Covid, reparti di ospedale già pieni e contagi in crescita: ecco perché la Calabria va in giallo
di Alessia Candito , di Alessia CanditoNon è l'ultima della classe, Friuli Venezia-Giulia e provincia di Bolzano l'hanno preceduta. Ma anche per quest'anno, la Calabria è la prima regione del Sud a dover adottare per decreto nuove restrizioni. Motivo? Lo sforamento della soglia di allarme fissata dal governo per far scattare le nuove limitazioni, con tutti gli indici di rischio - incidenza e saturazione dei reparti ordinari e di terapia intensiva - che segnano rosso e con trend in crescita.
Ma a ben guardare c'è un dato che per l'ennesimo anno consecutivo condanna la Calabria a maggiori restrizioni e non è certo il numero di contagi. L'ultimo bollettino disponibile ne fa registrare 360 su più di 7600 tamponi eseguiti. A preoccupare davvero è per l'ennesima volta la saturazione dei reparti, croce della regione fin dall'inizio della pandemia.
Non è l'ultima della classe, Friuli Venezia-Giulia e provincia di Bolzano l'hanno preceduta. Ma anche per quest'anno, la Calabria è la prima regione del Sud a dover adottare per decreto nuove restrizioni. Motivo? Lo sforamento della soglia di allarme fissata dal governo per far scattare le nuove limitazioni, con tutti gli indici di rischio - incidenza e saturazione dei reparti ordinari e di terapia intensiva - che segnano rosso e con trend in crescita.
Ma a ben guardare c'è un dato che per l'ennesimo anno consecutivo condanna la Calabria a maggiori restrizioni e non è certo il numero di contagi. L'ultimo bollettino disponibile ne fa registrare 360 su più di 7600 tamponi eseguiti. A preoccupare davvero è per l'ennesima volta la saturazione dei reparti, croce della regione fin dall'inizio della pandemia.
Allarme terapie intensive
Il monitoraggio settimanale lascia poco spazio a dubbi: con un tasso di occupazione del 16,8% in area medica e dell'11,8% in terapia intensiva, la regione è condannata al giallo. Dopo l'introduzione del Super Green Pass e dell'obbligo di mascherina anche all'aperto, già da una settimana introdotto dal governatore Roberto Occhiuto, per i vaccinati cambia poco. Ma il dato è politico ed è una sconfessione delle politiche sanitarie, adottate prima e durante la pandemia.
Secondo Agenas, con i suoi 181 posti disponibili nelle terapie intensive la Calabria è al penultimo posto in Italia, ben lontana dall'obiettivo di 14 per ogni 100mila abitanti fissati per decreto già un anno fa. A dispetto dei finanziamenti extra previsti dall'inizio dell'era Covid e di quelli in pancia ai Decreti Calabria - i provvedimenti che negli ultimi anni hanno tentato di mettere ordine nella sanità calabrese - dal 2020 sono aumentati di sole 4 unità, passando dai 5.6 del periodo pre-pandemico, ai 9.6 attuali. Pochi, troppo pochi per una popolazione per altro mediamente anziana e che per riferimento ha solo gli hub ospedalieri regionali. E di certo non è un segreto o una rivelazione improvvisa.
Mancano posti letto e soprattutto medici
In ordine di tempo, l'ultimo grido d'allarme è arrivato da Sebastiano Macheda, primario del reparto di Terapia Intensiva del Grande ospedale metropolitano di Reggio. "Nella maggior parte delle terapie intensive è stato raggiunto il limite di pazienti" ha dichiarato pubblicamente, segnalando un ulteriore problema: "è importante sapere che abbiamo pochi medici per fronteggiare una nuova emergenza". Per Rubens Curia, medico e manager di lungo corso, oggi portavoce di "Comunità competente", rete di professionisti della sanità e associazioni del terzo settore che da tempo si batte per una riforma dal basso della sanità calabrese, "trascorsi 22 mesi dall'inizio dell'epidemia, continuiamo a non aver fatto i compiti. L'anno scorso siamo passati addirittura in rosso per la fragilità del nostro sistema sanitario. Prendendo per buono che siano effettivamente 181 i posti in terapia intensiva, non siamo riusciti neanche a fare i concorsi per gestire quei reparti. Tantissimi medici e infermieri calabresi hanno risposto alle chiamate da altre regioni e nel corso dei due anni di pandemia sono stati stabilizzati, qui in regione la maggior parte no. C'è un'ampia fetta di precariato che deve essere assorbita"
I caschi si trovano, i letti altrettanto, chi li gestisca no. Ed è problema annoso in Calabria, risultato di un decennio di commissariamento, costato alla regione la chiusura di 18 ospedali, tagli lineari di reparti, servizi e personale, un blocco del turnover che ha portato - e i dati sono aggiornati a mesi fa - a oltre 3700 fra infermieri, medici e operatori sanitari mandati in pensione e solo 2,5 posti letto per ogni mille abitanti contro i 4 di media nazionale.
