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Ecco dove pascolavano 80 milioni di anni fa i dinosauri. Scoperto il primo “branco” in Italia

Il rinvenimento in una cava in provincia di Trieste a Villaggio del Pescatore, frazione celebre per i resti di animali preistorici del Cretacico. Tra loro gli scheletri di Tethyshadros insularis, i più grandi e completi mai trovati. La scoperta ridisegna anche la geografia del Mediterraneo
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Racconta Alfio Alessandro Chiarenza che quando era piccolo e già diceva di voler fare il paleontologo, “i miei genitori mi rispondevano in Italia non ci sono i dinosauri”. È toccato proprio a lui smentirli, visto che ne ha trovato addirittura un “branco”, fossili incapsulati nella pietra calcarea del litorale carsico a pochi chilometri da Trieste. Ce ne sono almeno sette, sono della specie Tethyshadros insularis, rinvenuta, nel mondo, solamente qui a Villaggio del Pescatore, nel comune di Duino-Aurisina. Chiarenza, paleontologo dell’Università di Vigo, è la prima firma dell’articolo pubblicato oggi su Scientific Reports che descrive l’eccezionale rinvenimento. Eccezionale perché tra loro ci sono Antonio e Bruno, i due dinosauri più grandi e completi mai trovati nel nostro Paese. Perché ce ne sono sicuramente sette ma potrebbero essercene undici. E perché questa scoperta disegna anche una …

Racconta Alfio Alessandro Chiarenza che quando era piccolo e già diceva di voler fare il paleontologo, “i miei genitori mi rispondevano in Italia non ci sono i dinosauri”. È toccato proprio a lui smentirli, visto che ne ha trovato addirittura un “branco”, fossili incapsulati nella pietra calcarea del litorale carsico a pochi chilometri da Trieste. Ce ne sono almeno sette, sono della specie Tethyshadros insularis, rinvenuta, nel mondo, solamente qui a Villaggio del Pescatore, nel comune di Duino-Aurisina. Chiarenza, paleontologo dell’Università di Vigo, è la prima firma dell’articolo pubblicato oggi su Scientific Reports che descrive l’eccezionale rinvenimento. Eccezionale perché tra loro ci sono Antonio e Bruno, i due dinosauri più grandi e completi mai trovati nel nostro Paese. Perché ce ne sono sicuramente sette ma potrebbero essercene undici. E perché questa scoperta disegna anche una carta geografia nuova delle terre emerse nel Cretacico. L’ipotesi è che dove c’è ora il Mediterraneo non ci fossero all’epoca solo isole sparse, come si ritiene. Ma un ponte di terra che collegava Continenti.

 

Cominciò tutto a metà degli anni ‘80, quando da questa cava si iniziarono a rinvenire ossa di dinosauri. Nel ‘94 la prima grande scoperta da parte di una laureanda dell’Università di Trieste: “Tiziana Brazzatti riconobbe qualcosa di interessante tra le ossa che spuntavano da questa cava - racconta Chiarenza, 32 anni, originario di Catania - tra i cespugli trovò quello che sarebbe divenuto noto come Antonio, il primo dinosauro intero ricostruito nel sito e descritto qualche anno più tardi come di Tethyshadros insularis. Ma si capiva che c’era dell’altro”. Burocrazia, risorse insufficienti e una pietra calcarea dura come marmo, dice Chiarenza, hanno allungato i tempi. Per estrarre i frammenti e ricomporre il puzzle sono servite forza bruta, ruspe e bulldozer per muovere i blocchi pesanti tonnellate, lame diamantate e tecniche innovative, con bagni d’acido formico per ritagliare le silhouette degli animali preistorici dall’Aurisina, così densa da essere opaca anche alla Tac.

 

L’enigma del dinosauro “nano”

Ora il primo “branco” di dinosauri italiani ha una sua ufficialità. I Tethyshadros insularis avevano un becco all’estremità del muso, corte zampe anteriori che usavano probabilmente anche per camminare e lunghe zampe posteriori. Vegetariani. Tra loro un altro esemplare record, lo hanno chiamato Bruno. La cui stazza ha permesso di riscrivere la storia di questa specie, ritenuta, per via delle dimensioni di Antonio, un tipo di dinosauro nano: “Bruno è stato recuperato nel 2018-19 e si è rivelato molto importante - continua Chiarenza - era eccezionalmente conservato, con parti anatomiche in più rispetto ad Antonio, un gioiello, il cranio è perfetto. E così abbiamo potuto correggere alcune ipotesi sulla anatomia: si mostrava più grosso, un esemplare adulto, con parti che mancavano ad Antonio”.

