'Ndrangheta, dopo 28 anni si fa luce sull'omicidio di Filippo Piccione
di Alessia Candito , di Alessia CanditoAdesso tutto sta nelle mani di un giudice. Se il 2022 sarà l'anno in cui l'omicidio del geologo Filippo Piccione da cold case diventerà un processo si deciderà a Catanzaro. Ma il 2021 si chiude con una certezza: a quasi trent'anni di distanza c'è un'ipotesi investigativa chiara, degli indagati e una ricostruzione precisa di uno degli omicidi più strani della storia del vibonese. A partire da target e modalità.
Chi lo ha visto lo descrive come "un uomo alto e smilzo". Uno dei tanti in giro in quei giorni di carnevale. Ma dietro quella maschera "a sfondo nero, con chiazze bianche a forma di gocce", si legge nei rapporti investigativi dell'epoca, c'era un killer.
A bordo di una moto, si è avvicinato rapido al geologo Filippo Piccione, che ignaro parlottava con due persone di fronte alla porta di casa, a Vibo Valentia. Come un'ombra gli si è parato davanti, ha sparato cinque colpi…
Adesso tutto sta nelle mani di un giudice. Se il 2022 sarà l'anno in cui l'omicidio del geologo Filippo Piccione da cold case diventerà un processo si deciderà a Catanzaro. Ma il 2021 si chiude con una certezza: a quasi trent'anni di distanza c'è un'ipotesi investigativa chiara, degli indagati e una ricostruzione precisa di uno degli omicidi più strani della storia del vibonese. A partire da target e modalità.
Chi lo ha visto lo descrive come "un uomo alto e smilzo". Uno dei tanti in giro in quei giorni di carnevale. Ma dietro quella maschera "a sfondo nero, con chiazze bianche a forma di gocce", si legge nei rapporti investigativi dell'epoca, c'era un killer.
A bordo di una moto, si è avvicinato rapido al geologo Filippo Piccione, che ignaro parlottava con due persone di fronte alla porta di casa, a Vibo Valentia. Come un'ombra gli si è parato davanti, ha sparato cinque colpi ed è scappato via. "Sembravano botti" hanno raccontato poi ai carabinieri l'avvocato Francesco Lampasi e il funzionario regionale Pasquale Remedio, che quella sera hanno visto Piccione accasciarsi e solo alla vista del sangue hanno capito che no, non si era istintivamente messo al riparo da quelli che credevano petardi. Era il carnevale del 1993. Quell'anno cadeva il 21 febbraio.
Da allora sono passati più di ventotto anni. Tanto ci è voluto per individuare e procedere contro quelli che sono ritenuti mandanti ed esecutori dell'omicidio del geologo. O almeno, quelli che sono rimasti in vita. Sono tutti direttamente o indirettamente collegati al clan Lo Bianco, di cui portano il cognome. Salvatore "U Gniccu", il presunto killer, Rosario, Michele "U Ciucciu" Domenico, Leoluca "U Rozzu". E poi Filippo Catania, Antonio Franzè, Vincenzo Barba, capi e gregari della 'ndrangheta del vibonese, che insieme all'epoca - è l'accusa della procura antimafia di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, che anche grazie alle rivelazioni di alcuni pentiti ha riaperto l'inchiesta, individuato i presunti colpevoli e per loro si appresta a chiedere il processo - avrebbero deciso che il geologo dovesse morire.
Una vendetta
Motivo? Una vendetta. Per loro, era stato Piccione o su suo ordine, il guardiano del suo podere, ad aver ucciso o fatto uccidere uno dei loro, Leoluca Lo Bianco, freddato a colpi di pistola nelle campagne del vibonese l'1 febbraio 1992. Un vicino di podere ingombrante per Piccione, che più volte aveva denunciato danneggiamenti e dispetti e mal sopportava la presenza degli uomini del clan. E non era uno che abbassasse la testa, racconta chi lo conosceva, o che si piegasse.
