il luogo di residenza abituale del minore.

In aula oggi i legali dei Peleg hanno sostenuto che il bambino non è seguito da uno "psicologo neutrale" concordato tra le parti e hanno chiesto al giudice di nominarne uno. "La famiglia Peleg è certa che il tribunale non permetterà di strappare Eitan alla sua famiglia israeliana da parte materna e che terrà in considerazione il bene superiore del bambino", hanno dichiarato i legali di Shmuel Peleg.

Il nodo del mandato di cattura internazionale

Rispetto al mandato di cattura internazionale, dalla procura israeliana confermano di non avere ancora ricevuto nessun atto relativo all'arresto di Shmuel Peleg. Quello che si ipotizza è che una eventuale domanda di estradizione da Roma prenderà conto del fatto che il nonno materno è tuttora sotto indagine penale per rapimento anche a Tel Aviv: solo ieri la polizia ha trasmesso il fascicolo alla procura, che si dovrà esprimere in merito in tempi non definiti. Parlando con gli addetti ai lavori dalla parte israeliana, emerge una certa "sorpresa" dalla comunicazione pubblica dell'ordinanza di arresto in Italia. Anche perché, fa notare una fonte, "chiaramente non c'è interesse a preannunciare una misura cautelare che metta in allerta l'oggetto della stessa". Il quotidiano Ynet riporta l'ipotesi che "il possibile scopo del mandato d'arresto internazionale e il suo tempismo sia esercitare pressioni psicologiche su Israele per porre fine al procedimento e fare tornare Eitan in Italia quanto prima". L'ipotesi, scrive Ynet, è che "nel momento in cui Eitan tornerà in Italia, gli italiani non procederanno con la richiesta di estradizione".

"Israele non emette arresti dei propri cittadini sulla base di mandati di cattura internazionale senza che ci sia un rinvio a giudizio", dice oggi il dott. Gal Levertov, già a capo del dipartimento internazionale della procura di Stato, in un'intervista alla radio israeliana 103Fm. Perché Israele proceda con l'arresto dovrà ricevere una richiesta di estradizione da parte dell'Italia, che verrà valutata dalle autorità competenti (giuridiche e politiche) in tempistiche non immediate, spiega l'esperto. "Nella maggior parte dei casi in cui è coinvolta la Convenzione dell'Aja ci si ferma all'aspetto civile, anche per il bene del bambino. Ma ci sono delle eccezioni chiaramente", ha aggiunto Levertov.

Allo stato attuale risulta chiaro che, con il mandato di arresto pendente, Shmuel Peleg - che fino alla chiusura delle indagini penali in Israele non può lasciare Israele e ha consegnato il passaporto alla questura - non potrà essere presente alle udienze in Italia, considerata finora anche dai giudici israeliani la sede competente per discutere il futuro del piccolo Eitan.