Covid, in Calabria è emergenza ospedali e tracciamento. E a Catanzaro torna l'esercito
di Alessia Candito , di Alessia CanditoMezzi militari, mimetiche, di nuovo tende da campo. A due anni dall'inizio della pandemia, per gestire l'emergenza Covid19, in Calabria è tornato l'esercito. E come nei mesi più duri, toccherà ai militari vigilare sulle lunghe code di auto che si incolonnano in attesa di un tampone. O meglio, nella speranza di poterlo fare perché in tutta la regione il tracciamento è saltato.
Nel bollettino ufficiale, i contagi salgono di giorno in giorno, ma in realtà sono molti di più. Perché solo alcuni riescono a fare test in tempi utili, di accertamenti nella catena di contatti prossimi, neanche a parlarne. Impossibile avere traccia dei test rapidi acquistati in farmacie e supermercati. L'epidemia corre e si è capito. Quanto, è tutto da definire.
Il paradossi dei contagi
E poi c'è un paradosso: in numeri assoluti, anche i contagi record di sabato, non sono molti. Nelle ultime 24 ore se …
Mezzi militari, mimetiche, di nuovo tende da campo. A due anni dall'inizio della pandemia, per gestire l'emergenza Covid19, in Calabria è tornato l'esercito. E come nei mesi più duri, toccherà ai militari vigilare sulle lunghe code di auto che si incolonnano in attesa di un tampone. O meglio, nella speranza di poterlo fare perché in tutta la regione il tracciamento è saltato.
Nel bollettino ufficiale, i contagi salgono di giorno in giorno, ma in realtà sono molti di più. Perché solo alcuni riescono a fare test in tempi utili, di accertamenti nella catena di contatti prossimi, neanche a parlarne. Impossibile avere traccia dei test rapidi acquistati in farmacie e supermercati. L'epidemia corre e si è capito. Quanto, è tutto da definire.
Il paradossi dei contagi
E poi c'è un paradosso: in numeri assoluti, anche i contagi record di sabato, non sono molti. Nelle ultime 24 ore se ne registrano 2600, con tasso di positività che pur salendo - arriva al 14,6% - rimane minore della media nazionale, che supera il 16. Ma i ricoveri - 363 in area medica, 32 in terapia intensiva in tutta la regione - bastano a mandare a gambe all'aria un sistema che boccheggia, riconverte reparti, cerca di far saltare fuori dal cilindro posti letto che in due anni non sono stati creati o comunque non a sufficienza. E come in passato, scarica l'onere di gestirli sempre sullo stesso personale, ovviamente.
A dispetto di promesse e annunci, parlano i dati: 859 accessi in pronto soccorso di cui 158 sospetti Covid bastano a far incolonnare ambulanze di fronte agli ospedali di tutta la regione. La Calabria rimane una delle poche a non aver raggiunto il tetto minimo di 14 terapie intensive su 100mila abitanti fissato per decreto e a stento raggiunge le dieci. Ci sono poco più di mille posti letto in area non critica su 2milioni di abitanti.
Prepararsi all'emergenza
"C'è da prepararsi a ogni scenario, anche a uno scenario emergenziale" dice il governatore Roberto Occhiuto senza precisare bene come, se non annunciando "quando mi sono insediato c'erano 940 posti letto e ora siamo a 1.077 posti letto e probabilmente nei prossimi giorni se ne attiveranno altri 60-70-80, ci stiamo ragionando". Su medici, infermieri e oss chiamati a gestirli, silenzio. Risuonano oggi come nei mesi più duri della pandemia gli appelli disperati del personale di ospedali e Usca costretto a turni infiniti, chiamato a gestire sempre più pazienti, in alcuni plessi pronti anche allo sciopero bianco.
Ecco perché ovunque diventa fondamentale stanare i contagi. Lo sa chi è del settore, come la gente comune, che rassegnata ai primi sintomi o contatti a rischio va a caccia di un tampone. Ed è complicatissima. Lo raccontano utenti che denunciano code che durano non ore, ma giornate intere di fronte ai punti di prelievo, da Reggio Calabria a Cosenza.
Lo dicono i sindaci, che nelle note ufficiali e sui social possono solo fare appello ai cittadini, chiedendo loro di stare a casa, adottare tutte le precauzioni possibili, limitare le occasioni di contatto con altri. Come durante il lockdown. Perché oggi come allora mancano mezzi e uomini per fare tamponi, laboratori per processarli, letti nei reparti e medici e infermieri per assistere chi lì viene ricoverato. E le scuole si chiudono o vanno in dad.
"I presidenti della Regione non lo possono fare, se procedono i sindaci non mi opporrò" fa sapere il governatore, Roberto Occhiuto. E l'elenco, soprattutto di piccoli Comuni, è lungo: ventinove nel cosentino, cinque nel catanzarese, ventisei nel crotonese, tutte nella Piana di Gioia Tauro. A Isola Capo Rizzuto, nel crotonese, si va oltre e si blindano persino mercati e parchi pubblici, così come a Filogaso, nel vibonese, dove il sindaco ha imposto la chiusura serale di ristoranti e bar.