Non lo aveva fatto con il Comune di Briatico, nel vibonese, dove aveva avviato un cantiere ed era ai ferri corti con l'amministrazione. Non si era rassegnato a non sapere la verità sulla fine del nipote, il dentista Giancarlo Conocchiella, sequestrato nel '91 e mai più tornato a casa. Non lo aveva fatto con i Lo Bianco, di cui aveva denunciato, anche a mezzo stampa, tutte le angherie e i dispetti.
Queste le tre piste subito seguite dagli investigatori. Ma i familiari, fin da subito, non hanno avuto dubbi. Killer e mandanti andavano cercati fra i Lo Bianco. Quelli che hanno mandato uno dei loro sul luogo dell'omicidio - racconta il fratello della vittima, Domenico Piccione, agli investigatori - a chinarsi sul cadavere per accertarsi che il geologo fosse effettivamente morto. "Qualche anno dopo - ricorda - gli chiesi come mai si fosse avvicinato a mio fratello e mi incuriosì il fatto che lui negò di avere mai fatto questo gesto". E sempre i Lo Bianco - aggiunge - nel giorno del funerale del geologo, mentre il corteo funebre passava di fronte ad uno dei più noti bar del paese, all'interno "alzavano i calici come a fare un brindisi". E che fossero stati loro - ha messo a verbale - lo ha confermato anche un conoscente "che era stato colpito da un tumore maligno e sapeva che da lì a poco sarebbe morto. Mi disse 'non vi posso dire chi è stato ad uccidere vostro fratello, ma loro sì sono resi conto di avere sbagliato".
I pentiti
E poi ci sono i pentiti. Andrea Mantella, Pino Scriva, Antonio Grillo. Tutti nel corso degli anni - e ne è passato di tempo - hanno fatto riferimento a quello strano omicidio. Tutti ne hanno attribuito la responsabilità ai Lo Bianco. Ma solo di recente - dopo che la procura di Catanzaro è finita in mano a Nicola Gratteri, che ha deciso di accendere i fari sulla 'Ndrangheta del vibonese - le loro dichiarazioni sono state messe a sistema, valorizzate, riscontrate.
Il figlio diventato carabiniere
Ma che ci sia stato qualcosa di strano, o almeno una certa sciatteria in quelle prime indagini lo ha testimoniato anche il figlio del geologo, Gianluca Piccione. Uno che di inchieste può parlare con cognizione. Oggi è un ufficiale dei carabinieri e chi lo conosce dice che proprio in seguito all'omicidio del padre potrebbe aver deciso di vestire la divisa. Nel 2019 viene finalmente chiamato a testimoniare. E racconta che già dieci anni prima aveva tentato di interloquire con gli investigatori che all'epoca si occupavano dell'indagine.
Un collega gli aveva mostrato un appunto con le preliminari dichiarazioni di quello che in seguito sarebbe diventato un collaboratore di giustizia del vibonese, pronto - si leggeva in quella nota - a riferire anche informazioni sull'omicidio Piccione.
Indagini sciatte e sbrigative
Ma a Vibo nessuno ha dato seguito a quella segnalazione, anzi, sottolinea nel 2019 "non fui più sentito da alcuno. Racconto questo episodio alfine di chiarire che mai nessuno nel corso di tutti questi anni mi ha invitato per essere sentito fino alla data odierna. Anche mia madre, in diverse occasioni si recò in Procura a Vibo Valentia, credo dal Procuratore Laudonio, ma anche in questo caso le venne detto che per riaprire le indagini erano necessarie nuove prove". O forse, sembrano mostrare le più recenti indagini, solo la voglia di mettere insieme i pezzi, cercare i riscontri alle dichiarazioni incrociate dei collaboratori, scavare fra le carte dei primissimi rilievi per ripercorrere a ritroso piste divenute fredde perché mai davvero battute con convinzione.