Alhassane, che sta cercando casa, e Ibrahim, che farà il cuoco: quando i rifugiati diventano persone di famiglia
di Vladimiro Polchi , di Vladimiro PolchiAlhassane ha trovato casa. E una famiglia: la famiglia Turturro. La lunga fuga che dall'Africa l'ha portato in Italia è terminata a Giovinazzo. Da luglio 2019 vive qui con mamma Lina, il marito e i loro figli. Si è diplomato, ha trovato lavoro e, stando alle voci di paese, anche una fidanzata. Pure Ibrahim ce l'ha fatta: dallo scorso novembre, Simona gli ha aperto le porte della sua casa torinese. Oggi studia, spera di diventare cuoco e passa le giornate con i figli di casa Neppi Modona.
Alhassane e Ibrahim devono la loro "fortuna" a Refugees Welcome, una piattaforma che da anni mette in contatto profughi alla ricerca di un tetto e famiglie pronte a ospitarli. Qualche numero: 113 le convivenze attivate dall'associazione a partire dal 2019 e ben 754 le famiglie italiane pronte a farsi carico dell'accoglienza di …
Alhassane ha trovato casa. E una famiglia: la famiglia Turturro. La lunga fuga che dall'Africa l'ha portato in Italia è terminata a Giovinazzo. Da luglio 2019 vive qui con mamma Lina, il marito e i loro figli. Si è diplomato, ha trovato lavoro e, stando alle voci di paese, anche una fidanzata. Pure Ibrahim ce l'ha fatta: dallo scorso novembre, Simona gli ha aperto le porte della sua casa torinese. Oggi studia, spera di diventare cuoco e passa le giornate con i figli di casa Neppi Modona.
Alhassane e Ibrahim devono la loro "fortuna" a Refugees Welcome, una piattaforma che da anni mette in contatto profughi alla ricerca di un tetto e famiglie pronte a ospitarli. Qualche numero: 113 le convivenze attivate dall'associazione a partire dal 2019 e ben 754 le famiglie italiane pronte a farsi carico dell'accoglienza di un rifugiato. Non solo. Nel corso dei tre anni di progetto il 90% delle persone accolte ha raggiunto la piena autonomia e l'associazione ha formato 140 persone tra operatori e attivisti. Una rete che funziona, come dimostrano i Turturro, che si sono mossi per tempo. "La nostra convivenza con Alhassane - racconta Lina Turturro - è cominciata a luglio del 2019". Lina, insegnante di italiano e latino al liceo scientifico, vive con la sua famiglia a Giovinazzo, comune del barese, dove il marito architetto lavora come funzionario. Hanno tre figli: il più grande, di 28 anni, lavora come sommelier a Dubai, gli altri due, di 23 e 19 anni, studiano rispettivamente ingegneria e giurisprudenza.
"Alhassane - racconta Lina - ha 23 anni. È nato in Niger, da piccolo si è trasferito in Ghana, poi ha raggiunto un fratello in Libia. Da lì si è imbarcato e ancora minorenne è arrivato in Sicilia. Con Refugees Welcome abbiamo firmato un patto di convivenza, di minimo sei mesi, con alcuni obiettivi da raggiungere: finire la scuola, conseguire la patente. Alhassane è un ragazzo molto determinato, si è iscritto a un istituto professionale e già dal primo anno di convivenza ha trovato lavoro in un'azienda agricola locale. Poi è scoppiata la pandemia, le lezioni a distanza, tutto si è complicato e la convivenza si è prolungata. A giugno scorso si è diplomato. Il suo rapporto con i miei figli è stato da subito sorprendente, lo hanno portato con loro in comitiva, tra gli amici, alle feste. Alhassane è musulmano, noi cattolici. Uno scoglio è stato il Ramadan, con il digiuno, ma in quel caso ci ha aiutato nostro figlio maggiore che nel frattempo era tornato da Dubai in epoca di lockdown. I volontari di Refugees Welcome sono sempre stati presenti nella condivisione delle scelte più importanti. Oggi Alhassane si frequenta con una ragazza italiana e sta cercando casa. La sta cercando qui a Giovinazzo, perché vuole in qualche modo rimanerci vicino".
A Refugees Welcome Italia si è rivolta anche la famiglia Neppi Modona di Torino. Madre psicologa, padre docente universitario, due figli di 19 e 22 anni. Dal primo novembre di quest'anno hanno aperto le porte di casa a Ibrahim, rifugiato maliano di 20 anni, arrivato in Italia a 13 anni. "Non volevamo più limitarci alla pietà, a dire "poverini", volevamo fare qualcosa di concreto, di generoso - racconta Simona, la madre - e così ci siamo mossi. Nostra figlia, da tempo coinvolta nelle tematiche dell'integrazione, si è subito detta contenta della decisione. Nostro figlio invece all'inizio ha mostrato qualche diffidenza, oggi però vive con grande serenità la convivenza con Ibrahim, lo porta fuori con sé, gli presenta i suoi amici. La nostra è diventata una famiglia speciale, io sono cattolica, mio marito ebreo, e il nostro ospite musulmano. Ibrahim frequenta l'ultimo anno della maturità professionale. Voleva fare il calciatore, era il suo sogno, ma ora ha ripiegato su un futuro più concreto da cuoco. È timido certo, ma si fida di noi e non gli piace stare da solo: ci dice che è felice di sentirsi finalmente parte di una famiglia".