Scuola: aperture rinviate
Fra i capoluoghi, Reggio Calabria rinvia il ritorno in aula al 15 gennaio dopo l'allarme arrivato dal Grande ospedale metropolitano che con il suo direttore sanitario Salvatore Costarella, ha chiesto di lasciare gli studenti a casa perché la situazione in struttura è drammatica, posti non ce ne sono più. A Catanzaro, Cosenza, Corigliano Rossano, Lamezia Terme. A Vibo Valentia no, non per Covid ma perché manca l'acqua a causa di una frana che ha danneggiato la condotta.
"È un fallimento per tutti e per il quale chi rappresenta le istituzioni, a tutti i livelli, anche se non ha responsabilità dirette, ha il dovere di chiedere scusa ai nostri bambini" scrive esausto, Enzo Russo, sindaco di Saracena, nel cosentino, dopo essere stato costretto a chiudere le scuole fino al 15 gennaio "per mancanza di organizzazione nel fronteggiare l'emergenza".
Una sanità allo stremo
E il cahier de doléances che pubblica sui social è la fotografia di una Calabria che dopo due anni di pandemia si confronta con le medesime fragilità che l'hanno fatta tremare nel marzo 2020 e nell'autunno successivo l'hanno spedita in zona rossa non per numero di nuovi casi giornalieri, ma per gracilità dello scheletro sanitario.
"I dati ufficiali sulla situazione locale riguardo la diffusione del Covid non sono quelli reali - si legge nel post del sindaco Russo- Non si è in grado di tenere in isolamento i positivi perché non arrivano le disposizioni di isolamento da parte dell'Asp. In paese abbiamo più del doppio di soggetti positivi effettivi rispetto a quelli ufficiali". E come fare a rispettare le regole previste per l'apertura delle scuole se "per fare un tampone molecolare allo scopo di confermare una positività ci vogliono circa 15 giorni e per sapere il risultato, se va bene, altri cinque. Per non parlare dello sblocco delle quarantene nelle scuole, che può avvenire anche dopo 18 giorni senza che ci si sia contagiati"?
Succede a Saracena, nel cosentino, come succede al sud della regione, nella Piana di Gioia Tauro, dove dall'1 gennaio ci sono undici paesi in zona arancione e altri temono di entrarci a breve. "Abbandonati" tuona Michele Conia, primo cittadino di Cinquefrondi. "C'è un'unica Usca per tutto il comprensorio che con questi mezzi e questi uomini non può fare più di quello che fa, tutti i tamponi vengono processati solo in un unico laboratorio a Reggio Calabria in cui confluiscono i test di tutta la città metropolitana e ci vogliono almeno cinque o sei giorni per avere risultati, con le inevitabili conseguenze del caso". E questo, solo per quanto riguarda il tracciamento. "Come due anni fa - elenca - l'unico reparto di terapia intensiva Covid è a Reggio Calabria e da giorni non ha più posti letto disponibili, quando le ambulanze arrivano sono spesso senza medici, i nostri ospedali sono stati smantellati anni fa e mai rafforzati, la medicina territoriale di fatto non esiste".
Insieme ai suoi omologhi di "Città degli ulivi", l'associazione storica dei sindaci della Piana, dopo giorni di appelli inascoltati, ha firmato un formale documento inviato alla prefettura di Reggio Calabria e al presidente Occhiuto, per chiedere una cabina di regia che si occupi di vaccinazioni, tamponi e tracciamento, di aprire in fretta nuovi laboratori negli ospedali di Polistena, Locri e Gioia Tauro, di convertire in Covid hospital il polo di Gioia Tauro, dotandolo di una terapia intensiva. Ma al momento, nessuno ha risposto. Intanto i reparti soffocano sotto il peso dei ricoveri.
Ospedali sovraffollati
"L'area non critica è sovraffollata con barelle nei corridoi" denuncia il primario dell'ospedale di Reggio Calabria, Sebastiano Macheda, negli ultimi giorni costretto a mandare pazienti che necessitano di ricovero in terapia intensiva in altre province. A Reggio, posti non ce ne sono più. "Fra il personale iniziano ad esserci casi positivi nonostante siano tutti plurivaccinati, questo comporta che di fatto abbiamo meno personale oggi di due anni fa e dopo due anni di pandemia ed emergenza sanitaria è una cosa inaccettabile". Si spera nei vaccini, che al netto dell'aumento dei contagi, ai più evitano il ricovero.
Ma anche lì la Calabria arranca. È sul podio per No Vax nella fascia degli over 70 e 80, al secondo posto per over 50 e 60 e solo il 76.62% ha ricevuto la prima dose. E sì, certo, come ovunque ci sono gli scettici. Ma in molti sembrano aver fatto marcia indietro nelle ultime settimane. Due giorni fa, la Regione è stata la prima in Italia per somministrazioni, con 29.233 dosi inoculate - il 61% in più rispetto alle 18.145 fissate come obiettivo dalla struttura commissariale nazionale - di cui 4.100 prime dosi. Ma anche di fronte agli hub vaccinali ci si mette e si rimane in coda.