 

Antonio era lungo qualcosa meno di cinque metri, dalla punta del muso alla punta della coda. Bruno lo supera di un paio di metri, “alto 2,5-3 metri al garrese” abbastanza da pensare che si tratti il primo di un “adolescente” e l’altro di un esemplare adulto. La conferma è arrivata dall’analisi delle ossa: “Una cosa forse unica che abbiamo fatto, in Italia, è l’esame istologico - sottolinea Chiarenza - le abbiamo messe nel microscopio per capire se il tessuto osseo era maturo o meno, un po’ come negli anelli degli alberi. Così abbiamo visto che Antonio era più giovane, stava crescendo. Bruno era sicuramente più vecchio”.

 

Il team multidisciplinare coordinato da Federico Fanti, dell'Università di Bologna, è composto da paleontologi, biologi dell’evoluzione, geologi, istologi di diversi istituti e università italiani (Trieste, Bologna, l’Ispra) e stranieri (Toronto, Universidad de Alcalá, Field Museum of Natural History di Chicago) per mettere assieme tutti pezzi del puzzle. Hanno scoperto che questi resti risalirebbero a 80 milioni di anni fa: 10 milioni di anni più antichi di quanto ipotizzato inizialmente.

 

La fine del branco

C’erano almeno altri cinque individui della stessa specie. Forse di più, potrebbero essere 11 in tutto. Un altro di loro, “battezzato” Zdravko, potrebbe essere addirittura più grande di Bruno. Ma cos’è accaduto, 80 milioni di anni fa, a questo gruppo di dinosauri ritrovati curiosamente tutti insieme, fissati nell’anima della roccia assieme a fossili di coccodrilli, resti di piante, crostacei, gamberetti (compare anche un osso di pterodattilo, il grande rettile volante)? La singolarità del ritrovamento fa pensare a una storia suggestiva: che qualcosa abbia sorpreso il branco e ci troviamo di fronte a una piccola “Pompei” del Cretacico.

 

“Possiamo immaginare questo gruppo che si abbeverava e nutriva in una laguna e una frana li ha travolti, forse a causa di un sisma - ipotizza Chiarenza - ma la verità è che quando si trovano scheletri in associazione è difficile sapere se erano davvero insieme al momento della morte. Però il margine è molto dettagliato, se non sono morti tutti insieme, si sono depositati nello stesso luogo nel corso di meno di 10 mila anni. Un intervallo così breve è molto raro”. Il loro letto è il fondo di un ambiente marino, che però, a quanto pare, non era quello di un arcipelago.

 

Una “valle incantata”

Caduta l’ipotesi di un dinosauro “nano”, quindi anche quella di un nanismo insulare, tipico di specie isolate che si adattano alla scarsità di risorse in un habitat rimpicciolito, secondo il gruppo di ricerca si può provare a riscrivere addirittura la geografia di questa zona. “Il fatto che il Tethyshadros insularis sia collegabile a famiglie che venivano dall'Asia, e nello stesso periodo li troviamo in Europa e Africa, significa che c'erano ‘zattere’ di terra che facevano da comunicazione - riprende il ricercatore - quindi per alcuni intervalli di tempo, alla fine del Cretacico, ci devono essere state masse di terra che collegavano Eurasia al grande continente a sud, come una grande valle incantata affacciata sull’oceano della Tetide e collegata ai continenti Eurasiatico e Africano”. Arrivarono qui, passarono di qui, migrando.

 

L’Italia è diventata “terra di dinosauri” dunque, la capitale è la frazione di un paesino della Venezia Giulia che si affaccia sul mare, proprio come 80 milioni di anni fa. E non è finita: “È venuto il momento di valorizzare questi siti di grande valore paleontologico - conclude Chiarenza - più si andrà a cercare e più ne verranno fuori altri, abbandoniamo i vecchi modelli che vedevano nostro paese preistorico solo buono per organismi microscopici marini”.