L'eredità del commissariamento
Motivo originario, Lea - livelli essenziali di assistenza - sotto il livello della decenza e debiti alle stelle. Dieci anni dopo, alla luce dei risultati dell'esercizio 2020, per la Corte dei Conti, la situazione non è variata poi di molto. "La situazione debitoria delle Aziende sanitarie e ospedaliere - evidenzia il procuratore regionale della Corte dei Conti calabrese, Maria Aronica - ammonta complessivamente ad oltre 1 miliardo 174 milioni di euro". E non è neanche detto che il dato sia esattamente corrispondente alla realtà. All'Asp di Reggio Calabria "dal 2013 esiste una contabilità non fondata su documenti amministrativi, che rende impossibile ricostruire il quadro debitorio dell'azienda, una situazione debitoria potenzialmente dirompente, con passività che potrebbero toccare i 500 milioni". Traduzione, la contabilità è orale e creativa, i debiti sono veri.
E il resto dei dati sono altrettanto impietosi. "Tutte le aziende del Ssr (Sistema sanitario regionale) calabrese hanno chiuso in perdita, per un totale di -267 milioni 167mila euro. Nel periodo 2014-2019, non hanno rispettato la direttiva europea sui tempi di pagamento; nel 2020 gli indicatori risultano ancora elevati, seppure, nella maggior parte dei casi, in leggera diminuzione, con una media, per il 2020, di 159 giorni". L'anno scorso, il ritardo medio, era di circa 900 giorni.
Un lasso di tempo buono a far maturare interessi e penali o funzionale a spregiudicate operazioni di cartolarizzazione di quei crediti, come quella che ha fatto finire in pancia ad un bond negoziato sui mercati finanziari internazionali fatture inevase vantate da aziende e cooperative in odor di mafia. Quali, in molti casi non si sa. Le relazioni sullo scioglimento per mafia delle Asp - tre su cinque negli ultimi anni - spesso sono omissate e solo anni dopo le inchieste della magistratura raccontano quale clan abbia guadagnato sulla pelle dei calabresi.
Occhiuto: "Andiamo in zona gialla per colpa di una rete ospedaliera fatiscente"
"Non cerco alibi, mi assumo tutte le responsabilità. Ma andiamo in zona gialla perché abbiamo una rete ospedaliera fatiscente" ha detto il presidente della Regione - Roberto Occhiuto, di recente nominato commissario dopo anni di governo della sanità affidato ai tecnici. L'ultimo, il prefetto Guido Longo, individuato dopo un balletto durato mesi fra nomine annunciate, revocate e bruciate sul falò dei veti incrociati dei partiti, è andato via senza troppi rimpianti. Ma a detta di Occhiuto, non ha lasciato una grande eredità. "In Calabria è come se fossimo ancora in piena emergenza" commenta.
A Roma, ha fatto sapere, piano operativo e piano Covid saranno bocciati. Il motivo ancora non è chiaro, ma secondo indiscrezioni in Calabria avrebbero fatto orecchie da mercante alla continua richiesta di dati, documenti ed elementi, quindi risulterebbe impossibile fare una valutazione del fabbisogno. Morale della favola, tutto da rifare con la pandemia che ancora corre e la regione inchiodata alle sue debolezze. "Raccolgo una sanità che sembrava non essere governata da anni. Le Asp - spiega il presidente - non hanno funzionato e si sono comportate come monadi, anche da qui nasce l'idea dell'Azienda zero". Una sorta di super-Asp, con bilancio e personale proprio, che qualora la proposta di creazione passasse in consiglio, dovrebbe coordinare il lavoro di quelle provinciali, centralizzare gli acquisti, fornire le capacità (e risorse) amministrative quando e se non ci sono.
"Avrebbero avuto la possibilità di procedere alle assunzioni a tempo determinato - si fa scappare - ma non c'è stata la capacità amministrativa". Colpa di chi? "Tutto era in mano alla struttura commissariale" per il presidente. Ma in realtà nel ginepraio della sanità calabrese, negli anni della pandemia reso più labirintico da decreti che hanno "dimenticato" il ruolo dei commissari scelti dal governo per la regione, anche la politica ha avuto un ruolo. Elefantiache cabine di regia sono nate e morte senza lasciare il segno, assunzioni e posti letto sono rimasti sulla carta dei comunicati stampa con cui sono stati annunciati. E in alcuni reparti oggi sono tornati gli specializzandi a dare manforte ai medici, oggi come all'inizio della pandemia chiamati a turni infiniti. Eppure ci sono manager di quelle Asp così zoppicanti che anche nella "nuova" sanità calabrese stanno facendo carriera.